Le cose facili sono un passatempo, quelle complicate una perversione e quelle impossibili un'ossessione.
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@lagenesi
Le cose facili sono un passatempo, quelle complicate una perversione e quelle impossibili un'ossessione.
lagenesi
Quando sarai vecchio saranno queste le cose che rimpiangerai di non aver fatto. Le cose senza senso, quelle che danno un peso a tutto il resto.
lagenesi
Esci dai tuoi schemi e dalle tue abitudini. Scappa. Scappa e corri da me.
lagenesi
Inverno estivo
C’era un’aria diversa, la notte. Le persone si mascheravano da se stesse e mutavano, lentamente, nel giro delle lunghe ore che allontanavano il sole ruggente dalla luna. Prima di uscire di casa la gente riponeva, timidamente, ogni inibizione e senso del dovere nei propri cassetti pieni di naftalina alla vaniglia, per ritrovare ogni cosa intatta la mattina successive. Poi, una volta pronta, si avventurava in questa grande città che con poche luci appariva come una giungla.
Quello che succedeva, la notte, rimaneva un sogno.
Quasi realtà e fantasia si trasformassero in tutt’uno, e la verità lasciasse spazio all’illusione onirica di essere e vivere altro. Quella notte era proprio così.
E quella era una di quelle notti in cui anche lei aveva gettato via qualcosa che le apparteneva profondamente per gettarsi nel buio. E non per essere qualcun altro, non questa volta almeno.
Forse, a pensarci bene, era ancora più se stessa rispetto alle tante volte che si era frenata e che scientificamente aveva deciso di prendere delle precauzioni. Non sapeva bene cosa le stesse succedendo e per quale motivo, scartata via ogni lucidità, aveva guidato fin laggiù. Erano le tre di notte e si trovava dentro una città che solo apparentemente sembrava spenta, chiusa dentro una macchina ancora troppo fredda.
E percepiva quasi che quella non fosse solamente una strada o una via ma fosse già qualcos’altro. Quasi si sentisse brillare in quei minuti che si allungavano così prepotentemente. Quasi che tutto quello che c’era intorno fosse un appannaggio di quello che lei stessa vedeva davvero, di quello che lei credeva di vedere. Quasi i suoi occhi non fossero davvero così aperti come pensava.
Mille filtri in quella notte così diversa, così autentica. Così sua. Da mantenere, da ricordare. Con la quale giocare nel pensiero, avanti e più avanti ancora. Con cui giocare per sempre, per non lasciarsi mai andare.
E come in un tutti quei sogni così sbiaditi, un personaggio qualunque era apparso, per rubare la scena al vero protagonista. Lentamente, eppur con foga, aveva bussato sul finestrino come se fosse stata la cosa più normale del mondo. Così, come se si conoscessero, come se lei avesse il dovere di parlarle. Come se lei dovesse, di punto in bianco, dar retta a quello sconosciuto con il quale nulla aveva a che fare.
Era lì, accostata al bordo della strada, con la sua macchina che profumava di fumo.
Quando aveva sentito il suono della nocca sul vetro, si era ritrovata a fissare con aria poco convinta la mappa di Roma che appariva sul suo cellulare, guardando minuziosamente il pallino verde che le stava indicando dove fosse. Aveva girato il viso verso lo sconosciuto e aveva di conseguenza corrugato la fronte. Poi, presa un po’ dallo sconforto, un po’ dalla compassione per quel ragazzo con quella così orrenda camicia a righe e capelli cotonati, aveva abbassato il finestrino il minimo indispensabile per ascoltare la sua voce.
- Da che parte vai?
Sentiva la puzza di alcol nella sua testa. Si vedeva da come continuava a muovere le mani, a muovere le parole nella bocca, che non si reggeva in piedi.
Si chiese cosa passava davvero per la testa di una persona quando non riusciva più nemmeno a camminare sulle sue gambe. A prima vista sembrava innocuo, uno qualunque. Uno di quelli con i quali scambi due parole, così, tanto per, e poi lo getti via. Un’altra persona monodose. Era come una bustina di zucchero con due gambe.
- Non vado dalla tua parte. Gli rispose.
Non aveva voglia di scocciature, seppur la cosa la divertiva. Il suo progetto, per quella sera, era un altro. Provare a vivere un sogno, qualcosa che non credeva esistesse davvero più. Buttarsi, per la verità.
- Sei sicura?
- Ne sono certa.
Poi aveva tirato di nuovo su il finestrino. Non era la prima volta che le capitavano cose di quel tipo. Si sa, la gente ci prova. A quell’ora ancora di più. Era pur sempre una ragazza da sola, in mezzo alla strada.
Tornò a guardare il cellulare e si ricordò perché era lì.
Faceva freddo fuori. Nonostante fosse tarda notte, in giro continuava a esserci un traffico che, se non fosse stato per il sole che mancava, poteva essere giorno.
Il lungotevere, lui sì che non conosceva la notte.
C’erano cinque gradi. Più vedeva l’aria uscire dalle bocche delle persone tutte infreddolite che camminavano in mezzo alla strada, più si sentiva viva.
Si sentiva libera più che mai. Sentiva di avere il mondo in mano.
Si guardò intorno, sperando di vedere la persona che stava aspettando.
Vedeva mille facce, ma lui non c’era.
E di lui, per la verità, poco ne sapeva. Era quella la vera comodità di conoscere poco una persona. Era più facile, così, disegnarla come desiderava. Oppure essere presi da quel curioso interesse verso l’inconsapevolezza di quello che si ha davanti. Lui non le aveva dato modo di conoscerlo. Si erano visti poche volte, di cui una di sfuggita. Lei ricordava solamente i suoi occhi neri fissi sui suoi mentre si parlavano, le sue mani in tasca, come se volessero nascondersi, e il suo sorriso, un po’ forzato, un po’ spento. Ricordava di aver avuto l’impressione che all’interno di quell’involucro non c’era nulla. E così si era intestardita, credendo che non fosse possibile che girassero al giorno d’oggi ancora gusci vuoti.
Erano momenti sfuggenti, da prendere al volo. Momenti brevi, anche poco intensi. Era tutto qui?
Si erano parlati poco e si erano detti solamente quello che faceva comodo dirsi. Ma lei, nei suoi occhi, aveva deciso che vedeva qualcosa. Una piccola scintilla, indecifrabile. Si era convinta a restare, per vedere, scoprire e ascoltare. Quella voglia di sapere che quella notte le aveva detto ‘fermati, cercarlo, prova a sentirlo’. Sapeva che l’orario, la situazione e il momento non giocavano dalla sua parte. Eppure voleva disperatamente prenderlo, portarlo via. Voleva offrirgli una dose di pazzia notturna. Una dose di lei. Con la speranza che lui non avrebbe dimenticato. Una dose di se stessa tutta per lui.
Ma lui, dov’era?
Le aveva detto di raggiungerlo lì, e lei si aspettava che da un momento all’altro saltasse nella macchina. Provò a chiamarlo. Il telefono era staccato. Si sentì stupida. Pensò di essere stata presa in giro, credette che lui mai e poi mai sarebbe andato davvero da lei. Se lo immaginava dentro a un locale, a curiosare dentro gli occhi di un’altra, a vincere un’altra scommessa. Lo vedeva giocare con un’altra preda, con i suoi occhi da finto ingenuo, da ragazzo ripulito, per poi ricominciare tutto da capo e iniziare un nuovo gioco. Provò panico e si immaginò vista da fuori, in mezzo alla strada,tutta sola. Sentiva la spina dorsale che si ritirava, sempre più piccola, lei che si piegava sullo sterzo, che si nascondeva, che spariva.
Attimi lunghi una vita.
- Scusa, ne possiamo parlare?
Ancora l’uomo con la brutta camicia. Il suo cuore era sobbalzato, pensava fosse lui. Ancora il ragazzo con i capelli cotonati, a frantumare le sue follie notturne con il suo fare goffo e cafone, con le sue dita unte che lasciavano le impronte sui vetri così puliti.
- No.
Dieci metri più avanti, di corsa, con la macchina.
Decise di aspettare. Una volta arrivata fino a lì non poteva scappare via. Sentiva il cuore sprofondare. La testa che le suggeriva di scappare più velocemente possibile.
Spense la macchina e tirò il freno a mano.
Queste cose, si disse, non portano mai a niente di buono.
Lui arrivò poco dopo.
Aveva un cappello in testa e un parka militare aperto. Sotto aveva una maglietta grigia e dei jeans. Niente maglione. Visto così, sembrava perfetto. Sembrava uscito dal libro perfetto, dal film perfetto, dal sogno perfetto. E non perché fosse poi così bello, ma perché era così adatto. Sembrava che qualcuno gli avesse disegnato tutt’intorno quella situazione, quel momento. Pareva che fosse perfetto all’interno di quella storia. Come se fosse preparato, come se fosse la sua, di storia. Come se non fosse stata davvero lei, così, dal nulla, a chiedergli di vedersi. Sembrava che avesse organizzato tutto lui.
Sorrisero entrambi.
- Hai il telefono che non prende.
- Nel locale non c’era segnale e, tra l’altro, credo di aver dimenticato le chiavi nella macchina del mio amico.
- Cercale, altrimenti aspettiamo che te le porti, non c’è problema.
Poteva essere una scusa per scaricarla, pensò lei. Era certa che ci avesse ripensato, che era un modo per dirle che non poteva, che la cosa finiva così, dopo cinque minuti. Eppure, quando ormai si era rassegnata, salì in macchina.
Le chiavi si erano ben nascoste dentro la giacca, furtive e dispettose.
Quando chiuse lo sportello, il suo profumo combatté alla cieca contro tutto quel fumo, e in un attimo sembrava che nella macchina ci fosse stato da sempre.
Forse era ubriaco. Forse era abbastanza ubriaco da farle pensare che no, non si rendeva conto dove fosse e con chi fosse.
L’aveva guardata e l’aveva riconosciuta, oppure aveva deciso di esser lì solamente per ripiego, per non terminare la sua serata senza un racconto da fare? Senza una nuova soddisfazione da stringere la notte insieme al cuscino?
La baciò quasi subito, quasi prendendola alla sprovvista. Non era un bacio dolce: sembrò quasi che lui si sentisse in dovere di baciarla. Come se seguisse un regolamento, come se fosse un atto dovuto. Come se avesse lì davanti gli occhi un manuale che gli diceva cosa fare e quando.
Lei si avviò sulla strada.
Era come se ci fosse un muro, lì, tra i due sedili. Parole in silenzio, parole prive di senso. Parole senza alcuna immaginazione, distanti. Persone distanti. Toccò con mano la svogliatezza di lui nel parlarle. Forse era imbarazzato. Forse lei era stata eccessiva, esagerata, forse la sua mancanza di regole l’aveva spiazzato.
Oppure, era solamente l’ennesima ragazza nell’ennesima serata. Provò delusione. Si sentì persa. Forse però lui non sapeva davvero cosa dirle, forse non sempre ci si trovava di fronte a una donna che ti viene a prendere alle quattro di mattina e ti riporta a casa. Forse la desiderava, forse voleva conoscerla.
Quando arrivarono, lei accostò. Poche parole, tra di loro, ancora. I sogni di lei correvano tra le sue mani. Ingenuamente, voleva credere che almeno per quella notte sarebbe stato lui l’uomo giusto. Almeno per quei minuti lui poteva essere l’amore di una vita. Correvano i suoi sogni tra le sue mani e la pelle di lui. Correvano veloci e poco silenziosi, quei sogni. Si muovevano abbracciandosi e giocando con la realtà. Il mondo intorno spariva e si allontanava, e rimanevano solo loro in quella macchina che in un tempo indefinito era sembrata così grande. Non era più inverno, era estate. Si poteva ascoltare il rumore del mare, quei respiri che si confondevano, quelle parole che finalmente non erano così vuote.
Quando si slegarono, l’uno all’altra, le tremavano le mani. Quella era la sua storia, finalmente! Il suo sogno a cielo aperto!
Un solo minuto durò quella convinzione.
Poi lui, sorridendo con mille denti e mille sogni, la salutò.
- Un altro buco nell’acqua - si disse lei, svoltando a destra sulla strada.
Intorno non c’era molto. Non sapeva dove si trovasse né perché alle sei di mattina era ancora in giro. Accostò un attimo e guardò lo specchio per vedere se era in ordine. I capelli erano spettinati e il trucco quasi non c’era più. Si sentì nuda. Gli occhi erano arrossati, lucidi. Lui l’aveva vista così? Così riflettente? Anche la pelle sembrava consumata. Era come se quella giornata le stesse mangiando il corpo. Si sistemò i capelli e riprese la corsa verso casa. Non sapeva che percorso fare e decise di affidarsi al suo senso dell’orientamento. Roma, spesso, sembrava un labirinto.
Mentre lui le dava le indicazioni, quelle giuste, lei aveva già smesso di ascoltarlo. Correva veloce la sua mente. Già vedeva quel buco nell’acqua. Già sentiva che lui non solo non esisteva più, ma che non era mai esistito.
Sfiorava con le sue mani, lì nel buio di una notte pronta a finire, le distanze, i silenzi, l'incoscienza di una speranza che muore ancor prima di nascere.
Ricordava storie di grandi amori e grandi speranze, lette nei libri, viste in televisione, ascoltate e raccontate dai suoi amici. Ricordava la ricerca spasmodica di quella scintilla, quasi fosse una missione.
E invece aveva guardato dritto nei suoi occhi e non aveva visto nulla. Un guscio vuoto. Un corpo con un’anima già morta, o forse solamente assente.
Quando lui le diceva di girare a sinistra e poi a destra, lei cercava di ascoltare il suo respiro per renderlo un ricordo da custodire gelosamente nel futuro. Per ricordare com’era parlare con un nessuno, ascoltare un niente. Sentiva la sua voce e la registrava per riascoltarla subito dopo e tutte le volte che avrebbe voluto. Non ci credeva più. Vedeva solamente un mondo vuoto, tutt'intorno.
Un mondo nel quale ogni illusione era svanita, quasi sfiorita. Giocando con le stesse carte che usava lui, l’aveva capito: anche lei faceva parte di quel mondo.
Ogni cosa aveva perso la sua magia. Era come se vivesse tuffandosi di continuo dentro una piscina marmorea priva di ogni taccia d'acqua.
Spinse il piede veloce sul pedale.
Non lo rivide mai più.
Le cose impossibili hanno sempre i loro perchè.
genesi
Se non ci fosse aria, se mancassero le pareti, se svanissero i pavimenti, ti vorrei. Ora, qui. O lì, senza importanza di luoghi. Di dove. Di perchè. Ti vorrei. Sei. Carta vetrata. Nella mia testa. Ti voglio. Scoprendo i tuoi occhi. I tuoi profumi. I tuoi pensieri. La tua mente. Avvicinati. Ti voglio. Ora. Subito. E. Ancora.
lagenesi
Le distanze si misurano in pensieri, non in chilometri.
lagenesi
Passano, le parole. Passano tra noi, silenziosamente. Passano e continuano a passare, vittime di questo tempo sterile. Sete. Contatto. Pelle su pelle, odori mai ascoltati, voci mai sentite. Passano e sgretolano le voglie, sparse come cenere consumata sul tappeto appena spolverato. Il dovere. Passo dopo passo, percorrendo linee parallele. Un sorriso. Ancora parole, frasi, lettere accumulate. Suoni. Ancora suoni. Alla ricerca della musica da comporre. Giusta, sbagliata. Ancora unica. Solitudini alate, le nostre. Schiantate contro platani in fiore. Le foglie coprono la strada da percorrere mai, senza scarpe e senza piedi. Respiri. I nostri, a distanza, ancora sconosciuti. Ancora insapore. Già ferite. I fili che passano, uniscono, spezzano. Scuciti. Con aghi ancora da trovare.
lagenesi
Spesso, l'unico modo che si ha per amare una persona è non far mai parte della sua vita.
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Generazione senza futuro
Quello che manca alla mia generazione è il futuro. La voglia, la capacità, l'aspettativa di sognarselo tutti i giorni, costruendolo, passo dopo passo, un futuro in cui valga veramente la pena vivere, ma soprattutto essere. E la cognizione dell'essere si è frantumata in mediocri transizioni da un niente a un mai, reputando il solo fatto di respirare una vittoria assoluta e non una scontata acquisizione evolutiva.
La mia generazione non crede nelle prospettive, nella forza dell'andare avanti per scelta, e non per inerzia. La mia, di generazione, passa la sua vita a guardarsi indietro, a venti come a trent'anni, forse anche a quaranta, rimpiangendo quello che è stato, nascondendosi dietro alibi convenienti e nemmeno ben sapientemente studiati, per poter accettare quelli che oggettivamente dovrebbero essere fallimenti come scommesse mai fatte, giochi, ma anche divertenti e alternativi passatempi.
La mia è una generazione che nuota nel caos ma ha paura della tempesta, una generazione che non concepisce l'importanza del porto e della terraferma, perché ha dimenticato che il peso dell'ancora è non solo sicurezza, che nelle radici è l'essenza antica di una vita migliore, saggia, con occhi che si spingono oltre e oltre ancora il confine del mare.
La mia, di generazione, parla di famiglia e di progetti come se fossero combinazioni da vincere al lotto, e non duri obiettivi da raggiungere con devoto sacrificio, lanciandosi nel buio con la credenza di atterrare su entrambi i piedi.
La mia generazione non riconosce responsabilità, perché tutto è interpretabile, tutto è relativo. Perché le scelte più difficili è meglio lasciarle agli altri, e non doverne rispondere in nessun caso. I rapporti umani sono solamente degli artefatti usa e getta, limitati a unità di misura temporali precise, perché il donarsi non è un dovere, e se non c'è dovere non ne sussiste la possibilità, ma l'avere è un diritto, e quindi legittimo e opportuno.
La mia è la generazione senza futuro, perché del futuro alla mia generazione non importa proprio niente.
Abissi
Nella pioggia.
Un uomo è fantasma, assediato da se stesso.
Le mani non smuovono i capelli, appesantiti come legno di quercia.
Le palpebre spalancate, ferisce il bruciore inascoltato degli occhi.
Coi sogni frantumati, lacerato dalla scelta subita.
Perso lo sguardo nel cielo corvino.
Immobile sulla strada, aspetta la sua notte.
Poi il suono sordo dell'addio.
E tutto diventa buio.
Nella stanza lontana.
Una donna è ombra sul letto dei suoi silenzi.
Una mano sulla schiena, pelle di uno e centomila uomini.
Fuori, nulla da sentire.
Dentro, l'anima fugge, urlando disperatamente sempre le stesse parole.
- Chissà lui dov'è...chissà lui dov'è...
Università deserta. Quando lavorare durante le feste non è un optional. #architecture #building #university #neuroscience #city #buildings #skyscraper #urban #design #minimal #cities #town #street #art #arts #architecturelovers #abstract #lines #instagood #beautiful #archilovers #architectureporn #lookingup #style #archidaily #composition #geometry #perspective #geometric #pattern (presso Facoltà di Psicologia)
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