Il segreto e' tenere gli occhi sempre aperti. Ricordi? Quella volta, la foresta ci inghiottiva. Le foglie un infinito risucchio verde, strappate via dallo slancio dei nostri passi affannati, le braccia che si facevano strada senza cautela alcuna. A sera, avremmo contato i graffi uno a uno, a vicenda, facendo una sorta di statistica degli infortuni, e io avrei leccato via il sangue. Ricordi? Gli occhi trafitti dal sole che filtrava attraverso il fitto fogliame, come spilli di luce aperti sulla nostra foga, fuggendo, fuggendo piu' forte in tutto quel bianco, anche se non ci avrebbero preso mai. All'alba, il cuore della selva sarebbe stato il nido in cui respirare di nuovo e regolare i nostri battiti, calcolando le distanze fra noi e loro, e tu avresti scritto i numeri sulla mia schiena. Ricordi? Quella volta, la foresta ci inghiottiva, da ogni lato, e noi ci fermammo. Non che non sapessimo la strada, no – era impossibile non orientarsi, bastava andare sempre avanti. Non che fossimo poi stanchi, i nostri muscoli erano allenati alla corsa da tempo immemore – sembrava che non avessimo mai fatto altro. Eppure, ci fermammo. Non avevamo mai veramente guardato. Abituati a considerare gli alberi alternativamente ostacoli o riparo. Ingegnerizzati a concepire la strada come una linea retta, come una lancetta del tempo proiettato sempre oltre di noi. Quello che avevamo percepito, quel turbinio di macchie e colore senza confini ben definiti, senza capo o coda che non fosse parte di questa eterna fretta, iniziava ad avere una forma. Ricordi? Ricordi quando ci spiegammo a vicenda la bellezza, come bambini, tentando di trovare le parole? Inventammo metafore per aiutarci e ci abbracciammo, spontaneamente. Tutto senza ancora aver il coraggio di metterci a fuoco. Intorno a noi, il linguaggio appena nato tesseva il mondo e gli dava senso. Intrecciammo le dita dentro a quell'abbraccio, faceva quasi impressione toccarsi, e dicemmo i nostri nomi a voce alta, gridando di gioia nel sentire il perimetro della foresta avvolgerci, fino a che le nostre voci non iniziarono a rimbalzare ovunque, incontrando le foglie, prima, e i rami, ed il tronco nodoso di ogni singolo albero, e il tappeto di erba e fiori tropicali, liane, fango e animali grandi e piccoli, brulicanti in ogni dove. I suoni ci corsero fin dentro le orecchie, sussurrando cose da te a me e viceversa, descrivendoci quel mondo, sgusciando con le loro code come a danzare il segreto di quella natura improvvisamente viva. Ricordi? Quella volta, la foresta ci inghiottiva e disse: Il segreto e' tenere gli occhi sempre aperti. Le nostre labbra come foglie si sfiorarono. Le palpebre serrate, mentre il vento si alzava e l'amazzonica distesa era tutta li', sulla punta del nostro primo contatto. Le tue mani percorsero il mio collo e il mio petto ed io feci lo stesso, come a tentoni, come durante la notte. La luce del sole pulsava sulle mie ciglia e il mio sguardo premeva per incontrarla. Il segreto e' tenere gli occhi sempre aperti. Fummo tronco, e nido, ed erba ed infiorescenze ed impasto di fango limaccioso, e gli animali e gli insetti ci correvano dentro le vene e fra i capelli facendoci rabbrividire. La foresta era un cerchio, ricordi? Ne percorremmo il bordo mille volte, immobili. Dove altro potevamo correre, se non l'uno verso l'altro? Il segreto, disse la foresta...perdendosi nell'eco dei nomi di tutto, nella sinfonia asimmetrica del mio cuore e del tuo cuore mentre ti avvicinavi ed io, io progressivamente ti immaginavo, o forse, ti sapevo. I miei occhi tremavano. Sentivo le tue dita sopra di essi, non sapevo bene come o quando ci fossero arrivate. Misi le mie mani sulle tue guance e salii fino a trovarti. I nostri respiri si condensavano nell'afa equatoriale, rovesciandosi liquidi addosso ai nostri indumenti lacerati dopo tanto fuggire. Rabbrividimmo insieme per quella doccia inattesa, poi, con la punta delle dita, iniziai lentamente a staccare. Qualcosa di secco ed umido allo stesso tempo teneva sigillati i lembi delle tue palpebre. Le tue dita accarezzavano le mie, come incoraggiandomi, fino a che anche tu non iniziasti a strofinare i polpastrelli sui miei occhi. Caddero giu' lacrime e polvere, cristalli, sale, gelsomino, alghe, lische, fossili, rovesciandosi sordi sull'erba sotto i nostri piedi, e piu' di tutto scivolo' via terra, terra umida non del tutto asciugata dal sole. Non era doloroso, era viscido, primordiale. Ci incoraggiavamo, anche se continuavamo ad esitare. I miei occhi spingevano. Potevo sentire le tue iridi gia' quasi bucarmi. Volevo vederti. Immaginavo la foresta dentro al cerchio delle tue pupille, riflessa e racchiusa nella tua essenza. Umettai le dita con un poco di saliva, e lavai via l'ultimo tuo fango. Mi sentivo come se stessi inseguendo un ricordo. Di te, del mondo, di me. Un ricordo primigenio che voleva farsi trovare. I miei occhi nascevano. Ricordi? Con uno strappo, li aprii. La foresta era li', bellissima ed infinita, cosi' grande che il mio sguardo non sapeva dove posarsi a morire. Non seppi mai se stessi guardando i tuoi occhi in tacita comunione, o la foresta stessa, la sua natura fiera e selvaggia e affamata di me. Sembrava non avessi mai fatto altro che vederti. Il segreto, il segreto, ricorda, e' tenere gli occhi sempre aperti. (to Spaceboy)