A volte mi sembra di vivere per tutto quello che sta al di fuori di me. Impegni presi, lavoro, cose che tutti fanno e che pensavo avrei fatto anche io, felice di farle, felice di essere finalmente adulta. Invece non è così. Invece mi trascino, mi trascino fino a un punto in cui mi odio perchè ho toccato il fondo o un punto in cui tutto è perfetto per funzionare - sono entrambi punti in cui è difficile amare la vita. Perchè la perfezione costa e l’odio ti deflagra dento.
E’ che ad un certo punto della vita, mi si è instillata questa piccola chiave di volta da trovare, da raggiungere, che era (ed è) la magrezza. Senza di essa non posso essere davvero felice, non posso andare in vacanza, non posso scattare foto, non posso vestirmi bene, non posso dirmi adulta e al comando di me stessa. Senza la magrezza non merito nulla. E mi nego tutto.
Quindi sono solo questo, un corpo. Un corpo che odio. Non ho costruito nulla in questi anni. Una personalità, un’identità, una me che posso solo che essere io. Sono solo quello che faccio. Sono le tracce che lascio all’esterno. Non tutte, però. Solo quelle belle, ben scontornate, quelle che mi sono state commissionate dalla società e la cui procedura è andata a buon fine.
E poi ho il mio corpo. Sì, almeno questo è mio-mio, non dovrei neanche sforzami, non mi dovrebbe essere chiesto nulla, è un vincolo ma anche una base da cui partire. Ma l’altro - tutto ciò che ho dentro - è effimero, intangibile, un garbuglio di emozioni, speranze, passioni, cose che non posso dire, cose che non posso fare, cose che devo reprimere, cose che temo, altre di cui non mi posso fidare. Ed ecco quindi che il corpo diventa più che un corpo, diventa la mia tela, il mio ponte, il mio palco - e così mi riverso fuori, con un copione che forse neanche mi appartiene, sul suo grasso e le sue forme, che devono portare il peso di un corpo biologico e di un anima abortita. E’ rimasto l’unico modo tangibile e reale attraverso cui posso essere (me stessa?), posso sentirmi viva, fare finta di esistere e sapere come fare.
Mi sento solo questo, però. Un corpo che non riesce a mostrare chi sono davvero. Un corpo in cui sono intrappolata, un corpo - che mi è estraneo. Un corpo che è diventato l’ennesima estensione che non voglio, l’ennesima estensione con dogmi e rigore e schemi che non riesco a seguire.