È un viaggio, di quelli che vanno quasi sempre in direzioni che non possiamo indovinare.
Ci sono solo vele a volte gonfie ed altre no... e ci vuole fegato a reggere la bonaccia (e la birra, che poi, viene portata dalla bonaccia).
C'è un orizzonte che non è mai chiaro, sempre troppo lontano o troppo vicino.
Abbiamo una bussola, certo, ma bravo chi riesce a leggerla.
Ci sono notti che sembrano non avere mai fine ed altre in cui arriva troppo presto.
Le corde da tirare, il timone spesso è troppo duro da governare e bisogna accettare che sia la corrente a dettare il percorso.
A volte, rari casi, c'è Tortuga.
Baldoria e festa, c'è da staccare ogni tanto dallo sciabordio delle onde e dal ponte traballante.
La ciurma entusiasta non esita a toccare la terra ferma, a scordarsi per qualche istante della vita infame che, comunque, li aspetta a bordo, su quel ponte macchiato di sale e sangue.
Il capitano sa che non potrà scendere a Tortuga.
Mentre tutti abbandonano la nave, felici di avere qualche ora di festa, Lui rimane al suo posto.
È cotto dal sole, il capitano.
Porta un cappello per difendersi dal caldo, ma il cuoio è consunto e gli prude la testa.
Fa caldo, Dio quanto fa caldo.
Il sole non concede tregua e quando scende c'è il freddo della notte, umida e bastarda sin dentro le ossa.
Non ci vede più come un tempo, il riflesso costante e abbagliante del giorno e scrutare le stelle nella notte si sono portati via la sua vista.
Il capitano ha negli occhi il profilo piatto delle maree, così sempre uguale per l'equipaggio che per quanto in gamba non parla la sua lingua.
Il capitano è solo, nelle sue parole di onde violente e morbide contro il legno della nave.
Picchiano e cantano, frustano la sua di pelle, segnata dagli anni persi in balia del mare.
Lui è ormai il mare, sconfinato e destinato a muoversi, non si può fermare.
Il mondo ha confini delineati, precisi e netti, la più grande menzogna mai raccontata.
La ciurma sale a bordo, dopo Tortuga, trova il capitano dritto come un fuso sempre dietro al timone.
Quello è il suo posto, è lì che deve stare.
Essere un pirata, essere il capitano, vuole dire amare.
Il cuore gonfio, pesante, schiacciato in un petto troppo striminzito per contenere il vasto oceano.
C'è da andare, sempre, avanti.
Quello è il suo luogo, la sua dimensione.
Per quanto le luci di Tortuga possano essere allettanti, lui non può, o meglio non vuole, scendere dalla sua nave.
Ormai il legno è dentro di lui, la prua il suo sguardo e il cordame tendini tesi a reggere la prossima tempesta.
La condanna di un Capitano, la sua più grande gioia:
Sapere che oltre al mare dovrebbe esserci solo altro mare.