Oh, Maga a ogni donna che ti somigliava s’addensava intorno un silenzio assordante, una pausa tagliente e cristallina che finiva per crollare tristemente, come un ombrello. Proprio un ombrello, Maga forse ricorderai quel vecchio ombrello che sacrificammo in un fossato del Parc Montsouris, in un gelido tramonto di marzo. Lo gettammo via perché lo avevi trovato in place de la Concorde, già un pò rotto, e lo usasti moltissimo, soprattutto per infilarlo nelle costole della gente sul metrò o sugli autobus, sempre goffa e distratta, sempre con la testa per aria o attenta al disegno che due mosche tracciavano sul tetto dell’auto, e quella sera cadde un acquazzone e tu volesti aprire orgogliosa il tuo ombrello quando entrammo nel parco, e nella tua mano scoppiò un cataclisma di freddi fulmini e nuvole nere, brandelli di stoffa lacerata cadevano fra lampi di stecche sgangherate, e ridevamo come matti mentre ci bagnavamo, pensando che un ombrello trovato in una piazza doveva morire degnamente in un parco, non poteva entrare nell’immondo ciclo del secchio della spazzatura o dello scolo di un marciapiede; allora io lo arrotolai meglio che potei, lo portammo nella parte alta del parco, vicino alla passerella sopra la ferrovia e di là lo lanciai con tutte le mie forze in fondo al fossato di erba bagnata mentre tu emettevi un grido nel quale credetti di riconoscere un’imprecazione da valchiria. E giù nel fosso affondò come vascello che soccomba all’acqua verde, all’acqua verde e procellosa, a la mer qui est plus félonesse en été qu’en hiver, all’onda perfida, Maga, secondo enumerazioni particolareggiate di noi innamorati di Joinville e del parco, abbracciati e simili a alberi bagnati o ad attori di una qualsivoglia pessima pellicola ungherese. E non si muoveva, nessuna delle sue molle scattava come prima. Finito. Basta. Oh, Maga e noi eravamo contenti.