Ho un tipo di scrittura complicato.
Penso che il proprio modo di scrivere, e quindi di esporre, sia una cosa completamente soggettiva e che rispecchi enormemente la persona.
Con questo non voglio dire che io sia chissà che complicazione di ragazza, ma ho un modo tutto mio di pensare, come se tutto fosse una costante arringa. Una critica che è stata rivolta al mio stile è stata: "Tutto viene troppo spiegato e non mostrato". Ed è vero: con le descrizioni faccio schifo, sono anche le parti che salto sempre nei libri. Me ne vergogno, ma è così: forse è per questo che non sono mai riuscita ad andare oltre il capitolo degli Uruk-Hai de Il Signore degli Anelli. E giacché non riesco a descrivere, tendo a spiegare ciò che scrivo, perché sì, ho bisogno di rendere leggibile quello che esce dalla mia penna perché a volte sembra troppo complicato anche per me. Forse per questo ai temi scolastici prendo buoni voti, quando si tratta in particolar modo di scrivere un saggio breve: devo arringare, devo spiegare. I temi liberi non mi piacciono, sono troppo vaghi, troppo personali, rischierei di non farmi comprendere.
Esattamente come penso che accada con il mio romanzo. Certe volte mi chiedo perché mi sia accinta a intraprendere una trama dai divagamenti introspettivi così complicati da aver bisogno di particolare attenzione. Spiegare quella particolare azione e cosa l'ha indotta: probabilmente è troppo semplice così. Dovrei abbandonare la fredda mente dell'arringatore e lasciare che quella di scrittore si insinui in me: lo scrittore non ha bisogno di dar spiegazioni a ciò che scrive, è forse questo il segreto? E' l'eterna lotta tra il sentimento e la razionalità, tra tema libero e saggio breve, tra la facoltà di Lettere o quella di Fisica da scegliere all'Università.
O probabilmente basterebbe farsi meno pippe mentali su altri personaggi, dato che le mie sono già abbastanza.
Che poi rileggendo questo post non so nemmeno io cosa abbia voluto dire. Questa volta l'arringatore è rimasto senza parole.
"...quando vide Pompeo che presidiava il foro, in alto, come in un accampamento, e tutto in giro le armi che splendevano, si confuse, e diede inizio a fatica al suo intervento, tremando da capo a piedi e con la voce alterata..."
(Plutarco, Vite parallele. Cicerone, 35, 5)