Marty Michael J Fox and Doc Christopher Lloyd talk about the future
(Welcome to the future!)
Pillole di ritorni al futuro.
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Marty Michael J Fox and Doc Christopher Lloyd talk about the future
(Welcome to the future!)
Pillole di ritorni al futuro.
Pottermore: storyless
Leggo su una “importante” testata digitale del lancio di Pottermore nuovo sito dedicato al mondo di Harry Potter: ricco, user-friendly, in costante evoluzione… BALLE!
Arrivo come utente e non capisco bene cosa ho davanti. Mi sembra solo un blog Wordpress con un bel tema e delle belle foto. Non capisco esattamente quale esperienza sto per vivere… Ah, ok! E’ perché l’esperienza non c’è.
Vedo un tasto “explore” con una bella bussola come icona. Promette bene! Ma non mantiene… è solo il motore di ricerca interno. Testuale.
Ci riprovo con il menù e clicco su “explore the story”: almeno lì comincerà a raccontarmi qualcosa? Niente. Solo delle anteprime a mosaico di una serie di post con dei “character profile”.
Belle immagini e grafica gradevole. Ma niente storia.
Pottermore è… storyless.
E’ possibile che uno dei metaversi narrativi più popolari della cultura contemporanea offra un’esperienza web totalmente priva di un’architettura narrativa?
Anzi, che non offra proprio alcuna esperienza?
Boh… non potevano almeno copiare la piattaforma di lancio della serie di film The Hobbit?
http://middle-earth.thehobbit.com/
I 3 modi in cui lo storytelling rende unica la visita al Padiglione israeliano
Sara Mazzocchi, cofounder di Storyfactory, in occasione della visita del Padiglione israeliano a Expo.
Chi è già stato ad Expo sa che la visita dell’esposizione universale può essere un’esperienza molto stimolante ma anche stancante, durante la quale il livello di attenzione cala velocemente e poche sono le cose che rimangono nella memoria e nel cuore dei visitatori una volta che si varca la porta di uscita dai vari padiglioni.
Un’eccezione molto interessante è il Padiglione israeliano che ha l’ambizione di presentare in soli 10 minuti l’intera parabola dell’innovazione agricola israeliana. E udite udite, ce la fa alla grande! (Spoiler alert: ci riesce facendo ricorso allo storytelling)
Per raccontare i successi più significativi delle tecniche agricole che hanno trasformato il deserto in campi coltivabili, gli israeliani hanno scelto di uscire dalla retorica dei numeri e della fredda presentazione delle innovazioni tecnologiche per immergere i visitatori nella storia di una famiglia, nelle vite di tre generazioni di contadini che hanno saputo far fiorire il deserto.
L’esperienza di visita inizia intelligentemente mentre i visitatori sono ancora in coda all’ingresso, trasformando il tempo di attesa (e di noia) in un momento di intrattenimento e nell’incipit della storia.
Ci accoglie David, una persona in carne e ossa, che attraverso una proiezione alle sue spalle e degli schermi mobili si presenta e interagisce con sua sorella (nella finzione) – la star televisiva e attrice israeliana Moran Atias – che, intanto, ci mostra scorci e visioni paesaggistiche di Israele.
Questo è un primo punto di contatto caldo, che non viene affidato solo alla tecnologia e che permette ai visitatori di uscire da una dinamica di visita puramente cognitiva per assaporare il gusto di ascoltare una storia “personale” che parla di un paese tecnologicamente avanzato con il calore e il coinvolgimento che solo la narrazione riesce a dare.
Quando le porte del padiglione si aprono e le hostess ci fanno accomodare sulle sedie di una sala cinematografica, con degli alberi parlanti sullo schermo che ci invitano a prendere posto, ritroviamo Moran come voce narrante che ci racconta la storia della sua famiglia: foto, filmati d’epoca e brevi sketch con degli attori ci fanno conoscere i nonni che hanno iniziato a coltivare una terra dove non c’era acqua, così come il nipote che ha inventato l’irrigazione a goccia. Un piccolo conflitto generazionale tra il nonno e una nipote ci porta a scoprire che i pomodori ciliegini sono un’invenzione israeliana… un vero colpo di scena per i visitatori italiani!
Si passa poi nello spazio successivo in cui il pubblico si trova all’interno di un cerchio luminoso e tutto attorno viene messa in scena la storia dell’innovazione tecnologica degli ultimi anni. Alcune sculture appese si illuminano davanti agli schermi dando un tocco di magia alla presentazione delle scoperte più recenti e lo storytelling viene abilmente utilizzato anche in questa fase perché Moran incontra vari personaggi (tra cui una sua cugina ricercatrice) che danno un volto e un’anima alle innovazioni israeliane nel campo dell’agricoltura.
Quando si spengono le luci e i visitatori vengono accompagnati all’uscita sono accolti nel piccolo ristorante esterno quasi fosse una cucina domestica. E infine tornano verso il Decumano costeggiando la facciata vegetale progettata dall’architetto David Knafo, che dopo l’esperienza vissuta non è solo uno dei tanti giardini verticali che si vedono a Expo ma diventa un vero e proprio oggetto narrativo: la rappresentazione di quei “Campi di domani” che danno il titolo all’intero padiglione.
Morale della favola, la visita al padiglione Israele è unica. È lo è in tre modi (tutti accomunati dalla centralità della storia che viene raccontata):
Il visitatore ha vissuto un’esperienza unica e immersiva.
Ha compreso alcuni passaggi-chiave dell’innovazione agricola israeliana senza annoiarsi o perdersi nei dettagli.
Con ogni probabilità ricorderà a lungo la storia di Moran, della sua famiglia e del paese che ha saputo far fiorire il deserto.
Visit Veneto: I nostri 2 ‘buoni consigli’
di Claudio Branca, Innovation Manager di Storyfactory e Giuseppe Schiavone, Community Manager di Storyfactory
Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio Si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio.
Fabrizio De André
È un canovaccio consolidato. Lo abbiamo visto con Very Bello, poi con i render del Parco della Biodiversità per EXPO2015, proprio ieri con il logo dell’assessorato alle Infrastrutture della Regione Lombardia. Adesso si ripete, praticamente invariato, con il video di promozione territoriale di Visit Veneto (peraltro con il patrocinio di EXPO2015). In tutti e quattro i casi è partita immediatamente la fronda all’indirizzo dei promotori dell’iniziativa, si sono spese parole dure nei confronti di chi l’ha realizzata e alla fine, si è fatto un bilancio istantaneo e polemico del progetto (ovviamente negativo).
Ora, lungi da noi voler riabilitare i progetti che abbiamo citato, però forse, in questi, come in altri casi, la velocità con cui sono state formulate le accuse non ha aiutato una valutazione proficua.
Tweet: "La campagna presentata da Visit Veneto ha dei problemi. È inutile nasconderlo." #storytelling @StoryfactoryIT http://ctt.ec/a47K5+
Ma cercare di capire quali sono questi problemi, almeno secondo noi, è un modo intelligente di suggerire come potevano essere evitati.
Ad esempio il video non è tecnicamente realizzato male (al contrario dei render del parco o del sito di Very Bello). Si vede molto spesso di molto peggio. La sequenza che inizia a 0:50, in particolare le riprese aeree, sono certamente ben fatte. La voce off, e lo script che recita, non hanno niente di particolarmente imbarazzante. I prodotti tipici sembrano guadagnarsi il ruolo di protagonisti e le coreografie che contribuiscono a creare, di nuovo tecnicamente, non sono mal fatte. L’animazione finale, poi, è gradevole e ci spingiamo a dire, ha un gusto contemporaneo.
Ma allora cos’è che non funziona? Dal nostro punto di vista il video ha sicuramente due difetti fatali:
manca il filo rosso di una logica narrativa
è debole la caratterizzazione della voce narrante
Due mancanze che rendono la visione del video un viaggio confuso tra parole e immagini.
Senza una rotta, un racconto va alla deriva.
Molte sequenze, prese individualmente, sono gradevoli ed evocative. L’animazione in ingresso e in uscita dall’affresco del Tiepolo, ad esempio, poteva essere un buon filo conduttore.
Nel proseguo del video però questa funzione si perde, tra il passaggio di apertura (non molto convincente) dall’esterno del palazzo alle sale interne, e l’assenza di altri forti riferimenti visivi al tema nel corso del video.
Ed è difficile trovare nell’accumulo di immagini che segue una progressione, una logica di sviluppo. Non è sempre necessario che si manifestino un protagonista e un antagonista, o che si sviluppino delle vicende ben delineate all’interno di un conflitto di valore.
Ma è importante avere una tensione drammatica, una spinta, una direzione che dia senso e coerenza al racconto. Una prospettiva che guidi il mio viaggio di lettore (al di là del bisogno immediato dell’autore di mettere in mostra una serie di cose del Veneto).
Il filo rosso di un racconto non si esaurisce nelle intenzioni dell’autore, ma deve essere la logica che orienta ogni scelta dello storyteller: dalla scelta delle parole allo stile delle riprese; dalla correzione colore alle indicazioni di regia per l’attore che reciterà il voiceover.
Ogni elemento del racconto deve esprimere un carattere riconoscibile, rappresentare un’anima. Il video invece sembra accostare riprese di diversa tipologia e provenienza, con generi e registri narrativi eterogenei.
Ci sono diversi stili, ma non un carattere.
Qualche imprecisione nella selezione e nella raccolta dei materiali, poi, non ha sicuramente giovato...
Tornando al buon De André, vi lasciamo con i nostri 2 buoni consigli...
scegliete sempre un filo conduttore forte che guidi la scansione, la costruzione e lo sviluppo del vostro racconto, e orienti ogni vostra scelta
dategli un volto e un’anima, caratterizzandolo in modo autentico e coerente ad ogni livello di racconto: temi, generi, contenuti, stili linguistici, visivi, ...
... e un nostro esempio: a voi giudicare se buono o cattivo.
Edit: il video di Visit Veneto inizialmente pubblicato su Youtube è stato rimosso dai proprietari del canale. All’inizio dell’articolo abbiamo inserito la nuova versione, corretta e doppiata in inglese.
Se oggi un’azienda vuole attrarre talenti non può che fare storytelling
Viola Giacometti, cofounder di Storyfactory, in occasione del Social & Mobile Recruiting Forum - Bologna
www.socialrecruitingforum.it
Le aziende che fanno la differenza sono quelle che sanno attrarre e valorizzare persone di talento provenienti da diversi background professionali. Quelle che, nel cercare queste persone, riescono a integrare sempre di più e meglio le funzioni legate all’HR con quelle della comunicazione e del marketing, quelle che hanno capito che per conquistare l’attenzione dei candidati bisogna imparare da come si affascinano i clienti:
Esporsi, parlare in prima persona e rivedere completamente i paradigmi della cultura aziendale e i suoi confini fra il dentro e il fuori.
Oggi le aziende devono trovare la loro voce umana e costruirle intorno non delle pareti (cemento o vetro non importa) ma trame in grado di attrarre l’attenzione e spingere le persone ad agire, volerne far parte.
www.altran.com
Ma come interpretare un brand in modo che sappia entrare in risonanza con diversi pool di talenti, senza che il brand stesso si perda o passi in secondo piano?
Bisogna avere un design narrativo con cui costruire e condividere una storia: che sia vera, coerente e in evoluzione. Passare dalla vendita del brand, alla sua trasformazione, impostando il recruitment come se si stesse formando una band.
Non cerchiamo candidati, ma storie di passioni che possano intrecciarsi con la nostra e farla crescere, portarla lontano.
Ai Careerday le code più lunghe sono quelle agli stand dei brand con prodotti famosi – della moda o della tecnologia – quelli che hanno una narrazione forte che sa intercettare i desideri di futuro, realizzazione e successo degli studenti che si affacciano sul mercato del lavoro. Cosa possiamo imparare da questo?
Dobbiamo portare in evidenza la cultura aziendale come facciamo con i suoi prodotti o servizi (e non solo una volta all’anno quando si scrive il Rapporto di Sostenibilità).
www.kerakoll4talent.com/site/
Una cultura aziendale è fatta dai prodotti, dagli impiegati e dai clienti, è fatta di valori che ogni giorno fanno “girare” l’azienda e il suo fatturato.
Perché facciamo quello che facciamo? Cosa ha ispirato il nostro business quando abbiamo iniziato? Qual è stata la nostra evoluzione? Che cosa spinge la gente a venire a lavorare qui tutti i giorni?
Una cultura aziendale che attrae talenti risponde a queste domande.
Bisogna sperimentare senza paura e senza nascondere le imperfezioni. L’importante è dotarsi di uno design narrativo forte, che sappia modulare la nostra trama sui diversi social media, perché fuori dai palazzi ci sono talenti che cercano autenticità e non vogliono sentire messaggi vuoti.
Se si vuole costruire una squadra ad alte prestazioni è necessario essere considerato un datore di lavoro di scelta:
La nostra storia deve essere speciale, ma prima di ogni cosa vera, coerente e in evoluzione.
Corporate Storytelling/2: superare i miti per creare un racconto epico!
Tre Take-aways dalla puntata precedente:
“se sei una persona e hai un’attività professionale che vorresti sviluppare o radicare meglio sul mercato, bene: devi necessariamente interessarti lo storytelling.”
"in ambito corporate, la narrazione può costituire più di una semplice mission e vision: è identità e costruzione quotidiana e partecipata di un destino comune.”
"nella digital-oral-era (…) se vuoi intercettare e fidelizzare i consumatori… prendi una tavola da surf e cavalca le onde di messaggi, comunicazioni, narrazioni e contro-narrazioni!”
Manca davvero pochissimo al Corso Intensivo in Corporate Storytelling by Storyfactory & Ninja Academy e, come promesso, ecco la seconda parte dell’intervista alla nostra Storytelling Specialist Francesca Marchegiano.
Oggi, in questa seconda e ultima puntata, ci interroghiamo sull’ how e sui myths associati al corporate storytelling e proponiamo alcuni casi di successo, dove lo storytelling ha manifestato i suoi superporteri, come, ad esempio, per il marketing territoriale.
Come si può fare storytelling in ambito corporate?
Il punto di partenza è sicuramente quello di creare due tipi di analisi: quella dell’identità e storia dell’azienda che vuole narrarsi, e contemporaneamente quella dell’identità e storia dei consumatori (o futuri tali) a cui l’azienda vuole rivolgersi. Questa analisi può sembrare scontata, perché siamo abituati a credere di conoscere nel dettaglio le risposte, così come crediamo di conoscere nel dettaglio la nostra stessa storia autobiografica. Ma se io dicessi: “Sei in mondovisione, hai sette secondi per dire il tuo slogan personale, quello che è frutto della tua storia, dei valori in cui credi e della missione che stai portando avanti nella vita e sul lavoro”, oppure se chiedessi: “Qual è il titolo della tua storia? Quali sono i tuoi need, desire e fatal flow?”… siamo sicuri che tutti saprebbero dare immediatamente la risposta?
Sono sicura che per la maggior parte delle persone ci sarebbe quantomeno un’esitazione, se non confusione totale (come del resto capitava a me, prima di lavorare sulla mia storia e cercare queste risposte, le stesse che poi sono diventate le mie “grandi direzioni” personali e professionali).
Ma ovviamente lavorare con lo storytelling non è solo definire e strutturare la propria identità: significa creare un “mondo narrativo” nel quale incontrare i consumatori (mondo che sarà sviluppato e approfondito con una comunicazione transmediale) e agire in esso un ruolo strategicamente definito, significa attivare percorsi di marketing narrativo coerenti con il mondo creato, presidiare le conversazioni sui social, attivare percorsi di people management interni all’azienda e, sulla base di tutto questo, anche creare esperienze immersive o narrazioni di fiction, che aumentino l’engagement dei consumatori e collaboratori, trasformandoli in veri e propri fan!
Quali sono i miti - negativi - associati al corporate storytelling e come superarli?
Uno dei miti più controproducenti, oggi, è che chiunque faccia un qualsiasi lavoro ormai si possa definire anche “storyteller”. Mi riferisco ad architetti, designer, fotografi… ma anche giornalisti e copywriter, tutti professionisti sicuramente bravi nella loro professione, ma altrettanto non consapevoli di cosa sia esattamente uno Storytelling Specialist.
Il termine storytelling, infatti, da qualche anno è diventato una sorta di etichetta pass-partout, che tutti si appiccicano da qualche parte sul CV per mostrare di avere una competenza in più.
Un mito negativo riguarda poi il timore che conoscere le Scienze della Narrazione e le modalità narrative di ingaggio dell’audience, equivalga a saper manipolare altre persone. Mi sento di dire che questa critica ha assolutamente fondamento! Nella Storia, tutti i grandi leader religiosi, politici e di consumo, sono stati grandissimi storyteller, infatti di loro si studiano le strutture narrative degli speech, che sono totalmente simili (anche se per cause completamente diverse). Quindi, è vero che formare sulle storytelling-skills equivale anche a consegnare una sorta di bacchetta magica di Harry Potter. Ricordiamoci però che qualsiasi forma di comunicazione ha in sé anche una sua (grande o piccola) dose di manipolazione… se scrivo una lettera d’amore lo faccio sperando in un “Anch’io!” di risposta e, consapevolmente o meno, creerò una narrazione strategicamente orientata alla re-azione dell’altro.
Puoi farci un esempio di narrazioni efficaci, in questa “digital-oral era” della narrazione di brand?
Sicuramente non si può evitare di citare la Apple (ai tempi di Steve Jobs), che noi Storytelling Specialist guardiamo sempre un po’ con ammirazione, per la capacità che ha avuto di distinguersi sul mercato proprio assumendo quel ruolo dello “scienziato pazzo”, del mentore creativo che fornisce ai futuri eroi strumenti e bacchette magiche per realizzarsi. La delicatezza di una narrazione nella quale il brand è fortemente associato al suo leader, però, come si è visto con la Apple, crea anche la possibile difficoltà di mantenere una narrazione ispiratrice quando il leader non c’è più. Penso a un’azienda italiana come quella di Giovanni Rana, ad esempio, che dipende molto dal viso e dal “mood” che comunica questa sola persona. È una scelta che può rendere, al cambiamento della voce narrante, molto difficile trovare qualcuno o qualcosa che mantenga lo stesso livello di engagement nei consumatori.
Come già detto in un’altra intervista, da qualche anno apprezzo la Dove per come si è posizionata rispetto alle donne, e al messaggio di ritrovare, e valorizzare, la propria unicità. Le loro sono pubblicità che spesso condivido sui social, e lo faccio non da Storytelling Specialist ma da donna, semplicemente. Ciò significa che toccano corde nelle quali mi riconosco, pur sapendo che sono state scelte per pura strategia di marketing e commerciale. Hanno ben individuato le consumatrici, rendendole protagoniste della loro stessa storia, hanno ben individuato il loro (nostro) fatal flow, la paura e il bisogno che abbiamo, e si pongono come mentori che suggeriscono un modo per superare entrambi.
Di John Lewis attendo ormai ogni anno la pubblicità con la storia commovente di Natale, e apprezzo tutte le risorse ad essa collegate come app, giochi per i bambini, libri e stimoli inerenti il tema e il personaggio scelto.
Tornando nei nostri confini, ma rimanendo in un ambito che a breve sarà “natalizio” per il paesaggio, ho apprezzato anche case history di narrazioni territoriali, come le “Storie da Vivere” dell’Alto Adige-SudTirolo, perché usano un linguaggio diretto, semplice e stimolano a interrogarsi sulla qualità della propria vita, e delle scelte che si fanno sia professionali che legate all’ambiente in cui si decide di vivere.
Ci sarebbe un’altra case-history da raccontare, legata alla promozione di un territorio itailano... ma è top-secret, ne potrò parlare solo quando sarà presentata ufficialmente al pubblico! Non vedo l’ora, perché incarna tutto quanto detto finora, e sarà un bell’esempio di qualità narrativa tutto italiano.
....stay tuned on yourstoryworks per scoprirla!!!
Corporate Storytelling/1 : “cavalca l’onda...delle narrazioni”!
Storyfactory e Ninja Academy: insieme per il Corso Intensivo in Corporate Storytelling (Milano il prossimo 5-6 dicembre).
Ma…perchè storytelling? Perchè corporate?
"Storytelling" è un termine usato, abusato, mitizzato, lodato….prima del corso, servono chiarimenti!
Abbiamo ‘intercettato e interrogato’ Francesca Marchegiano, nostra Storytelling Specialist, sul what, why, (super)-powers&myths del corporate storytelling, su come adattarlo ad un’era sempre più digital. In altre parole, come dice bene Francesca: come ‘surfare’, senza cadere, sulle onde della digital-oral communication?
Tante domande, ricche risposte…un’intervista in due puntate.
Ecco la prima portata:
Chi nel mondo corporate dovrebbe interessarsi allo storytelling?
Chi dirige un’azienda, chi lavora nel marketing e nella comunicazione, chi si occupa di risorse umane, chi lavora nella formazione, chi vuole migliorare il proprio personal brand, chi vuole sviluppare doti di leadership, chi produce report aziendali, chi parla della propria attività in riunioni interne o convention, chi ha un’azienda familiare, chi sta aprendo una start-up, chi si occupa di cultura e identità in una multinazionale.
Quindi, se sei una persona e hai un’attività professionale che vorresti sviluppare o radicare meglio sul mercato, bene: devi necessariamente interessarti lo storytelling.
Quali sono i “superporteri" del corporate storyteller? Cosa può far succedere di “fantastico", ma con risultati reali?
Il corporate storyteller ha tre superpoteri (se no che supereroe sarebbe?).
Il primo è sapere che parole come “brand”, “business”, “corporate”, ecc… sono etichette vuote e prive di senso, dietro le quali ci sono esseri umani. Che hanno emozioni, passioni, bisogni e paure. Quindi il corporate storyteller deve essere studioso di questi aspetti degli esseri umani, partendo dai suoi.
Il secondo è sapere che gli esseri umani si identificano con le fragilità e non con i superpoteri degli altri, quindi saprà dare opportune indicazioni ai brand che fino ad oggi si sono narrati come supereroi, affinché sappiano creare mondi narrativi più ingaggianti per i propri consumatori.
Infine (collegato al precedente) il corporate storyteller sa far scoprire, emergere e valorizzare il potenziale (ma anche il difetto fatale) dell’azienda a cui dà consulenza, trovando poi le opportune forme di comunicazione e ispirazione verso i consumatori (o collaboratori), ispirandoli, a loro volta, a trovare il loro.
Quindi, la parte fantastica è legata al “senso del meraviglioso” che qualsiasi narrazione produce, mentre la concretezza si collega al ROI dello storytelling, misurabile ad esempio in: aumento delle vendite, aumento dei follower sui social network (e conseguente aumento delle vendite), maggiore predisposizione alle sfide e al cambiamento dei collaboratori e, per me fondamentale, migliore “salute” dell’azienda, dovuta al fatto di sapere chi è e dove sta andando.
Questo è qualcosa di più della mission e vision: è identità e costruzione quotidiana e partecipata di un destino comune.
I primi storyteller erano legati alla trasmissione orale di storie... come si veicola, oggi, una narrazione ingaggiante?
La trasmissione orale di storie è stata il fondamento delle diverse culture e identità tribali, che un tempo però rimanevano “mute” all’esterno, in quanto dipendenti dai propri linguaggi e simboli, non comprensibili agli altri. L’avvento della scrittura, più di 3500 anni prima di Cristo, ha permesso che le narrazioni potessero essere comprese anche all’esterno, questo aveva due vantaggi: diventare universali, “fondersi” in narrazioni di altri, ma al contempo affermarne l’origine, l’identità culturale, sociale e valoriale da cui erano partite.
Siamo molto evoluti da allora, ma ciò che non cambia è proprio questo senso di profonda connessione con la propria identità (personale o, per il tema di cui stiamo parlando, di brand) e la possibilità che la propria storia, se condivisa opportunamente, possa oltrepassare i confini ed entrare a far parte della narrazione altrui, co-costruendosi.
In quanto animali-narranti, ma ormai animali-digitali, assistiamo oggi a quella che si definisce la “digital-oral era”: un’era in cui le narrazioni assomigliano sempre di più alle brevi comunicazioni passate di voce in voce, quasi in una gigantesca casa di ringhiera, anche se le voci sono scritte in tweet e post su Facebook. L’uso che facciamo dei diversi dispositivi, cambia ovviamente la tipologia stessa della narrazione: la digital-oral-era prevede quindi frasi molto corte, coincise, link che fanno passare velocemente a un’altra voce narrante, e così via, in una catena senza fine.
In ambito corporate, il brand (supportato dallo Storytelling Specialist) dovrà quindi adattarsi a questo tipo di “velocità” narrativa: eliminando gli orpelli, arrivando dritto al nocciolo della questione, essendo preparato a rispondere immediatamente e opportunamente ai messaggi che torneranno indietro dai consumatori, e riuscendo al contempo a veicolare un messaggio ispiratore, associato ai prodotti e servizi che offre.
È un po’ come “surfare” sulle onde della comunicazione... non è più il tempo dei brand come gigantesche navi da crociera attraccate in un porto sicuro: se vuoi intercettare e fidelizzare i consumatori... prendi una tavola da surf e cavalca le onde di messaggi, comunicazioni, narrazioni e contro-narrazioni! Altrimenti un’onda ti sommergerà, e sarà difficile riposizionarsi e riprendere il filo della tua narrazione.
Continua...stay tuned!
Marketing territoriale e internazionalizzazione: "ma a noi, cosa ci manca?"
Claudio Branca, Innovation Manager di Storyfactory
su Manifesto Digitale:
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La guida ci conduce a passo spedito lungo via dei Gonfalonieri, in direzione di piazza del Comune.
Siamo a Cremona, ospiti del Distretto Culturale, per presentare lo storytelling che Storyfactory sta costruendo per il progetto Distretti Culturali, e per parlare di marketing territoriale e internazionalizzazione. Abbiamo solo cinque minuti per dare un’occhiata alla città prima di dover tornare al tavolo di lavoro.
Arriviamo in piazza, e a tutti casca la mandibola… l’impatto delle architetture medievali è monumentale. Siamo in un luogo che non immaginavamo.
Un gruppo di studenti ci passa davanti, portandosi appresso il loro armamentario di viole, violini e violoncelli.
"Fa sempre questo effetto… - fa la guida - parliamo di internazionalizzazione, ma ora che siamo qui dico: ma a noi, cosa ci manca?".
"Cosa ci manca?" è la domanda fondamentale.
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Come legare il brand alle bellezze italiane (anche se non puoi permetterti di ristrutturare il Colosseo)
Viola Giacometti e Sara Mazzocchi, Cofounder di Storyfactory
Il racconto di una città: chi racconta e per chi?
Le città italiane, anche quelle più piccole e lontane dai grandi circuiti turistici, sono ricche di tesori nascosti pronti ad essere riscoperti e offerti alla cittadinanza - magari la stessa che li ha dimenticati - così come a pubblici nuovi, esterni, impazienti di viaggiare e scoprire nuove mete.
A chi non piace stupirsi e partecipare allo svelamento di una bellezza ritrovata?
Oggi saper valorizzare e, a volte riscrivere, il racconto di una città è un tema fondamentale che dovrebbe essere in evidenza nelle agende dei decisori pubblici che hanno come primi interlocutori i cittadini stessi, così come i pubblici turistici, oggi sempre più consapevoli, preparati e pronti a vivere esperienze uniche come solo un patrimonio culturale e creativo come quello italiano può garantire.
Ma perché non dovrebbe essere anche un tema di interesse per le aziende del territorio? Quelle che lo abitano, lo arricchiscono e a loro volta crescono grazie al contributo di quel territorio?
Quando un’azienda decide di intercettare questa opportunità possono nascere progetti innovativi capaci di lasciare il segno in tema di posizionamento, brand positioning e patrimonio identitario, dell’azienda così come del territorio.
E magari, nel frattempo, riattivare un tesoro che pochi conoscono ma che molti potrebbero amare. Certo per farlo è necessario adottare un approccio in grado di rinnovare il design di esperienza e fruizione di una città, delle sue opere d’arte, dei suoi monumenti e piazze: è necessario avere uno strumento capace di amplificarne il valore, generando interesse e partecipazione, obiettivi che solo lo storytelling design è in grado di raggiungere sia in termini strategici che poi di governance.
Due casi concreti, a cura di Storyfactory
Due esperienze concrete in questo senso sono quelle nate nel 2013 e nel 2014 con il gruppo ABenergie, società trader di energie verde, che ha deciso di fare della propria città – Bergamo - un tema identitario forte, tanto da offrire ai propri clienti energia prodotta sul territorio.
Da qualche anno, il gruppo ha deciso di trasformare gli appuntamenti di visibilità sulla città e su i propri stakeholder, in occasioni di svelamento dei tesori culturali e artistici nascosti, o poco conosciuti, e farlo attraverso un approccio narrativo, avvalendosi dello storytelling design.
Nel 2013 uno dei simboli più antichi della città, la torre del Campanone, è stato protagonista di uno spettacolo di video mapping che ha animato le pietre e le forme del monumento facendolo crollare, danzare e poi ricomporre per ben quattro serate.
L’evento, ora quasi leggenda, ha richiamato un pubblico vasto e ammirato che ancora oggi ricorda l’opera come un’esperienza emozionante. La video proiezione, a firma dell’artista multimediale V3rbo, ha raccontato il ruolo antico della torre, di vero e proprio orologio della città e delle sue attività commerciali: ai suoi rintocchi le porte delle mura si aprivano per dare vita agli scambi e ai commerci e, alla sera, al suono dei famosi “100 rintocchi” si richiudevano, spegnendo le attività della piazza e annunciando la notte.
Il progetto più recente, di pochi giorni fa, nasce delle stesse premesse ma adotta un genere diverso. Meno impattante ma più prezioso, ha offerto alla città una rivisitazione in chiave contemporanea del ciclo delle tarsie del grande artista rinascimentale Lorenzo Lotto, conservate nel coro della Basilica di Santa Maria Maggiore della città.
Ma non solo: si è deciso di ricondurre i grandi temi dell’evoluzione dell’uomo e delle difficoltà che in questa evoluzione è chiamato a superare, al concetto di energia universale.
Nasce in questo modo la video-animazione "Magnum Chaos – L’energia che muove l’universo", un racconto scritto e diretto dal regista Rino Stefano Tagliafierro in cui il capolavoro rinascimentale prende vita in un inedito spettacolo visivo.
Anche in questa occasione l’approccio narrativo ha permesso di intercettare un pubblico vario della piazza coinvolgendolo in un viaggio inedito fra le grandi forze che muovono la vita e la natura: una interpretazione narrativa di un’opera complessa ma affascinante che ha svelato un tesoro del nostro rinascimento senza volersi sostituire all’originale e, con rispetto e competenza, aumentare il suo potenziale di fruizione e partecipazione.
Il successo di operazioni di questo genere si misura dal vivo, registrando non solo l’affluenza ma anche l’adesione emotiva a queste narrazioni e allo loro memorabilità, dai volumi di conversazioni generate su i social media e dal prestigio che il brand ne ricava.
Fare un’operazione di storytelling design significa creare un mondo straordinario partendo della magia dell’arte e tracciare un sentiero per offrire al pubblico la possibilità di attraversare ed ammirare al meglio questo mondo e all’impresa di rendersi protagonista di questo svelamento e far parte di questa bellezza.
Claudio Branca, Innovation Manager di Storyfactory Su Manifesto Digitale:
"You’re not the only one, with mixed emotions" The Rolling Stones - Mixed Emotions
Questa è la storia di 20 sconosciuti che si incontrano davanti una videocamera e che si baciano, e delle loro emozioni.
Il video diventa virale e invade i nostri Facebook Wall in un batter d’occhio. Tutti divertiti, tutti commossi, tutti mettiamo il like e condividiamo.
Passano poche ore, e la storia già cambia…
We asked 20 strangers to kiss for the first time for our Fall14 collection #FirstKissVideo http://t.co/M7Iae8KabJ
— WREN (@WRENSTUDIO)
11 Marzo 2014
Questa è (diventata) la storia di un piccolo studio di fashion design che non si può permettere una presentazione convenzionale alla Fashion Week, e allora si inventa un video pubblicitario, sperando che diventi virale…
E lo diventa. Ma gli utenti scoprono che dietro c’è un brand…
http://jezebel.com/that-viral-strangers-making-out-video-is-a-clothing-a-1541351735
… e qualcuno non reagisce molto bene (ad oggi un utente su dieci, tra quelli che si esprimono su Youtube).
"It’s still cute! But it’s a cute advertisement. WOMP WOMP"
Morale della favola:
Anche se sei fuori dal grande evento, con una bella storia puoi ottenere una grande visibilità.
Oggi si ottiene sempre più visibilità, in sempre meno tempo.
Gli storyholder non ricevono una storia, ma agiscono. E reagiscono. In tempi molto rapidi.
Ceres #civuoleuneroe - L'eroe non è detto che arrivi. Forse puoi trovarlo dentro di te. Ma anche no. Di sicuro ti sfoghi.
Claudio Branca, Innovation Manager di Storyfactory Su Manifesto Digitale:
Quando vogliamo coinvolgere lo storyholder nella nostra narrazione ci sono tre domande fondamentali a cui rispondere
Cosa mi dai con il tuo racconto?
Perché dovrei reagire?
Come dovrei reagire?
La landing page della campagna Ceres #civuoleuneroe ha solo cinque righe di testo, e in cinque righe risponde perfettamente a queste domande.
Cosa aspetti a lanciare un appello, una sfida o a iniziare una battaglia contro la sfiga? Se anche nella tua vita c’è bisogno di eroismo, usa l’hashtag #civuoleuneroe sui tuoi social network preferiti!
Non vinci niente. Non cambi il mondo. L’eroe non è detto che arrivi. Forse puoi trovarlo dentro di te. Ma anche no. Di sicuro ti sfoghi.
Ci sono eroi di tutti i tipi. Eroi con superpoteri ed eroi dotati solo di straordinaria volontà e determinazione. Eroi d’azione ed eroi sensibili. Eroi seri ed eroi comici.
Ceres ha guardato in faccia il proprio pubblico (giovane), le sue abitudini di consumo mediale (web e social network), le sue preferenze e i suoi gusti (comicità demenziale) e ha scelto la via dell’eroe comico (l’aveva già scelta da qualche tempo, in realtà).
1. Cosa mi dai?
Maccio Capatonda ed Herbert Ballerina, conosciuti poco o niente dai pubblici dei media mainstream, ma un vero cult per i pubblici giovani del web. Sinonimo di comicità demenziale e generatori di tormentoni da serata birra e patatine.
2. Perché dovrei reagire?
Perché ti diverti. E perché ti sfoghi.
3. Come dovrei reagire?
Continua a fare quello che già fai ogni giorno: condividi con i tuoi amici sui social network quello che ti capita di fare, di vedere o di subire. Mettici un hashtag, giusto per chiarire un po’ il tono del tuo post. Sfogati e cerca un po’ di solidarietà. Ridici sopra. E già che ci sei, fatti una birra.
Pulito, semplice e preciso. E senza dover chiedere agli storyholder di fare qualcosa che a loro non venga spontaneo.
Cosa succederebbe su questa campagna Ceres investisse lo stesso budget speso nella comunicazione della campagna #GUERRIERI di Enel?
Claudio Branca, Innovation Manager di Storyfactory su Manifesto Digitale:
Diciamo sempre ai brand “smettete di raccontare la vostra storia e cominciate a raccontare quella dei vostri consumatori!”. Ma i brand (o chi per essi) ogni tanto si girano e ti dicono “ok, ma concretamente come faccio?”.
E hanno anche ragione…
Concretamente si può fare come ha fatto Google nel video che qualche giorno fa vi segnalavamo noi di Storyfactory.
I brand egocentrici piacciono sempre meno. Come Storyholder vogliamo storie di brand che si mettano al servizio della nostra storia personale, e brand responsabili, capaci di offrire a noi e alla collettività valore, e non aziende ciniche ed egoiste che si limitano a mieterlo e rivenderlo (ecco i due trend in sintesi: “Servile Brand" e "Mi casa es tu casa”).
Per Google “creare valore per poi raccoglierne i frutti” è da sempre un mantra - leggi business model vincente: offro agli utenti un motore di ricerca, gli utenti generano visualizzazioni, le visualizzazioni spazi pubblicitari appetibili (targhettizzate nelle pagine dal motore di ricerca).
Tutti vincono.
Che storia racconta Google? Un utente comune, Daniel Lee, protagonista di una storia comune (il diventare padre), ma capace di trasformarla in uno straordinario dono d’amore per propria figlia.
Al centro tutto ciò che che vale e conta per l’utente,Daniel Lee: i suoi affetti, i suoi figli, la sua vita. A margine un aiutante discreto, che come uno scudiero è lì semplicemente per offrire all’eroe lo strumento giusto al momento giusto: Google e i suoi servizi.
Il brand è sempre presente, e sempre un passo indietro. Sempre sotto i nostri occhi, ma senza rubare la scena a ciò che conta davvero.
Ecco come fare: raccontare un mondo fatto di ciò che vale e conta veramente per gli Storyholder - il mondo che noi vogliamo vivere e respirare - e al suo interno trovare modi e tempi per esserci, per rendersi utili per Storyholder senza rubargli la scena.
Ed essere lì perché tutto vada per il meglio.
#nutellaseitu e #condividiunacocacola - Uguali, ma non troppo...
Claudio Branca, Innovation Manager di Storyfactory su Manifesto Digitale:
Da grandi brand ci aspettiamo grandi cose. E quando abbiamo l’impressione che un grande Brand non si sia sprecato granché per noi ci sentiamo in fondo un po’ traditi.
Nonostante tutta la disillusione e il cinismo che come consumatori maturi in un mercato maturo abbiamo finito per sviluppare, ci aspettiamo ancora che il Brand contraccambi in qualche modo le emozioni e i sentimenti che ci ostiniamo a investire - pur sapendo che questa relazione è e resterà sempre profondamente asimmetrica.
Ci sono Brand che provano a ripensare il proprio ruolo in funzione di un consumatore che il proprio ruolo ha già saputo ripensarlo da tempo.
Altri invece, pur intercettando qualcosa di nuovo, faticano a superare la dimensione della semplice “campagna di marketing”.
Ma andiamo con ordine…
La prima cosa che tutti abbiamo pensato guardando lo spot Nutella "Il buongiorno ha un nuovo nome, il tuo" è stata:
"Guarda un po’, posso mettere il mio nome sul barattolo della Nutella. Uguale a Coca-Cola, ma questa si spalma…"
Già in molti si sono espressi sul tema “Nutella ha copiato o no Coca-Cola?”, e in rete i pareri si sprecano.
È evidente che il concept di base della campagna ha attinto a piene mani dal successo di #condividiunacocacolola, e dalle due tendenze del debranding e della customerization.
In sintesi: tanto Nutella quanto Coca-Cola hanno potuto “concedersi il lusso” di togliere il lettering del proprio nome dal prodotto (debranding), dando al consumatore la possibilità di sostituirlo con il proprio (customerization).
Da questo punto di vista le due campagne sono “abbastanza uguali”, e non c’è molto da aggiungere a quanto altri hanno già detto. Va notato comunque un particolare, sui quali i più non si soffermano. Si parla di de-branding, ma in realtà a scomparire non è il Brand, ma solo una sua parte: il lettering.
Il Visual Branding invece rimane, conservando tutti quegli elementi tipografici, grafici, di colore, … che rendono il Brand riconoscibile a colpo d’occhio, “di pancia”. E questo meccanismo di riconoscimento, l’interpretazione e la ricostruzione istintiva prima che cognitiva dell’identità di Brand, rende la presenza di Coca-Cola e Nutella ancora più profonda e vibrante.
Volendo potremmo complicarci la vita e chiamarlo customer re-branding…
Se poi dobbiamo dirla tutta, anche la regia dello spot in sé, con la sua carrellata di riprese in soggettiva, ha un vago sapore di già visto.
Ricordo lo spot di un’auto che giocava allo stesso modo con il nome del protagonista/consumatore, ma non riuscendo a recuperare quel video, possiamo accontentarci di due esempi: una campagna di sensibilizzazione verso la “marriage discrimination” (sul diritto al matrimonio per le coppie omosessuali) e quella di Google per il fantomatico Google Glass Project.
Il punto però è un altro.
Certo, la campagna di Coca-Cola è tanto recente e di tale impatto da rendere l’effetto alone su quella di Nutella decisamente ingombrante, e difficilmente il consumatore riesce a togliersi dalla testa l’idea di avere davanti della minestra scaldata.
Ma niente (o quasi) nel marketing è autenticamente è interamente nuovo e originale. Dov’è il problema allora?
Il problema sta nel modo in cui le due esperienze costruiscono (o meno) valore per il consumatore. Molto banalmente…
Perché tu, Brand, mi stai chiedendo di mettere il mio nome su un prodotto?
Perché io, consumatore, accetto?
In che modo, partecipando, la mia esperienza acquista valore?
Nel caso di #condividiunacocacola, quello che Coca-Cola ci chiede è di condividere una lattina con qualcuno a cui teniamo. Noi abbiamo accettato perché ci sembrava un’idea carina, un pensiero affettuoso da dedicare a una persona cara (e dedicato a noi da Coca-Cola). Attraverso questa esperienza una Coca-Cola per noi è diventata molto più di una bibita in lattina: è un dono, e ci aiuta a costruire un momento speciale con una persona speciale. È qualcosa di caro e prezioso.
Il Brand qui fa un passo indietro, mettendosi al servizio del consumatore: ci regala uno spazio che è sempre stato suo - e una buona idea.
Rispondere alle stesse domande per #nutellaseitu fa emergere una sceneggiatura diversa.
Nutella mi chiede di mettere il mio nome sul suo prodotto, perché “io sono Nutella”. Io consumatore non sono proprio convintissimo (il nesso tra le due cose è un po’ vago), però la Nutella mi piace tanto, e mi piace l’idea di avere un barattolo personalizzato. Forse il fatto che a casa la “Nutella di tutti” sparisca istantaneamente senza lasciare traccia (e senza che si riesca a capire chi l’ha finita) mi fa sperare che la “mia Nutella” non se la rubi qualcun’altro…
Ora eccomi qui: io, il mio nome e la mia Nutella, a farmi il mio solito panino consolatorio di mezzanotte.
Debranding e customerization in sé non hanno alcun valore. Ciò che conta è perché il Brand fa un passo indietro, cosa mi invita a fare e quale valore avrà per me questa esperienza.
Il modo in cui la sceneggiatura dell’esperienza risponde a queste domande può fare la differenza tra una campagna di marketing (forse partecipativa?) e un nuovo modo di vivere un prodotto.
E per il Brand, un modo nuovo di coinvolgere e di lasciarsi coinvolgere.
32 anni. Più di 200 titoli. 856 milioni di copie vendute. Un franchise da oltre 10 miliardi di dollari. Super Mario, la tua storia funziona! #yourstoryworks
Andrea Fontana, Cofounder e Managing Director di Storyfactory su andreafontana.org:
In questi giorni sta facendo scalpore la notizia – fatta trapelare da Francesca Pascale – che i fagiolini in casa Berlusconi venivano pagati 80 euro al kilo. Così come altri alimenti, portati a casa del Cavaliere da fornitori vari.
E’ banale news da bar, per cui ridere e da archiviare come gossip becero, oppure la scena l’abbiamo già vista da qualche altra parte? Dato che Berlusconi non è certo uno sciocco, e fa del gossip una “fonte epistemica”, ci possiamo leggere dietro una strategia di collegamento emotivo con l’immaginario italiano e con la “pancia” di noi tutti?
Mi spiego. Vi ricordare il Marchese del Grillo, la scena di "gasperino er carbonaro vede i conti?
In quella scena ad un certo punto Il Marhcese chiede al suo servitore: "Quanto o pagamo er carbone?" E in un esilerante scambio di battute viene a sapere che compra tutto al triplo del prezzo di mercato e vende la legna (un prodotto dei suoi boschi) la metà. In sostanza scopre che la sua servitù, i suoi fornitori e in generale la sua corte – da tre generazioni! – lo “frega” tutti i giorni attraverso piccoli e grandi sotterfugi.
Siamo nel più classico dei melodrammi. Il “finto eroe” che viene tradito dai cortigiani e abusato da loro. La doppia finzione della bontà. Il “nobile finto buono” che viene saccheggiato dai “finti onesti” approfittatori. Con l’eroina, “Donna Pascale” che si erge a difensore del suo eroe e della sua casa.
E’ sbalorditivo vedere come un cliché del nostro melodramma classico, ripreso più volte nel nostro teatro o nei nostro cinema pop, corrisponde al nuovo (?) racconto che emerge del Cavaliere. Pare essere studiato ad arte per intercettare ancora una volta la pancia del suo popolo (e non solo di quello).
Non solo ma è emblematico il fatto che – nella attuale cultura politica italiana, ma anche pubblicitaria e sociale, quello che funziona di più, o per lo meno che è più frequentato, da un ventennio a questa parte, è la canzonetta, l’operetta semitragica, il farsetto esagerato, il melodramma appunto.
Basti pensare a come la campagna di comunicazione #Guerrieri di Enel (al di là degli errori o meno che possono essere stati commessi, per la non gestione del racconto) generi un “rifiuto” per i suoi toni epici, non avendo calcolato la nota di fondo della nostra “pancia”. Non ci riconosciamo quasi mai nel registro epico. Tanto che nessuno dice nulla sul fatto che da venti anni, le pubblicità sono tutte fatte da comici o artisti che portano la farsa melodrammatica alla ribalta della vita pubblica e persino nel nostro marketing sempre più orientato a una comunicazione infantilizzata (con orsi e foche parlanti, etc.).
La crisi del nostro immaginario e della nostra azione sociale e politica, la depressione della nostra economia e del nostro animo, passa anche dairacconti di cui ci nutriamo. Riusciremo ad andare oltre il melodramma e a far nostri altri orizzonti? Ce la faremo mai a superare il tanto amato cortigiano che tradisce il potente e il potente che se ne approfitta del cortigiano?
E soprattutto diventeremo immuni dall’ “ideologia del bar” dove tutto diventa spacconata? Persino l’aumento dell’IVA non ha e non ha avuto una sua epica dignità. E quindi non ha potuto generare un epico rifiuto.
Siamo fatti così. Ci piacciono i fagiolini e anche loro concorrono a costruire una “civic narrative”. Parafrasando un altro film di casa nostra: “anche gli angeli mangiano fagiolini”
Storie di vino per infondere coraggio all’Italia
“È facile imparare a diventare coraggiosi. Il metodo migliore è guardare a storie di coraggio di persone normali che attraverso il coraggio sono diventate speciali… Fatevi contagiare e poi diventate voi stessi contagiosi. Questa Italia ha bisogno di coraggio”.
Oscar Farinetti, Storie di coraggio
Daniele Orzati, Storyfactory su Patrimonio Narrativo Italiano:
Edito l’8 ottobre da Mondadori il libro Storie di coraggio, 12 incontri con i grandi italiani del vino. Quale migliore occasione per parlare di Patrimonio Narrativo Italiano?
L’occasione è anche quella per iniziare a vedere come si coordinano diverse forme di narrazione: quelle di brand e prodotti, territori e luoghi di produzione, persone e comunità.
Prima di partire con la ricognizione narrativa introduciamo il caso.
Coautore del libro e ideatore del progetto Storie di coraggio è l’imprenditore albese Oscar Farinetti. Un nome che è un brand, anzi, che porta con sé una concatenazione di brand: Eataly, di cui Farinetti è il fondatore, Slow Food, che per Eataly svolge il ruolo di consulenza strategica, e poi una serie di grandi marchi del vino dove Farinetti figura come socio, tra i quali Serafini & Vidotto, Borgogno e Fontanafredda.
Coautore, dicevamo, perché in questo viaggio Farinetti non è solo. Con lui altri due compagni. Il primo è Shigeru Hayashi, presidente di Eataly Japan, personaggio narrativamente ben caratterizzato: nato sul Monte Fuji, rappresentante di un Giappone tradizionale e simpaticamente serioso, amante del vino italiano e dotato del mitico naso assoluto in grado di riconoscere i più reconditi aromi di un bouquet. A completare la compagnia del vino, Simona Milvo, la fedele addetta stampa.
Obiettivo: 12 produttori da visitare e intervistare in 7 giorni, 2000 km da percorrere in macchina, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia.
Il libro non raccoglie le sole interviste, ma ha una sua cornice narrativa non priva di interesse. Tramite la cornice Farinetti presenta se stesso, i compagni e gli obiettivi del progetto. Di particolare rilevanza, in ottica di corporate storytelling, è il primo capitolo, la Premessa indispensabile sul coraggio, dove Farinetti traccia l’identità valoriale del progetto.
Un’operazione tutt’altro che banale: grandi brand, quando si trovano a dover definire o ridefinire i loro fondamentali identitari (mission, vision, value proposition e, appunto, sistema valoriale), falliscono reiteratamente. Non riescono a distinguersi nella scelta e non riescono a distinguersi nella forma. Ma una chiara manifestazione del sistema valoriale è imprescindibile: il primo e profondo passo per far entrare in risonanza azienda e stakeholder.
In questa operazione la grammatica narrativa è certo di grande aiuto. Il valore non basta, deve essere contestualizzato, deve essere messo in relazione ‒ e perfino in contrasto! ‒ con una gerarchia di sentimenti. In una parola, deve essere drammatizzato.
Il sistema tracciato da Farinetti si sviluppa a raggiera. Al centro c’è il coraggio, esso riceve luce da una serie di valori: capacità di analisi, tenacia, dubbio, rispetto, responsabilità, amicizia, bontà, matematica (!), onestà + furbizia, ottimismo e coscienza. Un sistema ricco e coordinato, tanto che verrebbe voglia di rappresentarlo, di visualizzarlo.
Farinetti, rispetto a molti dei suoi competitori, ha consapevolezza narrativa: sa che le storie possono esercitare un forte potere di contagio. E sa che per sfruttare appieno questo potere c’è bisogno di un corpus coerente, convergente.
Osservando dall’alto queste storie si denota anche un rilancio di genere: in quest’Italia dove troppo spesso ci si sollazza con forme pubblicitarie melodrammatiche, o con slanci tragici dagli effetti grotteschi, i resoconti raccolti da Farinetti rilanciano sull’epica.
In che senso si può parlare di epica? E perché funziona? Importante chiederselo, perché sul rilancio dell’epica diversi brand italiani stanno fallendo.
Il tratto fondativo delle Storie di coraggio è archetipicamente italiano. Qui non c’è Omero, ma Virgilio, e cioè un’epica del sentimento. Progetto e pathos convivono nelle testimonianze dei grandi italiani del vino. Progetto e pathos, testa e cuore, sono pure i cardini dell’approccio imprenditoriale proposto da Farinetti.
Quest’epica dunque funziona perché è sinceramente italiana. Come un fiume sotterraneo attraversa i secoli (i millenni!) risorgendo tra le insenature dei nostri vari risorgimenti. Di virgiliano c’è anche l’amore per la terra. Un legame di cui i grandi italiani si sono sempre fatti vanto; come Giuseppe Verdi, che con i proventi delle sue attività non aveva comprato una villa ‒ sottolineava egli stesso ‒ ma della terra.
C’è poi un altro motivo per cui queste storie funzionano. Un motivo meno aulico, più tecnico. Le persone che lavorano (seriamente) con il corporate storytelling conoscono e rispettano il principio di veridicità: per mantenere il prestigio di una narrazione bisogna immettere in essa elementi di verità.
Dicesi veridicità, leggesi credibilità. I nostri politici questa credibilità l’hanno persa da tempo (uno dei temi ricorrenti nel libro è la politica), mentre i produttori intervistati lottano quotidianamente per mantenere alto questo baluardo. Farinetti ha rilanciato con l’epica laddove l’epica c’è davvero. Per questo la formula funziona.
Passiamo dal corpus ad una intervista specifica ‒ una che narrativamente valga per tutte ‒ , e vediamo quali elementi ne reggono l’architettura. Per non dare un’aria patriottarda a questo post scelgo un produttore non completamente italiano, Josko Gravner.
Gravner è il mitico produttore italo-sloveno che fa il vino in anfora, in grosse anfore caucasiche. Per lui, e per molti grandi del vino, la contemporaneità si manifesta sotto il segno della quantità, mentre la qualità e l’originalità risiedono nell’originarietà. Il suo viaggio per tornare avanti non si ferma alla produzione italiana tradizionale, ma arriva fino al retaggio proto-indoeuropeo. Da migliaia di anni, infatti, in un’area tra il Caucaso e l’Anatolia (tra le presunte terre d’origine delle popolazioni indoeuropee) il vino si fermenta in anfora. Così si faceva ai primordi, così fa Gravner.
Basta questa semplice battuta introduttiva per intuire le potenzialità meta-narrative in gioco.
Diamo un’occhiata alle strutture, perché qui ci sono molti elementi forieri di una narrazione tecnicamente impeccabile:
C’è il trauma, motore immobile di ogni grande racconto, ed è la perdita dell’amatissimo figlio che avrebbe dovuto ereditare la cantina.
C’è l’impresa, fare un grande vino ripartendo dalla tradizione; un’impresa immensa e utopica, che rifiuta aiuti chimici e tecnologici.
L’oggetto di potere, che possiamo facilmente identificare nell’anfora.
Ma c’è anche un oggetto propriamente magico: il pendolo con cui Gravner misura la positività o la negatività di persone o cose (“una cosa che non ti deve prendere troppo altrimenti perdi la testa”).
Poi una serie di sfide, di conflitti esteriori e interiori, contro competitori sleali e rimpianti.
Infine i tesori, quei riconoscimenti che hanno fatto di Gravner un produttore di culto.
E ancora:
Una precisa contestualizzazione dell’ambiente fisico ‒ questo eterno confine carsico destinato ad avere figli apolidi.
Una densa e contagiosa stimmung, atmosfere e sensazioni di un mondo vicino e distante.
Un solido sistema valoriale, appreso direttamente dalla terra, emerso dal dissodamento.
Per concludere non si può non denotare un nesso, quello tra prodotti di qualità e storie di qualità. Come a dire, ed è difficile non concordare: chi produce ricchezza ha una storia ricca da raccontare ‒ e ognuna di queste storie DEVE essere raccontata.
#boicottabarilla ed Enel #GUERRIERI: quando l’esercito degli Storyholder insorge - 2 di 2
Claudio Branca, Innovation Manager di Storyfactory su Manifesto Digitale:
Settimana scorsa parlando del caso #boicottabarilla ci siamo lasciati con una serie di domande, che potremmo riassumere così:
Perché i consumatori si sono sentiti in dovere di ripudiare con tanta violenza il brand e la narrazione Barilla dopo le dichiarazioni di Guido Barilla? Quale minaccia poteva giungere agli Storyholder dal Brand, per mezzo della propria autobiografia di consumo?
Le reazioni negative suscitate sui social network in questi stessi giorni dalla campagna #GUERRIERI di Enel possono darci qualche spunto in merito: le circostanze e le cause del rifiuto da parte dei consumatori sono molto diverse, ma entrambi i casi ci mostrano come:
per gli storyholder l’integrità della propria autobiografia di consumo sia una cosa molto seria
il ruolo dello storyholder nei confronti delle narrazioni di brand abbia realmente smesso di essere passivo per larga parte dei consumatori - e non più solo per una loro élite scelta, l’avanguardia dei prosumer
Possiamo dire che lo spot, di per sé, emoziona. Il racconto è potente, epico e parla di eroi di tutti i giorni, uomini e donne che lottano per portare avanti le proprie vite, i propri sogni e i propri valori in un paese in stato di crisi.
È un racconto che potenzialmente dovrebbe entrare in risonanza con tutti noi che “siamo il 99%”, coinvolgerci e raccogliere la nostra adesione, giusto?
Sbagliato!
Basta dare un’occhiata allo Storify curato da Francesco Gavatorta per farsene un’idea.
Se questa narrazione emoziona e coinvolge (chi più, chi meno), perché a un certo punto si perde?
E poi perché queste reazioni? Dov’è il problema?
Se guardiamo lo spot in sé (e il racconto della campagna in generale) il problema è un grosso buco di trama. Grosso, e messo nel punto peggiore che si potesse scegliere: la svolta finale.
In ogni storia arriva il momento in cui le tessere del mosaico si allineano, e ci rivelano il grande disegno che fino a quel momento avevamo intuito, senza vederlo chiaramente. A un certo punto il senso del racconto si rivela, emergendo chiaramente tra le maglie dalla trama che lo avevano celato all’osservatore.
Arriva quel momento, e lo spot #GUERRIERI recita
"Siamo guerrieri, e vincere è possibile se lottiamo insieme…"
Riportando invece in sovrimpressione
"Qualunque sia la tua battaglia, hai tutta l’energia per vincerla. Anche la nostra.”
In quel preciso momento lo spettatore si guarda attorno e si chiede
"Ma com’è che siamo arrivati ad Enel?"
E un altro spettatore, che casualmente si trovava a passare di lì, gli risponde
"Boh!"
Ecco il primo problema: tutto ciò che si vede e si sente nei primi tre quarti dello spot avrebbe dovuto preparare a quel momento di risoluzione.
Ma dov’è e cosa fa l’energia di Enel nei primi tre quarti dello spot? Si percepisce la presenza di un aiutante per gli eroi di tutti i giorni che vediamo, e coi quali ci identifichiamo?
Io vedo solo qualche neon. Non ci avevo prestato la minima attenzione prima di andarmelo a cercare, e in ogni caso non vedo questa energia supportare in alcun modo i protagonisti dello spot.
Proprio proprio a sforzarsi, si può dire che c’è la luce accesa… ma quella c’è anche nel mio frigorifero, se lo apro.
Nel frattempo lo sdoppiamento del payoff (quello della voce fuori campo è diverso da quello che compare in sovrimpressione), non aiuta a rendere chiara la risoluzione finale del racconto…
Il secondo problema riguarda la strategia narrativa che avrebbe dovuto portare il racconto ad attivare i destinatari della campagna, la cui reazione più forte sembra invece essere stata di forte rifiuto - reazione di rifiuto che, per ragioni diverse, accomuna il caso #boicottabarilla e quello di Enel #GUERRIERI.
La campagna #GUERRIERI ci parla di eroi, e un eroe è tale perché trova la forza di reagire a un dramma. Quando, come in questo caso, si toccano le corde di una narrazione epica, è bene prevedere le reazioni che la rivelazione di questo dramma può suscitare nell’eroe, e fare in modo di trovarsi inequivocabilmente dalla parte giusta della barricata al momento del suo risveglio.
Per fare questo occorre:
individuare un concept vibrante, basato su un tema che possa entrare in risonanza e scaldare gli animi dei propri lettori
mettere a fuoco bene il concept e contestualizzare il dramma nella vita dell’eroe
cercare sempre un nesso solido tra brand e concept del racconto, coerente con ciò che sta a cuore al lettore
dare un volto e un cuore ai personaggi del racconto, rendendoli credibili
sviluppare un mondo narrativo coerente, sfruttando ogni elemento percettivo dell’ambiente che ospita il racconto per rinforzarne il senso e supportarne lo svolgimento
Un concept vibrante da solo può risvegliare l’eroe, ma una volta svegliato come reagirà? Riconoscerà il brand come suo alleato?
L’impressione è che il concept di #GUERRIERI, pur centrando il primo punto, resti troppo vago e generico, e che per questo nel suo svolgimento non sappia legare saldamente il brand all’emozione che il racconto vuole evocare.
Ecco come inciampa la strategia di attivazione del racconto: quando ci si rivolge a dei guerrieri, non sono tollerate incertezze, ambiguità o tentennamenti. Ancora meno quando i guerrieri devono entrare in azione.
Mi chiedi di raccontare? E allora io ti racconto la mia guerra. Con forza. Con violenza. E tu lì in mezzo chi sei? Sei con me o contro di me?
Hai una frazione di secondo prima che lo storyholder prema il grilletto, una frazione di secondo perché lui trovi una buona ragione per non sparare su di te, sul tuo brand.
Quando vanno a toccare certe corde, le narrazioni ci appartengono o non ci appartengono. O sono gradite o sono non gradite. Sono dentro alla nostra autobiografia, o devono restarne fuori.
Tanto #GUERRIERI di Enel quanto le dichiarazioni di Guido Barilla sono andate a toccare temi molto sensibili per gli storyholder. Temi che già “in natura” scaldano gli animi e tendono a far schierare in modo netto gli utenti sui social network.
Il ripudio nasce dall’importanza che hanno per gli storyholder le narrazioni di cui essi stessi si fanno portatori.
Un ripudio che non può più risolversi semplicemente e passivamente nel “comprare un’altra pasta”, ma che spinge il consumatore ad affermare attivamente la propria estraneità rispetto al brand dissonante. Per non essere identificato con esso.
Che siano etiche, politiche, estetiche o di consumo, le narrazioni di cui ci vestiamo affermano la nostra identità, ed oggi più che mai sentiamo il bisogno di rendere concreta, esplicita e visibile la nostra identità. Di attestarla.
Nel tempo che viviamo nessuna narrazione è senza conseguenze.