Erebo - Sfogati, ma al Sicuro
"La terapia è costosa. Un mattone costa meno": questo era lo slogan dell'Agenzia "Sfogati, ma al Sicuro", per chi non aveva abbastanza risorse per permettersi un cervello nuovo o un riparatore cognitivo a impulsi trans-sinaptici. Nulla era fuori dal loro controllo se ti sapevano rinchiuso in una stanza a distruggere ciò che avevano allestito per te. C'erano le dovute garanzie, in fondo. Promettevano un servizio tutto incluso e tu non dovevi pensare a nulla. All'ingresso venivi munito di martello, frusta, chiavi inglesi, ascia, manganello, ferri di cavallo, piatti e un casco. Attrezzi per lo più superati, paleolitici, ma che, tutto sommato, aiutavano il cliente a far emergere il troglodita assopito in lui. Alcuni sceglievano di pagare un extra per farsi imbottire di polistirolo e gomma. Una precauzione nel caso, per la troppa foga, decidessi di infliggerti del male. I più ricchi pagavano per indossare le tute CatharX - progettazione hi-tech con supporto sonoro, vibrazioni a risposta emotiva e stimolazione neuro-sensoriale, ma alcuni, se non tutti, mollavano in fretta quell'effimera certezza, strappandosi di dosso tutto per assecondare istinti più animaleschi.
Con il proprio ticket in mano, stropicciato e annerito, Nathan si era finalmente deciso a non buttare all'aria quel suo prezioso investimento, forse nella speranza che, alla clinica della Rabbia, potesse trovare una nuova distrazione. Fu la sorella a consigliargli la terapia, da molti ritenuta valida. Lui non ci credeva molto. Si era ormai disilluso, soprattutto quando NeuroKom controllava la maggior parte delle sue filiali e, tra queste, sicuramente, se eri abbastanza fortunato, trovavi il servizio adeguato senza la necessità di muoverti da casa. Potevi elaborare piani di conquista e massacri, seduto comodamente sul gabinetto con in mano la rivista di Silvia Avana che, per la cronaca, era già stata sostituita e clonata. Nonostante tutto era riuscito a recuperarne il numero di serie dell'appuntamento, dopo aver fatto cadere il ticket almeno una decina di volte, arrostito insieme ai suoi waffle, imbevuto nel latte, masticato e sputato. La data si era sbiadita e, per miracolo, era riuscito a ripercorrere con la memoria il giorno in cui Olivia gliene parlò. Mentre attraversava la vena principale del Sector R, rimproverava se stesso per non aver rivenduto quel biglietto per una nuova dose di Hades.
Gli alti palazzi che costeggiavano la strada erano un monumento alla decadenza. Luci al neon, droni volanti, enormi inserzioni pubblicitarie rendevano la città ancor più opprimente. I suoi stivali, placcati di nero e ormai consumati, scivolavano sull'asfalto come una nave alla deriva. Un passo anticipava quello successivo, trascinandosi. In bocca aveva ancora il sapore amaro della Nebula - droga che creava illusioni visive, acustiche e tattili. La sera precedente ne aveva fatto ampio uso e nella mente solo il vuoto. Tutto sommato, pensava, era molto meno automa rispetto ai quei molti passanti a cui non rivolgeva una sincera attenzione, ma che dall'andatura scostante rispecchiavano incosciamente il deterioramento di quella civiltà ormai al collasso. Lasciata a se stessa, in attesa della morte definitiva.
Si accese una nuova sigaretta prima di sistemarsi il colletto della giacca. Faceva particolarmente freddo quel giorno. I fumi dalle fabbriche si sollevavano come al solito. Demoni senza occhi e anima, così come quelle strade sature e ormai allo sbaraglio. I manutentori tamponavano una situazione comunque critica. Risultava inutile il loro sforzo di mantenere ordine e pulizia, ed era così ormai da anni. Piccoli robot programmati a svolgere compiti semplici, basilari. La maggior parte di loro si spegnevano durante le faccende quotidiane. Nessuno li veniva a recuperare se non dopo molto tempo, o dagli stessi loro simili, quando ormai le strade ne erano zeppe. Nathan ci passò sopra come nulla fosse, sbattendo la sigaretta con l'indice per liberarla dalla cenere. Tabacco che si depositò su un dei molti occhi spenti di quelle macchine a terra, una volta menti artificiali. Mentre attraversava la strada non gli sfuggi l'arrivo degli agenti dell'EternaGen. Cavalieri in divisa, arroganti e fanatici, a cavallo dei loro piccoli jet antigravitazionali senza tettuccio. Occhi velati da una maschera inquietante, stivali laccati di nero, e una stazza che superava i due metri. Scesero in fretta dalle loro navicelle, uno alla volta, in ordine, si buttavano senza paracadute atterrando scimmiescamente a terra. Si muovevano in sincrono, come orchestrine rotte ma determinate. “Hop-hop-hop”, battevano a voce alta, illudendosi di domare un tempo che qui era già morto. Come mettere un metronomo a un cadavere. Nathan passò oltre, quando ormai gli Eternalist recuperavano da terra i banchi di memoria estratti dai robot spenti. Svoltò l'angolo e sparì dalla loro vista, senza però riuscire a trattenente una smorfia di disgusto. Sembrava di assistere a un’autopsia dell’anima: i fili, tendini tesi sotto pelle sintetica; il banco di memoria, un cuore pulsante di dati ormai corrotti. Ciò lo portò a contenere un conato di vomito, distaccandosi dalla piazza quando ormai di loro vi era solo più l'odore del grasso e dello stagno.
Giunto davanti all'ingresso della clinica, si fermò. Ripercorse le sue azioni fino a quel momento e per un attimo, anche se breve, si sarebbe fatto sopraffare dall'istinto di barattare quel ticket con qualsiasi cosa di commestibile. Sbuffo sonoramente quando capì di non aver davvero nulla a tiro che ne valesse la pena «Sei arrivato fin qui, Nathan, quindi...?» La sua voce si poteva comunque udire nonostante i suoni artificiali che emergevano dai recessi della città. Da un tombino, poco distanze, sfiatavano i fumi delle fogne abbandonate. Prese un'ultima boccata dalla sigaretta per poi lanciarla alle sue spalle. «Che cazzo» Quella sarebbe stata l'ultima sigaretta della giornata. Soppresse questo pensiero spalancando la porta dell'edificio fissandosi immediatamente sulla ragazza seduta dietro il suo enorme computer olografico. «Benvenuto a "Sfogati ma al Sicuro". Desidera?» Era una prassi. La segretaria non si scomodò nemmeno a voltarsi per capire chi fosse entrato. Nell'alzare la mancina, Nathan si lisciò i capelli all'indietro. «Hey bellezza» Gli sventolò davanti il proprio ticket poggiandosi con l'avambraccio sul tavolo della reception. Un unico muro di plastica lo divideva da quell'avvenente ragazza dai lunghi capelli biondo cenere. La donna si voltò verso di lui, senza sbattere le palpebre e senza cambiare posizione. La sua sedia semplicemente ruotò meccanicamente «Numero di pratica?» Senza dire nulla Nathan le porse il ticket poco prima sfoggiato, andandosi a grattare la nuca con disinteresse. «Ne ha viste tante, me ne rendo conto. Posso giurarti che è autentico» la ragazza lo ignorò del tutto, iniziando a digitare il numero di serie su quella tastiera invisibile, senza mai distogliere gli occhi dallo schermo. «Sei vera?» Gli uscì di chiedere ingenuamente Nathan, mentre attendava pazientemente di essere mandato al patibolo. «Non sono tenuta a fornire dettagli sulla mia persona» Si sbrigò a dire la ragazza che, nel mentre, era riuscita a recuperare l'orario dell'appuntamento «Lei è in ritardo, signor Nathan Salinger. L'aspettavamo un'ora fa» prese nuovamente a girarsi verso di lui, senza sbattere mai le palpebre. Nathan sospirò, sfoggiando alla fine uno dei suoi migliori sorrisi «Ho avuto qualche problema. E' ancora disponibile il posto? No? Oh beh, pazienza, vorrà dire che non era destino» stava già girando i tacchi quando, prontamente la ragazza si alzò dal suo posto, impartendogli un unico comando «Seguitemi» e senza dire altro, si voltò per raggiungere una porta vetri, dietro la quale si allungava un corridoio bianco, senza vie di fuga. Nathan si voltò di scatto e quel suo sorriso prima visibile si spense. Sperava di aver trovato un ottimo pretesto per rinunciare a quell'idea folle, ma non poté fare a meno di allungare il collo verso quel corridoio dalla luce accecante. «Avete degli occhiali da sole?» Socchiuse gli occhi, coprendosi il viso con il colletto alzato della giacca. «Avrete tutto ciò che non sapevate di desiderare. “Sfogati ma al Sicuro” è equipaggiata per soddisfare ogni vostra pulsione distruttiva. Sconsigliamo vivamente l’uso di occhiali durante l’esperienza: la frantumazione degli stessi potrebbe causare cecità, deliri ottici o la convinzione di essere già morti. Siete comunque informato che le schegge negli occhi non rientrano nella copertura assicurativa» Nathan seppe che nel percorrere quel corridoio stava in realtà percorrendo la strada verso il proprio annientamento. Certo non si aspettava che ci sarebbe stata tanta luce. Nel suo immaginario si vedeva spesso morente in abissi luridi e desolati, ma in un certo senso quella luce rendeva meno amara la fine che lo attendava. Seguì la donna, percorrendo per intero quel lungo corridoio fino a una porta laccata di rosso.
La segretaria toccò la parete di destra rivelando uno scomparto nascosto «Alla vostra destra troverete le protezioni e, per i più temerari, un paio di occhiali da sole anti-scheggia. Alla sinistra, invece, tutti i Gadget del Malessere offerti da “Sfogati ma al Sicuro”. Buona immersione. La terapia comincia quand-» si interruppe non appena Nathan alzò la mano per fermarla. «Risparmiami. Conosco ciò che offrite. È davvero utile come dicono?» Curiosò negli armadietti toccando distrattamente le molte tipologie di occhiali da sole, con un'espressione stanca in viso. Era evidente: non aveva chiuso occhio. Le occhiaie gli scavavano il volto come ferite, accentuando l’aspetto da naufrago urbano con più dipendenze che certezze. La segretaria tornò inaspettatamente a guardarlo e assunse una posa apparentemente fuori contesto: sciolse l'intreccio delle sue mani al grembo, lasciandole ciondolare vicino ai fianchi, come corpi morti e inespressivi.
Lo sguardo,prima professionale, si macchiò di unafreddezza taglientee penetrante «Dipende sempre da che cosa staiscappando, Nathan»la voce le uscì diversa, più umana. Dettaglio che lo fece saltare indietro «Come, scusa?». La donna lo costrinse contro la parete dietro di lui eNathanindietreggiò spaventato. Si sentì come placcato da una belva feroce, inesorabile, antica e inaccessibile. Scavando nei suoi occhi poté intravedere l'anima di una donna consapevole dell'inganno. Lo stava sfidando, mettendolo a nudo. Nathan non riuscì a capacitarsi di questa nuova configurazione, poiché nulla trovava riscontro. La sua mente iniziò a razionalizzare l'accaduto, giustificando questa sua rielaborazione dei dati come un bug nel sistema. Durò un istante, dopo il quale la segretaria tornò in se. Uno spettro senza coscienza. «Ha concluso? Segua il corridoio»La segretariasfoggiò un sorriso seducente, ammaliante,ma Nathan si era ormai immobilizzato. Un attimo prima quella donna era l'operatoreideale, una presenza impeccabile. Un battito di ciglia dopo, era diventata un contenitore per una coscienzadistaccata. Cercò di inghiottire il pensiero, mentre varcava la porta, come se ogni passo potesse sempre di più avvicinarlo alla verità.Come se, infondo, desiderasse raggiungere il centro di Erebo.
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