Io combatto, ma i loro contrattacchi sono micidiali. Cit. Wolfiegum
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Io combatto, ma i loro contrattacchi sono micidiali. Cit. Wolfiegum
Mogeko Castle 1 ITA + Bad End 0 inatteso!
Primo gameplay, abbiate pietà!
Non riesco più a guardarmi allo specchio, vedere un volto senza sorriso non ha senso. Tutti intorno a me sembrano felici e ciò fa male, molto male. Non perché voglio la tristezza di qualcuno, ma perché non posso dire "Io sono come loro".
A volte mi sento donna, a volte mi sento maschio. A volte mi viene voglia di essere una principessa, a volte di essere una mendicante. Sono fatta così e solo coloro che mi accettano riescono a starmi accanto.
Sono una di quelle persone che urla e strilla quando si trova da sola, ma che diventa solare non appena si trova con qualcuno. Quel falso sorriso felice che non riesco a togliermi dalla faccia. Fingo talmente bene che nessuno si accorge di niente. Non so se considerarmi ipocrita, stupida o semplicemente umana.
Hey, io sono una ragazza brasiliano, ma amavo il suo tumblr. E 'bello tutto qui! :3 *-*
Ciao :3 Mi fa molto piacere e sono contenta per te! Anche a me piace il tumblr :3
Capitolo Otto – In Principio era Solitudine Era più facile rispondere alla domanda “Parlavo con un amico immaginario. Sai, quello che abbiamo da bambini”, piuttosto che rispondere “Sì, mi piaci. Insomma, se sorrido quando sento il tuo nome, un motivo ci sarà no?”. Infatti rimase impalata e lo vedeva avvicinarsi sempre di più. Il cuore le batteva forte e d'istinto chiuse gli occhi ed il motivo lo sapeva fin troppo bene. Si aspettava un bacio. Un singolo bacio che le facesse scordare ogni cosa, specialmente il Simpaticone che, piano piano ed accennando una punta di un sorriso, si dileguò come tutti gli altri amici immaginari. Le aveva confessato una cosa, le aveva detto di provare qualcosa per lei, ma come poteva tutto ciò essere vero se era frutto di una fantasia? La confusione nella sua testa era veramente troppa e continuò ad aspettare quel bacio che non riuscì a raggiungere le sue labbra. - Allora? - La voce di Fabrizio le trapanò un orecchio. - Mh? - Piano piano riaprì le palpebre, riuscendo nuovamente a vedere quegli occhi che non vedeva da tempo, ormai. Fece un passetto indietro, in silenzio, mentre la testa di abbassava per andare a guardare il pavimento di quel posto all'aperto. Il respiro era affannoso: come poteva rispondergli? Il mondo le girava e avrebbe tanto voluto portarsi le mani intorno alle tempie ed urlare, sfogarsi in questo modo e crollare a terra sbucciandosi le ginocchia magari. Ma non lo fece, l'avrebbe presa per pazza. Fabrizio sospirò e si avvicinò nuovamente a me. Si inginocchiò e guardò in alto, verso il suo viso. Una goccia gli cadde sul naso, proprio sulla punta ed accennò un piccolo sorriso, dolce, ma che faceva trasparire tanta bontà. - Scusa.. forse sono stato troppo aggressivo. - Amaya piangeva. Si sentiva come se tutto e tutti fossero contro di lei, contro il suo essere ed in qualche modo la stavano punendo. In verità, nessuno ce l'aveva con lei, ne tanto meno la stavano punendo: erano cose che succedevano e lei non poteva farci assolutamente niente. Alcuni rumori si levarono dal giardinetto della scuola, sul cortine ed alcune macchine si allontanarono lentamente. Il ragazzo sospirò, vedendo come le palpebre di Amaya si stringevano ancora di più per non vedere, per trattenere le lacrime, e si rialzò velocemente per portare una mano sopra la testa della giovane. L'accarezzò un pochetto, dolcemente e per rassicurarla, e poi si voltò pronto ad andarsene. I passi si sentivano distintamente e la ragazza non capiva come mai non l'avesse sentito arrivare, prima. Eppure non ha un passo delicato di una farfalla, o era una sua impressione? - Sì. - Il ragazzo si bloccò, proprio come Amaya fece prima. Poi, venne quasi fatto cadere da lei stessa che, in preda alla vergogna, alla solitudine ed al tremore che aveva, se ne andò via correndo e si fece largo tra la folla per arrivare alle scale, scenderle e correre via in infermeria accusando un veloce e timido: - Mi gira la testa, vorrei tornare a casa. - Con tanto di lacrime che scendevano. In effetti era vero, si sentiva male ed il volto era rosso. La mandarono a casa e se ne stette in camera sua per due giorni. Due lunghi giorni in cui non ricevette nessuna visita. Era come essere tornati ai vecchi tempi dove, nessuno, le parlava o le stava accanto. A cosa era servito entrare in una scuola come quella, a realizzare parte del suo sogno, se tutto tornava ad essere come prima? Se lo chiedeva spesso in quelle due giornate e si accorse di non aver mai più continuato a scrivere sul proprio diario. Non ne aveva voglia. Non riusciva ad alzarsi dal letto se non per mangiare o bere o altro. Tutto era bloccato. Tutto era solitudine. In Principio era Solitudine. Era sempre il principio della solitudine, lo notò soltanto quando i due giorni passarono e riuscì a tornare a scuola. Suo padre era preoccupato, ma si fidava di sua figlia e quando lei gli disse di stare bene, la lasciò andare volentieri. Non doveva fare molte assenze, dopotutto. Camminava per strada, in silenzio, con quel suo rito delle labbra e la gente sembrava non notarla nemmeno, come ogni volta del resto. Ma in quella giornata, in quelle giornate, sentì tutto ciò molto più forte rispetto alle altre. Che fine avevano fatto i suoi amici immaginari? Ed il Simpaticone? L'amicone di turno che prima si dichiara e poi molla? Ma forse era solo un bene: come mai avrebbe potuto rispondere? Si portò le mani in tasca e le cuffiette la isolavano dal mondo intero fino a che una venne tirata, trascinando con se anche l'altra cuffietta ed il telefono preso appena in tempo dall'abbraccio con la terra da... - Ehi, ciao. - Fabrizio. Beh, un'entrata così si poteva benissimo immaginare, degno di un tipo che riusciva a comparire nei momenti meno opportuni e magicamente. Amaya rimase bloccata con la schiena ricurva, era pronta a prendere il telefono, e lo guardava. Lo guardava con la fronte corrucciata, il sole le dava parecchio fastidio, e passò lo sguardo sul palmo della mano di lui che, a mezz'aria, la salutava. C'era un accenno di un sbucciatura. - Che ti è successo? - La curiosità sovrappose l'imbarazzo e tutto ciò che era successo. Fabrizio si portò la mano di fronte alla faccia, curioso anche lui. - Ah, qua? Niente, due giorni fa sono caduto a terra ed ho strisciato con la mano. Niente di che, dopotutto. - E sorrise. Lei no. Era stata lei, lo aveva capito benissimo. Sbuffò e, con uno strattone, si riprese ciò che era di sua proprietà facendolo scivolare dentro una tasca. Poi si voltò e riprese la sua strada lasciando Fabrizio indietro. - Come mai sei qui? - Ma continuò a parlargli. Sentì lo sguardo del ragazzo dietro le sue spalle che la fissarono e riuscì a vedere, metaforicamente parlando, il suo sorriso giocoso sul suo volto. Alcuni passi la raggiunsero velocemente e si fermarono al suo fianco. - Mi sono informato sul tuo indirizzo, volevo vedere come stavi e se oggi tornavi a scuola. Sai... dopo ciò che è succ.. Ehi! - La mano di Amaya raggiunse il suo petto e si fermò, costringendo a fermare anche lui. Si guardarono per un momento e lei, ridacchiando appena appena, si coprì la faccia dal sole. - Mi stai dicendo che sei venuto qua per due giorni? - Non c'era altra spiegazione, altrimenti come poteva sapere che sarebbe tornata proprio in quel giorno? Non ricevette risposta se non un piccolo e timido imbarazzo nell'aria e sbuffò, ridacchiando fra se, riprendendo la propria strada. Fabrizio si era come sciolto di fronte a quel suo modo di fare, ma si ricompose e la raggiunse camminando indietro. - Beh, volevo assicurarmi su alcune cose, te l'ho già detto. - Si prese in pieno un'occhiataccia da Amaya. Sembravano due amici che si conoscevano da tanto, non sentivano quella vergogna che c'era stata due giorni prima e tutto ciò era molto strano. - Senti, volevo chiederti una cosa. - L'ennesima fermata e l'occhio rigido della ragazza andò a vedere l'ora sul proprio telefono che, tatticamente, venne tirato fuori tirando i fili delle cuffiette a penzoloni. - Veloce, altrimenti faremo tardi a scuola. - Fabrizio annuì. - Sei libera.. diciamo... fra una settimana esatta? - Amaya sgranò gli occhi ed un rosso tenue le colorò le guance. Nel frattempo, alcuni studenti, stavano passando in mezzo a loro come un fiume in piena e dovettero muoversi un poco per riuscire a parlare nuovamente. - Come, scusa? - Mostrò l'orecchio, un po' per prenderlo anche in giro, ma aveva capito benissimo. Le serviva tempo per pensare e metabolizzare ogni cosa. - Hai capito, avanti. - Amatia sospirò. - Non lo so. Ma perché? - Questa volta fu l'altro a sospirare. - Facciamo così, ti lascio il mio numero. Te, intanto, ci pensi e mi fai sapere. - Si inginocchiò a terra e cominciò a frugare dentro lo zaino per cercare un foglio di carta ed una penna, la cosa più importante. La ragazza, piano piano, tirò fuori il cellulare istintivamente e lo lasciò in mano ed in bella mostra, come se gli stesse dicendo “Ehi, idiota, esiste il telefono”, ma lasciò correre e si divertì nel vederlo comportarsi in quel modo tra una grattata di capo ed uno sguardo in borsa. Allungò il collo per guardare meglio e vide della carta stagnola, forse conteneva del cibo, un astuccio malandato, dei libri e quaderni e... basta. Niente diario, niente di particolare o rilevante. Arricciò il naso, aspettandosi forse qualcosa di strano, data la persona e quando Fabrizio tornò in piedi e con un foglietto, cominciò a guardare più spesso lo zaino aperto. Aveva il timore che venisse rubato. - Ecco. Hai una.. - Le mostrò l'indice. - … settimana. Dopo di che verrò a cercarti e ti rapirò. - La giovane sgranò gli occhi, compiendo un passetto indietro che quasi la fece inciampare su una ragazza. Ma cosa stava dicendo? Rapire? Era per caso un maniaco e lei non lo aveva capito? - Ok.. - Guardò il biglietto e lo prese delicatamente e senza toccargli le mani. - Ho capito. - Accartocciò il foglietto intorno al cellulare e se lo mise in tasca. Nel frattempo, l'ombra di Fabrizio cominciava a muoversi ed ad allontanarsi. Così, Amaya, si affrettò a chiedergli. - Aspetta! Ma perché mi hai chiesto questo? - E lui, girandosi e continuando a camminare, rispose allargando le braccia. - Perchè io ti piaccio, Amaya! - Cominciò a ridere, correndo poi verso la scuola e lasciando lei nella più completa vergogna nel bel mezzo di un sacco di persone che la guardavano. Si raggomitolò nelle spalle e giocò molto con il vestito che aveva, viola e con le tasche, ma più di tutto giocava con quel pezzetto di carta ormai umidiccio di sudore. E quando tutti se ne andarono, lei si sentì di nuovo sola. In fondo: in principio era solitudine.
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Capitolo Sei – Festa nel Proprio cuore Amaya non si rendeva ancora conto di ciò che era successo e continuò a procedere diritta di fronte a se. Si sentiva bene, si sentiva qualcuno. Forte e potente, una ragazza che poteva tutto, una persona capace di qualsiasi cosa. Ma quando arrivò al campanello di casa della nonna, un senso di vuoto le si aprì dentro. << Come ti senti, adesso? >> Dall’altra parte del portone, fatto con un vetro abbastanza sporco, c’era il giocherellone che, con fare beffardo ma serio, le parlava. Lei riusciva a sentirlo ed alzò gli occhi verso di lui, mentre una lacrima le scendeva sul volto. - Non capisco... - Disse a bassa voce. Perchè piangeva? Perchè si sentiva in colpa, triste, se si sentiva anche bene con se stessa? Erano cose che non riusciva a capire e quando sua nonna, dal citofono, le urlò: - HO DETTO CHI E'?! - Si riscosse e tornò coi piedi per terra. Si asciugò quella lacrima con il dorso della mano e, sfoggiando uno dei suoi soliti sorridi un po' tirati, aprì il portone e salì le scale di corsa. Pronta ad abbracciare sua nonna e andare avanti con la giornata. E la giornata passò. La ragazza morta? Svanita. La litigata? Evaporata. Ma quando tornò a casa e si mise sotto le coperte, beh, sentì di nuovo quel calore che le piaceva tanto e pensò che la coperta la stesse abbracciando. La stesse cullando. E divenne triste, pensando solo in quel momento alla giovane e a lui, a quel ragazzo che in giornata le aveva salvato la vita. - Dovrò sdebitarmi... - Sussurrava fra se, mentre accanto a lei, sul letto, se ne stava seduto il tizio invisibile che, ogni tanto, spuntava dal nulla. Le accarezzava i capelli, dolcemente, con il suo solito sorriso giocondo. Ma lei non sentiva la carezza. << Si, dovresti. >> Lei sorrise, pensando che per una volta, il suo ragazzo invisibile, è stato gentile. - E cosa dovrei fare? - Tra una domanda e l'altra, tra il calduccio e il sonno, si lasciò cullare dalle braccia di Morfeo. E il giovane uomo invisibile? Qualche altra persona del gruppetto potrebbe dire di averlo visto calarsi, inginocchiarsi e baciare sulle labbra la dolce ragazza che, mugolando, sognava. Il giorno seguente non fu speciale e anzi, fu abbastanza noioso. Come se lei non avesse mai iniziato quella scuola dove, quasi tutti in classe, erano più giovani di lei. Il sole si annunciò, tramontò, ed eccola ritornare a scuola con abiti abbastanza normali questa volta. Una maglietta più pesante dell'altra volta, in quanto il tempo era peggiorato, più cupo, abbastanza larga e lunga da coprire il fondoschiena e metà dei pantaloni a zampa di elefante. I capelli, tenuti in su con una coda di cavallo, le ricadevano morbidi sulle spalle e qualche ciocca, molto ribelle, le incorniciava il volto un po' stanco. Risvegliarsi la mattina presto e andare a scuola era sempre un trauma, nonostante le sia già successo. Il bus pieno che, quel giorno, si fermò poco lontano dall'incidente, era affollatissimo. Le persone parlavano dell'incidente appena successo e, mentre scese dal mezzo, si soffermò di fronte al piccolo santuario creato per la ragazza. Fiori, foto, peluche e.. Lui. Il giovane dell'altra volta. Lo guardò in silenzio, piegando appena la testa. Lo vedeva assorto nei propri pensieri e non voleva disturbarlo. Voleva sì chiedergli scusa, dirgli che non doveva comportarsi in quel modo e ringraziarlo, ma non le sembrava il momento. - Visto? Che ti dicevo.. stavano insieme.. - Amaya si voltò verso le voci che, in mezzo alla mandria di persone, spiccavano più in alto rispetto ad altre parole, ed anche il giovane si voltò. Lei, per quanto avesse gli occhi sgranati e le braccia tremanti, non disse niente e si mescolò fra la folla. O meglio... Gli passò vicino. Disse un: - Mi dispiace.. - Sottovoce e scomparì, lasciando il giovane voltarsi ancora una volta, confuso. Le dispiaceva, si, e durante le lezioni ci pensò molto. Aveva fatto la stupida ed adesso capiva il perché di tutto ciò, il perché della reazione del giovane. Non seguì molto i professori, ma pensò. Semplicemente. Cosa fare, adesso? Come comportarsi? Non lo sapeva. Come poteva presentarsi di fronte a lui e chiedergli scusa? Alla fine, secondo le voci ed il comportamento suo, quella ragazza era la sua fidanzata. Lei poteva morire investita come lei. Lui l'aveva salvata. - Che confusione.. - Disse, tra uno sbuffo e l'altro, senza farsi sentire dai professori. Incrociò le braccia sul banco e chiuse gli occhi, coperta dagli altri compagni che leggevano. Doveva fare mente locale, doveva decidere senza ripensamenti. E quando la campanella suonò l'intervallo, senza aspettarselo, una ragazzina si presentò al suo banco. O meglio, una compagna. - Ehm... Amaya? - La nostra ragazza la guardò, stranita. Aveva i capelli biondi, ma sembravano abbastanza sporchi da due giorni. Piatti. Ma gli occhi erano qualcosa di veramente bello... Non si era mai soffermata a vedere i dettagli dei propri compagni. - Si? - La bionda indicò la porta. - Ti cercano. - Rispose, con la sua vocina abbastanza petulante. Amaya voltò la testa e deglutì, rimanendo incantata per un paio di secondi. Fabrizio fece un cenno con la mano per salutarla insieme ad un mezzo sorriso. - Disturbo? - Lei scosse il capo e, con le gambe tremanti, si alzò. Fece con assoluta calma, in fondo non la rincorreva nessuno e quando arrivò da lui, egli prese e cominciò ad avviarsi in silenzio. Un po' titubante decise di seguirlo, guardando la sua schiena con un sopracciglio alzato. E quando si allontanò, sentì la classe borbottare. Camminarono un bel po' prima di raggiungere un angolo di giardino abbastanza coperto e indisturbato. Amaya si strinse a se, si abbracciò, e quando riuscì a vedere gli occhi di Fabrizio, beh, ci rimase leggermente male. Erano gonfi, quel classico gonfiore di chi non dorme la notte ed è stanco, veramente stanco. Il suo viso era tirato. Deglutì di nuovo e tremò. - Hai freddo? - Scosse il capo e lo abbassò, guardandosi la punta delle scarpe. - Dovevi dirmi qualcosa? - - Sì. - Pochi scambi di parole e fine, silenzio più assoluto se non per le grida ed il vociferare delle persone. Un minuto. Due. - Il tempo stringe. - Amaya alzò gli occhi e riuscì a guardarlo, più infastidita rispetto a prima. La ricreazione non durava in eterno e non voleva avere pochi secondi per mangiare qualcosa o andare in bagno. - Si, hai ragione. - E di nuovo zitti. Un minuto. Amaya scrollò le spalle e fece gesti con le mani, come per spronarlo. - Allora? - << Si, brava. Chiedigli scusa in questo modo. >> Ed ecco il giocherellone che spuntava nei momenti meno adatti. Se ne stava dietro il giovane Fabrizio e sorrideva maliziosamente. Gli occhi della piccola donna andarono oltre il silenzioso ragazzo che, con tutta risposta, aggrottò la fronte e si voltò per guardarsi le spalle, non vedendo nessuno. E quando tornò a guardare Amaya, beh, ridacchiò un momento. - Sei strana. - Gli occhi grandi di lei si tuffarono nei suoi e si rannicchiò. - Per niente. Guardavo solo una cosa. - Sorrise appena, però, sentendo la sua piccola risata. - Non capisco come fai a ridere avendo appena ricevuto un lutto. - Un tuono si fece sentire. Il buio cadde. Il silenzio pure e la campanella suonò. Si pentì subito di aver parlato. Si era sentita troppo libera di farlo, come se fosse stata una frase come un'altra, ma non era così. Si morse forte il labbro, sbiancandolo e sospirò. - Scusa, non volevo.. - Il ragazzo teneva gli occhi bassi, tristi. Le mani tremanti a formare un pugno. - Non era la mia ragazza. - Sbottò subito. Ed Amaya rimase un momento perplessa. - … sei sicuro? - << Che domanda idiota... >> Ed infatti lo era. Troppo ingenua come ragazza. Troppo se stessa. Troppo poco. Fabrizio la guardò per un istante e poi scoppiò a ridere, mentre entrambi non badarono alla campanella suonata poco fa. - Mh? - Non capiva perché rideva. - .. Perchè ridi? - E lui rise ancora più forte. - Sei strana! Ahahahahahahah! - Si portò anche una mano sulla fronte per reggere la testa che, in avanti, sembrava penzolare. Ma lei non capiva, ma le venne lo stesso da ridacchiare. Per finire, poi, a ridere insieme a lui. Il ragazzo invisibile, invece, se ne stava sopra una piccola sieda messa male poco lontani da loro. Li guardava. E guardava come ridevano. Sorrise. - Ti ho detto che non sono strana... - - Si che lo sei! Guardi il vuoto, pensi che lei era la mia ragazza quando invece era la mia vicina di casa.. - Amaya, tra una risata e l'altra, tra una sorpresa e l'altra, arrossì. - E sai la cosa più strana qual'è? - Scosse la testa. - Che questa tua stranezza mi piace. Addirittura sento la tua voce quando non ti vedo. - E le risate continuarono. Almeno dalla parte di lui. Invece, Amaya, si zittì di colpo e aggrottò la fronte, rossa in volto e con il cuore che batteva forte. Se non lo avesse conosciuto da poco, l'avrebbe presa per una dichiarazione d'amore. << Non montarti la testa. >> - Shht.. - - Cosa? - - Niente.. - Il ragazzo sorrise dolcemente, ridacchiando ancora, mentre Amaya abbassò la testa per guardare a terra, maledicendo il tizio che solo lei poteva vedere. - E comunque, grazie. La tua stranezza mi fa ridere. Mi fa pesare meno il lutto. - Sorrisero entrambi. - Beh.. allora... è un piacere.. - Si guardarono e sorrisero, mentre da alcune finestre, due insegnanti, si sbracciavano per chiamarmi e quando entrambi li sentirono, si ricordarono della scuola e della campanella, si sentirono in imbarazzo. - SE NON TORNATE IN CLASSE, VI PRENDERETE UNA BELLISSIMA NOTA! - - Arriviamo! - Urlarono entrambi. Il giovane cominciò ad incamminarsi, sorpassando Amaya che si voltò e guardò la sua schiena. Perchè sentiva l'istinto di toccarla? - Ah, un'ultima cosa. - Il giovane si fermò senza voltarsi. - Cosa? - La voce di Amaya si era addolcita, non sembrava più acida come prima. - La tua stranezza non ti giustifica per gli atti sconsiderati. - Lei sgranò gli occhi e si morse il labbro. - Non fare mai più una cosa del genere. Non capisco perché sei scappata, l'altro giorno, ma non dovevi rischiare. Per favore... - Il suo tono era dolce, preoccupato, troppo semplice per un ragazzo dall'animo giocoso come il suo. Lei annuì, mentre il giocherellone si mise accanto a lei per guardarla con occhi socchiusi, per poi scomparire. - Non lo farò più.. promesso.. E grazie. - Avrebbe voluto dire il motivo del grazie, ma c'era veramente un motivo? Uno solo? O forse più di uno? Si portò una mano al cuore e sorrise, mentre Fabrizio riprese a camminare per tornare dentro l'edificio. Lei restò ancora un po' di tempo là, ferma, in mezzo all'erba e alla terra umida che, pian piano, venne bagnata dalla pioggia. E lei fu felice di restare sotto l'acqua e prendersi una nota sul registro. Sorride in maniera sincera. Sentire uno strano calore in petto. Si sentiva diversa. Il cambiamento andava avanti.
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Capitolo Cinque – I segni del cambiamento Le labbra di lui si mossero, lei non sentì niente, ma capì perfettamente: "Perchè?". Il fiore, rotto, non venne più raccolto da Amaya. Un fiore, per un incontro. Questo è ciò che richiese il famoso destino ai due ragazzi. O meglio, a lei. Le campane la fecero smuovere dall'incanto, facendole sentire di nuovo la confusione provata il giorno prima, proprio quella a cui non stava pensando. D'istinto mosse qualche passo indietro velocemente, colpendo una signora non abituale del piccolo supermercato. Si voltò subito per poter chiedere scusa, o almeno questo era il piano. Si diceva "Adesso chiedo scusa e la saluto", "Adesso chiedo scusa e sento come sta la signora".. e invece no. Non fece niente di ciò che pensava. Con uno scatto, evitò di nuovo qualche persona che camminava a pochi passi da lei e cominciò a correre, rischiando di inciampare su un paio di scalini per colpa di una strada malmessa. Un po' come era in quasi ogni strada in cui abitava. Da dietro, sentì delle urla, mentre il mondo intorno a lei si muoveva velocemente, non lasciandole spazio ad osservare cose e persone. - FERMATI! - Il tono di voce era talmente alto da far girare il volto di Amaya per vedere il ragazzo, che, la stava inseguendo, veloce. Molto veloce. Gli occhi si appannarono, cominciarono a buttare fuori lacrime su lacrime, non facendole vedere il volto del giovane, ma solo le forme che egli possedeva. E, oltre ciò, non le fecero vedere la strada per bene, finendo per inciampare, ritrovarsi, così, direttamente catapultata sulla strada. Ginocchia e palmi delle mani vennero strusciati violentemente contro l'asfalto. Aveva semplicemente mancato il marciapiede con un piede, solo questo. Una cosa stupida ed imbarazzante per molti, ma non per lei in quel momento. Un piccolo urlo si levò nell'aria, tacendo una volta che impattò a terra, trovando a poco a poco la forza di rialzarsi poco dopo. Si fece forza con le braccia, scuotendo la testa e non pensando più al giovane che, ancora, urlava. E no, non urlava più "Fermati", ma qualcos'altro, qualcosa che Amaya sentì solo dopo il suono di un clacson. Guardò, infatti, in direzione del suono molto confuso, si strusciò gli occhi con un palmo, sentendo bruciare le ferite e sporcandosi con un po' di sangue un occhio. Si tolse l'acqua salata da lì e quando riuscì di nuovo a vedere, venne presa di forza e sbattuta di nuovo contro l'asfalto, questa volta verso il marciapiede con addosso Fabrizio. La prese per una spalla, portando una mano dietro la sua nuca e così la protesse, mentre le due macchine passarono continuando a suonare. Corsero via ed Amaya tenne gli occhi chiusi, tappandosi la bocca non appena non si sentì più presa da ogni parte. Si, aveva urlato, aveva avuto paura. Tanta paura e solo quando comprese tutta la faccenda cominciò a tremare. Il ragazzo la strinse per un po', mentre lei riprese a piangere, in silenzio. - ... - Nessuno parlò, ma qualcosa fecero e soprattutto, sentirono. Per un attimo, entrambi si sentirono protetti, si sentirono al caldo e finalmente, come per incanto, sentirono di appartenere a qualcosa di grande. Neanche loro sapevano spiegare bene cosa e sinceramente, neanche io stessa che sono la narratrice della storia di Amaya so definire bene il perchè del tremolio che le loro anime e i loro cuori ebbero. Pian piano, la presa su di lei del giovane si allentò sempre di più e quando i due tornarono a guardarsi in faccia, la nostra protagonista vide come l'incanto di tutto ciò fosse finito con la sua espressione seria. Con i suoi occhi lucidi, grandi, con le sue labbra serrate.. Si alzò, facendole sentire di nuovo l'aria sul suo corpo e non il peso di un umano. Fece attenzione a non schiacciare la gamba di Amaya che stava in una posizione poco piacevole e, quando fu di nuovo in piedi, non le allungò la mano per aiutarla. La guardò, e poi parlò. - .. Tu. - Lei tremò per un secondo, cercando di non guardarlo negli occhi troppo a lungo. Perché era scappata? Perché? Bastava solamente un “Ciao” oppure andarsene con disinvoltura. No, dovette fare una cosa stupida ed infantile, richiamando l’attenzione su di se ancora una volta, non pensando a Fabrizio e ai suoi sentimenti. Almeno questo è ciò che pensava Amaya in quel momento, sentendosi egoista e rivedendo, di fronte agli occhi, l’immagine di lui sopra la ragazza del giorno prima. - Perché? Perché sei fuggita in quel modo? Cosa diavolo ti ho fatto? – Esatto. Perché, Amaya? Eri scappata perché ti vide parlare da sola o perché pensavi che ogni persona che incontravi si faceva, prima o poi, del male? La seconda? - Io.. – Si morse il labbro, rialzandosi con le forze che aveva e ripulendosi per quel che poteva, sporcandosi solo di sangue ormai quasi secco al contatto con l’aria esterna. - Io non lo so.. – Non voleva dire la verità, non voleva farsi prendere, come tutte le altre volte, per pazza. - Aspetta un attimo… - La giovane alzò lo sguardo verso di lui che, nel frattempo, allungò una mano verso il suo volto per toccarle una ciocca di capelli socchiudendo gli occhi. - Tu sei quella che parlava da sola.. – Sgranò gli occhi, muovendo qualche passo indietro e tornando, così, sul marciapiede e senza inciampare, miracolosamente. La bocca si serrò, la gola si seccò e le campane, di nuovo, cominciarono a suonare scuotendo entrambi i giovani. Un’altra macchina corse via, alcune mamme richiamarono i propri figli, lontani, per tornare a casa e loro due, invece, rimasero imbambolati a guardare in direzione della chiesa, del rumore assordante. Il cellulare di Amaya squillò, ma lei non si mosse per prenderlo e anzi, senza dire una parola, ne approfittò della disattenzione del giovane per voltarsi e andarsene camminando come se niente fosse. Ovviamente tutto inutile. Lui si voltò di scatto e le strinse il polso, mentre lei continuava ad andare, facendo forza per tirare a se il braccio preso. - Non abbiamo finito di parlare! – Voleva chiarire la situazione. - Invece si. – Il tono di voce della giovane era insicuro, ma allo stesso tempo deciso in ciò che faceva. - Vorrei solo capire perché sei scappata in quel modo vedendomi, rischiando di morire! – Fabrizio quasi urlò e lei si strinse nelle spalle, deglutendo. All’improvviso, in preda ad uno scatto di rabbia, si voltò verso di lui indicandolo con l’indice dell’altra mano e gli andò vicino al viso. Per un attimo, sentì la mano dell’altro tremare. I loro sguardi si incrociarono ancora una volta, proprio come le ombre che, in quel momento, sembravano formare una coppia in preda ad un bacio quasi disperato. Le apparenze ingannano. - Non ti avvicinare più a me. – Rimase interdetto per il comportamento di Amaya, compresi i suoi amici evanescenti che apparvero dal nulla per osservare la scena. Non si era quasi mai rigirata in quel modo con qualcuno, come se stava accusando Fabrizio delle disgrazie di quei giorni. Lui mollò la presa e lei tornò sui suoi passi, dimenticandosi della pianta, non accorgendosi nemmeno del tono di voce usato: accusatorio, violento quasi. Più si allontanava e più al giovane sembrava sgretolarsi, una ragazza che si stava creando, piano piano, un muro sopra ad altri muri. Una ragazza con un carattere talmente volubile da non far capire che tipo sia. Si morse il labbro con forza e si sedette sul marciapiede, lasciando perdere un uomo che, fino a quel momento, lo stava chiamando a gran voce. Il volto fra le mani.
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Capitolo Quattro - Un fiore per un incontro La corsa fu incredibile, quasi senza fiato. Non riusciva a fermarsi e non ne aveva intenzione, voleva solo correre e piangere. Si sentiva come responsabile. Non doveva parlare con quel ragazzo, non doveva andare in quella scuola. Portava solo guai, solo casini su casini e appena varcò l'uscio di casa, trovò la sua dimora vuota, senza un'anima. Chiuse il portone dietro di lei, si appoggiò per un breve momento al portone e poi, con un colpo di reni, ricominciò a correre per andare verso la sua camera, il luogo più sicuro per lei. Non le interessò chiudere la porta, non le interessò stare per conto suo... alla fine, la casa era isolata e crearsi un mondo intorno a lei, solitario, non le passò neanche per la testa. Si lanciò sul letto, rimbalzando quando impattò contro di esso, abbracciò il cuscino e fece ciò che avrebbe fatto qualsiasi altra persona: pianse. Urlò, scalciò e continuò a darsi la colpa, mentre, nell'angolo della stanza, il Simpaticone e tutti gli altri della banda la guardavano senza spiccicare parola. La guardavano tristi, apatici e c'era chi si chiedesse perchè di questo suo comportamento esagerato. Lei si sentiva i loro occhi puntati sulla sua schiena e quando non ce la fece più, urlò contro di loro. Si alzò di scatto, si voltò e con sguardo arrabbiato indicò quei corpi evanescenti che nessuno poteva vedere. - ANDATE VIA! TUTTI VOI! – Dal darsi la colpa, passò a dare la colpa a loro, a coloro che l’avevano abbandonata dopo averle messo in testa tante belle parole per poter cambiare la propria vita, per cambiare se stessa e non sembrare la strana ragazza che viveva dentro una semplice casa con un padre quasi sempre assente durante il giorno. Ma, sull’uscio della sua stanza, con la coda dell'occhio vide una figura. Una figura che la guardava con occhi sgranati: suo padre. Si era fatto tardi e neanche se ne rese conto.. Si asciugò veloce le lacrime e, sistemandosi per bene, a sedere, sopra il letto, abbassò lo sguardo e la testa. - ... che cos.. - - Papà, per favore.. - - ... Lo stai rifacendo, vero? - Lei, per risposta, alzò le pupille verso di lui, chiudendo le palpebre non appena incontrò i suoi occhi che emanavano pena. - Mi ha chiamato la scuola. Domani non ci sono lezioni e l'apertura di tutte le lezioni è rimandata tra due giorni. - Le lacrime ripresero a scendere, a colare ininterrotto. Sentì dei passi, lui si avvicinò e si sedette sul letto dopo aver messo una maglia sporca della figlia. Alla fine non si era ancora cambiato e non voleva rischiare di sporcare le coperte del letto, una maglia è molto più facile da lavare. - Mi hanno detto il perchè. La conoscevi? - Tremò. Tremò talmente tanto da farsi paura da sola. Ha parlato al passato e ciò significa solo una cosa: che la ragazza era morta. Morta in un incidente che neanche ha visto. Nel frattempo, i suoi amici immaginari scomparvero e rimase solo il Simpaticone che, con un piccolo sorriso beffardo, la guardava. Scosse la testa per rispondere al padre, tirando su col naso. La voce le moriva in gola o forse era una sua impressione, sapeva solo che non voleva parlare. - Allora perchè piangi? Hai di nuovo quelle tue fantasie? Il tuo mondo? Hai così tanta immaginazione.. - Per lui, quelle sue fantasie, non erano altro che cose da scrivere su un libro invece che amici con cui lei poteva confidarsi. Lui non capiva, come non capivano gli altri. Amaya annuì di nuovo e, dopo un altro piccolo sguardo tra i due, l'uomo si alzò per andare a lavarsi come tutte le sere, tra sospiri e piccoli sbisbigli indecifrabili. << Amaya amaya amaya cara. Lo hai voluto te, sei stata tu a voler cambiare e vivere una vita come gli altri senza il nostro aiuto. >> ... - Vattene. - La voce rotta di lei riempì la stanza. Si alzò, mentre l'altro si incupì ancora di più, facendo scomparire quel sorriso beffardo che lo accompagnò finora. Amaya posò la mano sopra la maniglia della porta e, con estrema lentezza, la chiuse tornando poi sul letto dando le spalle a tutto. Voleva calma, voleva calmare la sua mente. << .. scusa? Non ho capito bene. Vuoi che me ne vada? Ragazza... non ti libererai mai di me. >> E dopo questo, la voce scomparì. Lei curvò la schiena fino a che la sua fronte non toccò il cuscino e, sentendo le gambe incrociate al petto, tornò a piangere in un pianto soffocato, senza respiro. Così durò la sua notte... I cinguettii degli uccellini e le macchine che passavano fecero svegliare Amaya che, piccola e dolce creatura, si era addormentata in quel modo. Nel muoversi durante il sonno, però, finì a dormire di fianco, raggomitolata su se stessa. - ... mmmmh... - Mugolò, sentendo un freddo terribile addosso a se, il classico freddo che si sente quando si piange troppo. Cercò la coperta, trovandola semi intatta sotto di se e, a quel punto, si fece forza. Si alzò, spostò le coperte e si mise sotto di esse trovando conforto e tanto calduccio. Finalmente il senso di protezione l'attraversò completamente, finalmente un sorriso di sollievo dopo ieri. Già.. ieri... I ricordi cominciarono a riaffiorare piano piano, come un sogno che, a poco a poco, lascia dei frammenti sparsi per la mente e di nuovo quel mal di stomaco, quel groppo alla gola, tornò. Corrugò la fronte, aprendo appena gli occhi per posare lo sguardo sulla sveglia. Le dieci. Semplicemente le dieci. - ... ho dormito tanto... - Ma non aveva la ben che minima voglia di alzarsi, specialmente dopo che trovò tutto questo sollievo sopra i vestiti, sopra la pelle. ... Ed ecco che, dopo pensieri del genere, il telefono di casa squillò. Si tappò le orecchie per il forte fastidio che dava quel terribile suono, mentre pian piano, fa scivolare le gambe fuori dal letto, sentendo il freddo del pavimento non appena i piedi toccano terra. << .. da quando è così freddo? >> Eppure, il giorno prima, non era in quel modo.. Scrollò le spalle, sentendo i classici brividi e le lacrime agli occhi per quest'ultimi, si alzò con lentezza e alla fine, con una corsa degna di una campionessa, andò a rispondere con un "Pronto?" talmente grande da far tappare le orecchie ai vicini. - .. tutto ok? - Era la nonna. - Si.. scusami, è che ero in camera e non ho sentito subito il telefono, quindi ho corso. - - Capito cara. Ti va di venire a pranzo da noi con tuo padre? - La nonna sapeva sempre tutto, la nonna sapeva quando tirarmi su di morale con qualche piatto di pasta semplice che semplice non è. - Certo! Il tempo di prepararmi e sono da voi.. - E riattaccò, come sempre. Neanche il tempo di rispondere o di salutare, ma Amaya c'era abituata ormai. Era come se niente fosse successo, così tanto abituata a stare in casa che non ci stava più pensando. Di corsa, tornò in camera per prendere abiti semplici, i soliti abiti che non facevano infuriare i nonni se troppo corti o troppo scollati e così optò per un vestito semplice, uno di quelli con il gonnellino all'inglese, un paio di calze nere e i soliti anfibi. Nel mentre che si dirigeva verso il bagno... Ok, non sto a spiegarvi cosa fece, poichè è estremamente noioso e privo di interesse, se non volete sapere la sua nudità. In quel caso, sarei più che felice che descrivervi ogni minima parte del corpo. Il tempo di prepararsi, dicevamo.. Finì verso le 11 e un quarto e beh, era in largo anticipo. Dalla nonna ci avrebbe messo dieci minuti, se non avrebbe incontrato ostacoli, ragion per cui decise di andare al supermercato vicino casa per comprare quelle classiche piantine che vendono ogni tanto. Un piccolo regalo che, alla nonna, piacerà e ne era sicura. Casa sua era piena di piante! Con decisione, prese tutto l'occorrente, mandò il classico messaggio a suo padre dove diceva che sarebbe andata dalla nonna e di raggiungerla, quindi, lì ed uscì di casa. L'aria del mattino le picchiò la faccia con violenza, scompigliandole i capelli tenuti a bada fino a quel momento. Chiude il portone e, tenendosi qualche ciocca, cominciò ad incamminarsi verso la sua destinazione. Ci vollero cinque minuti con il suo passo veloce. La gente era indaffarata, come sempre, anche nella parrucchieria vicino casa dove, ogni volta che ci passava, finiva per essere investita dal caldo del phon e dei prodotti usati la dentro. Attraversò un viale chiuso ed isolato ed eccolo là il mini supermercato, uno di quelli che ha tutto a poco prezzo e sempre con tanta gente. Sorrise, vedendolo da lontano, cominciando così a camminare sempre più veloce fino a correre. Dentro c'erano solo vecchiette, almeno alla casa ed Amaya diede a tutte il buongiorno, come sempre, diretta verso le piante. Ma da quando entrò là dentro, si sentì osservata e quel sorriso di poco prima, gioioso e felice, si trasformò in un sorriso forzato e pieno d'ansia. Si voltò molte volte per guardarsi attorno, ma non vide mai nessuno. E, come ogni volta, fece le spallucce e continuò ad andare verso il suo reparto. Prese la piantina, un piccolo fiore color violetto e quando uscì, rimase pietrificata. Il ragazzo di ieri la stava guardando, fermo, immobile, proprio come lei. Lei si sentì mancare la piantina dalle mani che cadde, rovinandosi. Non sapeva per quanto tempo rimasero a guardarsi i due, sentì però il rintocco delle campane della chiesa vicina. Le labbra di lui si mossero, lei non sentì niente, ma capì perfettamente: "Perchè?". Il fiore, rotto, non venne più raccolto da Amaya.
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Ma a me oggi pare che conta di piú chi appare di chi davvero vale.
Lapo Raggiro - Nothing is for free (via new-school-rap)
"Essere bella non è da me."
Capitolo Tre - L'inizio di una giornata particolare Una calda lacrima le rigò il volto. Le guance erano a fuoco, le sentiva e sentiva anche la mano che, piano piano, portò su di esse per lavare via quella lacrima. Tirò su col naso e ripensò ancora al Simpaticone. Si rese conto che lei era come dipendente da loro, non ascoltava mai la sua testa. Era come se non avesse mai vissuto la sua vita, nemmeno per fare colazione o decidere quali calzini indossare. Prese un grosso respiro e si guardò attorno, osservando poi il preside. Si trovava fuori dal portone di vetro, con le braccia incrociate. La guardava e rideva sotto i baffi. Questa volta, ad Amaya, non le sembrò tanto divertente, ma molto inquetante e così, calma calma, fece finta di niente. Si voltò e andò a vedere la mappa della scuola per capire dove doveva andare. Cercò di non pensare agli occhi del signore strambo che la puntavano fissa, ma per sicurezza (come una barriera) si scostò i capelli castani e li mise in modo che le coprissero il volto. I piedi si muovevano, a volte li spostava verso l'esterno. Era agitata.. si vedeva. - ... Ok.. - Tossicchiò, in modo da scrollarsi di dosso tutto ciò che era accaduto fino a quel momento e, con l'indice, cominciò a puntare la mappa seguendone i lineamenti. - 1... A... Prima... A... - Sussurri, quasi, mentre altre persone di affiancavano a lei per guardare la piantina, trovando subito ciò che cercavano e levandosi subito dai piedi. - Ehi, signorina? - Amaya sobbalzò un momento, voltandosi lentamente verso la sua sinistra, proprio in direzione del portone di vetro. Si portò quella ciocca di capelli dietro l'orecchio, proprio quella ciocca che poco prima si era portata avanti, e alzò la testa verso... gli occhi del preside. - Lei è di prima, figliola? Allora le conviene seguirmi. Non lo sa che c'è prima la riunione per i nuovi studenti? Ohohoh! Non si preoccupi! Non la voglio stuprare! - E perchè disse quelle ultime frasi? Molto probabilmente perchè vedeva gli occhi sgranati di Amaya e il sudore che le imperlava la fronte. Lei, come risposta, annuì macchinamente, lasciandosi superare dal preside che, ancora, rideva di gusto. Deglutì e, senza accorgersene, compì un cerchio perfetto per poter mettersi in traiettoria per seguirlo, a testa bassa e con il volto tutto rosso. Nei suoi pensieri c'era solo: << Oddio, adesso mi mangia. Oddio, adesso mi mangia.. >> Svoltarono a sinistra e non alzò molto lo sguardo, cominciò a guardare le scarpe degli studenti e delle persone adulte, il pavimento, le varie sedie posizionate qua e là per il lungo corridoio, qualche porta e qualche pianta agli angoli. Scanzò qualche persona, cercando di stare al passo del preside che, dal canto suo, si muoveva anche fin troppo velocemente. Svoltarono a destra, attraversarono una porta antipanico ed uscirono un piccolo spazio con una grande scivolata e una piccola scalinata. Le ringhiere erano blu e qui Amaya alzò la testa, cercando di respirare a fondo l'aria che c'era là dietro.. tossendo immediatamente. Alcuni studenti, forse un po' più grandi, si misero a fumare in attesa delll'inizio delle lezioni che, in quel giorno, partivano tardi. Alcune tizie di un gruppetto la salutarono con il buongiorno, tornando poi ai loro gossip locali. Amaya aveva già visto una cosa del genere e non si stupì troppo. Le piaceva, a dir la verità, specialmente per il fatto che, in lontananza e dietro la ringhiera, c'era un cavallo che sicuramente apparteneva al contandino che abitava là. Si voltò ogni tanto e, dopo aver guardando anche il più piccolo sassolino, tornò a seguire il preside. O meglio.. il preside era già lontano e lo vide appena in tempo entrare dentro alla palestra. Le porte, questa volta, erano aperte e lei le attraversò di tutta fretta, andando poi verso l'ammucchiata di studenti che attendeva con ansia il discorso del preside e della vice preside, donna alta e abbastanza anziana. La palestra era grande, con due canestri alle estremità, tappeti arrotolati infondo e uno spazio con delle attrezzature da ginnastica dentro una stanzina. Amaya andò a posizionarsi infondo, andando a passo svelto sulla via che si era creata, libera, in mezzo ai professori e gli alunni. Prese una sedia e si mi nell'angolo con lo zaino sopra le gambe. Molti altri li avevano poggiati a terra. - Ehm ehm ehm! ... funziona? - Alcune interferenze con il microfono riempirono l'aria e quasi tutti dovettero tapparsi le orecchie, ma dopo un minuto buono tutto cessò. - Okok, ora funziona.. Salve a tutti, nuovi studenti e benvenuti alla Bukowski. Penso tutti conoscano questo grande uomo, no? Beh, se proprio non lo conoscete.. lo studierete. Come dicevo, benvenuti a questa scuola. Intorno a voi ci sono i vostri futuri professori che, con dedizione ed impegno, vi accompagneranno fino alla fine dei vostri studi. Molti di voi sono giovani, altri sono più grandicelli, ma nonostante questo auguro a tutti una piacevole vita. Detto questo, per chi ancora non possegga tutti i libri, è pregato di andare a fare richiesta presso la nostra biblioteca interna, in modo da potervi dare qualche copia usata fino all'arrivo del vostro libro originale. In palestra non si mangia e neanche al di fuori dell'intervallo. Il ritardo è permesso solo nelle prime due ore di lezione, dopodichè viene considerata assenza. Per le assenze, le potrete fare solo 20, ma tutto il regolamento c'è scritto sul vostro libretto delle assenze. Beh, il mio discorso finisce qua, anche perchè dopo, i vostri professori, si presenteranno nelle vostre classi e illustreranno il loro progetto scolastico. Adesso, dirò i vostri nomi e verrete qua, così formiamo le prime classi. - Nel mentre che il preside parlava, Amaya si guardava attorno. E si, era molto più grande rispetto ai ragazzini di prima e si sentì molto spaesata. Alcuni la guardavano, ma quasi tutti facevano spallucce e tornavano concentrati sul preside. Alla fine poteva sembrare si una ragazza fuori corso, ma l'età molto spesso confondeva. Dopo poco i nomi vennero pronunciati e lei fu smistata nella sua Prima A. Sorrise ai ragazzini, si mise in disparte e in classe non fu da meno. Ultimo banco dell'ultima fila.. a sinistra. Accanto aveva la finestra e così poteva avere aria fresca ed un buon panorama. Per così dire.. I professori cambiavano ogni ora per cinque ore e si presentarono. Già cominciarono a formarsi i primi gruppi e qualche ragazza si avvicinò ad Amaya per fare conoscenza. Scoprì anche che alcune abitavano vicino casa sua e ne fu felice.. almeno un po'. Sperava solo che non avessero amici in grado di riconoscerla come strana. La stranezza, in questo mondo, non era molto accettata. Saltiamo un po' e facciamo un bel salto temporale. La campanella suonò e, già stanca per tutti i nomi e i volti, prese lo zaino. Si alzò con un grandissimo sospiro e cominciò ad avviarsi verso l'uscita della scuola. Il vento fresco s'era andato e al suo posto c'era un bel caldo afoso. Cominciò a maledire di aver messo anfibi così pesanti! -La prossima volta ballerina. Si, ballerine. - L'abitudine di parlare da sola rimeneva, per adesso. Si stiracchiò e cominciò ad avviarsi verso la fermata dell'autobus, attraversando di nuovo quel parcheggio che, di mattina, sembrava il posto più bello della scuola. Un posto dove nell'aria si odorava il profumo del mattino, delle speranze, del pane appena sfornato e di una nuova giornata prepotente. Amaya sorrideva appena, vedendo quanti studenti possedessero il motorino, ma più di tutto, sorrideva per la reazione degli studenti quando venne annunciata la sua età. Ecco perchè alcune ragazze si erano avvicinate a lei. Si domandò se anche in amicizia ci fosse il fattore "Sei troppo grande, devi uscire con quelli della tua età", ma problema da poco. Alla fine era pur sempre un passo avanti! Durante la ricreazione ammirò i quadri appesi ai muri e gli armadietti pieni di libri, proprio quelli vicino alla biblioteca. Infatti, come "ordinò" il preside, andò proprio lì per richiedere la sua copia usata e così, in borsa, si ritrovò un clandestino. Dietro la copertina c'era un cognome: Marzanti. E, oltre a ciò, una classe: 1° B. Si chiese chi mai potesse essere e, a giudicare dalla grafia, non era una persona molto calma.. o almeno così era l'impressione che dava. Un urlò, poi, interruppe l'aria festiva che si sentiva all'orario di uscita. Tutti sembrarono bloccarsi, immobilizzati da questa voce. Amaya cominciò a guardarsi attorno, corrugando la fronte e andando a sistemarsi un momento lo zaino, voltandosi e rivoltandosi per capire chi mai avesse urlato. E poi, qualcuno rispose alle domande di tutti. Domande che, pian piano, avevano cominciato a venir fuori tra i sussurri delle persone. - UNA RAGAZZA E' STATA INVESTITA! CHIAMATE UN AMBULANZA! LA POLIZIA! - Un ragazzo era corso verso la scuola, aveva urlato e poi tornò indietro verso la direzione della fermata dell'autobus. La gente cominciò ad andare nel caos: chi parlava, chi urlava, chi correva, chi prendeva il telefono per chiamare aiuto e chi per avvertire che faceva tardi. Amaya era nella categoria del "Corriamo e andiamo a vedere cosa è successo". Rischiò di cadere, per via dello zaino che la sbalzava da una parte all'altra. Alcune macchine si erano fermate e un gruppo di persone si era radunata intorno alla fermata. Si fece largo tra la folla, per vedere. Curiosa, più che altro e alla fine riuscì a respirare di nuovo. Riuscì ad uscire fuori dalla folla. Riuscì a vedere la ragazza rossa di quella mattina con il sangue alla testa, gli occhi aperta e senza respiro. E, come cornice, un ragazzo con la felpa nera era inginocchiato accanto a lei. Aveva la testa sul suo corpo, le mani alzate e i gomiti su di lei. Erano imbrattate di sangue. Le pupille di Amaya diventarono piccole come fessure: era il ragazzo... Fabrizio, si chiamava Fabrizio. - ... mi dispiace... Scusami.. - Come ipnotizzata, disse quelle parole. Parole sovrastate dal vociferio generale, dalle urla e dai pianti. Dal suono delle sirene. Ma nonostante questo, nonostante avesse sussurrato con voce quasi rotta e shockata, il ragazzo alzò la testa con occhi piene di lacrime. La guardò stranito, non spiccicando parola. Forse neanche la vedeva. Vide solo una maglia arancione che si fece largo tra la folla, scappando via quasi disperata.
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Cercasi anonimi e non. Fatemi qualsiasi domanda, rispondo a tutto.
VI PREGO
VI SCONGIURO
Dai!
vi preego
Susu
Daaaai
Capitolo Due - L'inizio o la Fine? No, il suo nome non era Hope, non era Solitude o altri nomi di fantasia. Il suo nome era Amaya. Vi starete chiedendo che razza di significato potesse avere un nome simile ed eccovi accontentati: per molti significava valle della pioggia, mentre per altri notte e pioggia. E, da quel che ne sapeva Amaya, derivava dall'arabo e, non avendo mai incontrato nessuna persona straniera, rimase sempre con il dubbio e l'ignoranza per tutta la vita. Tutta la vita.. possiamo dire fin dove andremo a raccontare la sua storia? Bene, andremo a dire così allora. Amaya Errore e no, non era imparentata con la cantante che partecipò ad un programma televisino tempo fa, ma era semplicemente una coincidenza. Una di quelle che che si potevano e si possono trovare nelle scuole, i nomi in comune o persone con lo stesso cognome che si ritrovavano nella stessa classe. Piccole coincidenze che, almeno a lei, la mandavano spesso in confusione. Non credeva alle coincidenze e neanche al caso, ma nonostante ciò, ogni volta che vedeva una piccola cosa che non ci incastrava con la vita di qualcuno, rimaneva stupefatta e curiosa di scoprire se la convinzione su ciò potesse essere vera o falsa. Ma infondo, chi mai poteva risponderle? Ogni domanda che si faceva, ogni domanda sulla vita, sul futuro, sul perchè una mela poteva essere verde o rossa, sul perschè le è stato dato quel nome, le teneva per se. O meglio, ne parlava con le sue amicizie immaginarie. Le ha sempre avute! E perchè? Sinceramente neanche lei lo ha mai saputo. Molto probabilmente perchè non trovava nessuna amicizia reale vera, sincera e si creava un mondo tutto suo. O meglio, un mondo intorno alla sua vita. Con loro parlava ovunque, ma questo venne già mostrato nella pagina del suo diario. Si, quella scritta due giorni fa. Proprio in quel diario poggiato sulla scrivania, dove la polvere faceva da coperta, tenendo al caldo i segreti e i pensieri che si albergavano tra la superficie e le profondità del suo animo. Un diario color blu, pieno di disegnini che raffiguravano omini bambineschi (testa rotonda, corpo a stecchetto e braccia allo stesso modo) pieni di sorrisi, di lacrime e così via. Le era piaciuto decorarlo così e così se lo fece. Aprendolo, una persona qualsiasi può semplicemente leggere, scritto saltuariamente, le sue giornate. Quelle con suo padre e sua madre. Persone... non del tutto normali, ma in questo mondo cosa è normale e cosa no? Ci stupiamo delle famiglie stile Mulino Bianco e restiamo impassibili di fronte a quelle con almeno un genitore che la fa da padrone, dove gli orrori sono all'ordine del giorno. Perchè si, alla fine la sua bella famiglia non era altro che divorziata. Madre risposata e padre single. Ma, per fortuna, la sua vita con loro due era più o meno in mezzo tra la Barilla e le botte psicologiche. Una via di mezzo, insomma e, nonostante questo, ovviamente le cose per cui lamentarsi c'erano sempre, anche se era più fortunata di altre ragazze. Ma, ehi, è tutto nella norma. Non si apprezza mai quello che si ha fino a che non lo si capisce, andando a sbatterci con la testa. Non siete daccordo? Ma, tornando al presente.. La nostra storia parte dopo ben due giorni dall'ultima volta che Amaya scrisse sul suo diario. Una pagina sfogo, una come tante altre, una riassuntiva del suo carattere che, detto fra noi, aveva così tante sfaccettature che, adesso, sarebbe impossibile descrivere tutto. E, tornando sui nostri passi, arrivò il fatidico giorno di scuola. Amaya alzò la testa, tenendo una mano sopra la spallina dello zaino e una mano sopra la fronte, cercando così di coprirsi gli occhi dai raggi solari e dai capelli svolazzanti per via del vento. - ... Uhm... - Roteò gli occhi, finendo di leggere le scritte rosse sul grande telo bianco. "Benvenuti nuovi studenti!", ecco cosa c'era scritto ed ecco cosa dette fastidio ad Amaya. - ... non capisco proprio perchè devono fare così. Alla fine, sembra tanto buona cordialità, quando al massimo è ipocrisia. - Sospirò, sciogliendo la tensione dalle spalle, abbassando così la mano. Scosse la testa, visibilmente in disaccordo su ciò. Pensava che sarebbe stato meglio un "Benvenuti all'Inferno, giovane pecorelle. La vostra vita sarà un caos puro, poichè ci saremo noi a rovinarla!" con tanto di risata malvagia di sottofondo. In ogni scuola era così, no? E lei non si aspettava niente di meno. Certo, aveva l'intenzione di farsi degli amici, di ricominciare, di smetterla di parlare da sola e di sembrare tanto strana con i suoi gusti non troppo comuni, ma non le sembrava tanto rosea la missione. Sospirò di nuovo e cominciò a muovere qualche passetto, scalciando via via qualche piccolo sassolino per la strada asfaltata: il parcheggio di fronte all'ingresso. Le mura della scuola erano giallastre, segno del tempo ormai impresso, e piene di piccole crepe, sopratutto sotto le finestre. Poi, per il resto, era tutta quadrata! Niente tetto, solo un grande spazio piano, degno delle scuole giapponesi. Ma no, loro non si erano ispirati al grande Giappone. Il preside, semplicemente, era il solito uomo pronto a tutto per soldi e molto immaginario sulle cose. Infatti era noto a tutti che, quando l'architetto fece vedere la piantina della scuola (il progetto finito), lui rifiutò il tetto esclamando: - Eh no! Mettete caso che ci sarà un grande acquazzone? L'acqua cadrebbe con il tetto! E se succedesse qualcosa non avrei il rimborso dell'assicurazione! Lei adesso, prende e cancella tutto. Tetto piatto! Così almeno l'acqua si depositerà lì e non andrà via, farà pressione e finirà col distruggermi il soffitto! L'assicurazione potrà pagarmi! AHAHAHAHAHAHAH. - E si, la sonora risata fece capire ai lavoratori quanto fosse degenerato il cervello del preside. Per fare un qualche danno alla scuola bastava semplicemente fare a conca il tetto e tante belle cose, ma ormai per lui era deciso. Ad ogni modo, era stato lo stesso preside a vantarsi con i propri studenti della sua genialata e quindi non era mistero. Ad Amaya stava simpatico, perchè aveva quel tocco di pazzia che ci vorrebbe per ogni persona ed effettivamente lo prendeva poco sul serio. Ma non per il fatto del suo carattere, ma perchè pensava che si godeva la vita, sorridendo e ridendo sempre! Quindi, quando quella mattina lo incontrò per la terza (la prima volta fu per la visita alla scuola e la seconda fu quando andò a chiedere alcune informazioni), si fermò a guardarlo nel bel mezzo della strada del parcheggio, tenendosi le spalline dello zaino con le mani. Il vento smuoveva e portava avanti la chioma castana, setona e leggermente mossa quel giorno. Lo guardava da capo a piedi, sorridendo appena divertita. Era intento a mostrare ad alcuni studenti, presumendo del primo anno anche loro, quanto fosse bello il murales con scritto "Cacca" dai mille colori. - Vedete ragazzi, potrebbe essere uno sfregio alla scuola, ma in verità è la dimostrazione che c'è ancora gente che non considera cacca una parolaccia! Ma bensì una parola da poter usare senza vergogna! OHOHOHOHOH! - Mani sui fianchi, schiena leggermente curvata all'indietro e cominciò la sonora risata in stile Babbo Natale. Il gruppetto lo guardava come se fosse stato un piccolo alieno verde sceso da qualche strano pianeta e, pian piano, si allontanavano spaventati fino a sparpagliarsi del tutto, cominciando ad entrare a scuola. Solo uno rimase. Un ragazzo. Alto, capelli marroni, occhi neri.. corporatura normale.. no, tutt'altro che normale. Era secco come un chiodo, ma nonostante ciò non era male. - Mi scusi, ma non pensa che potrebbe dare fastidio alle persone? Magari a qualche genitore potrebbe dar noia. O magari qualche studente! - La voce era profonda, ma calma al tempo stesso. Quella che quando la senti di notte, mentre racconta una storia, ti culla dolcemente e non ti fa addormentare, poichè ti droga e ti fa venire voglia di sentire ancora. Ad ogni modo, aveva anche l'aria accusatrice. - Ma cosa dice, figliolo? Chi mai potrebbe offendersi? Persino i bambini dicono cacca, pupù e pipì! AHAHAHAHAHAHAHA! - E, un amico immaginario di Amaya, precisamente colui che ne combina di tutti i colori, fa la sua comparsa in mezzo ai due e la giovane sgranò gli occhi. Il primo pensiero fu del perchè solo in quel momento ricomparve e dove diavolo erano finiti gli altri, ma si limitò a fare una smorfia e scuotere leggermente la testa, arricciando le labbra, corrugando la fronte. Che diavolo ci faceva lì? Il Simpaticone, come lo chiamava lei, era basso, minuto e con la faccia d'angelo. Un bel tipo in effetti, ma pieno di se e di burle, con i soliti abiti da teppista. Cappello incluso. << Amaya, non dirmi che questi due non ti fanno ridere! Secondo me è stato proprio il preside ad imbrattare il muro delle biciclette. Tu che ne pensi? >> E, con fare sexy, si avvicinò a lei che, muta, lo guardava quasi inorridita. << Ma smettila! Si può sapere dove diavolo sei stato? E gli altri? >> ... Silenzio tomba da parte del fantasmino su quell'argomento. << Eddai! Tu che ne pensi? >> Parlò gongolando, mani dietro la nuca. << Perchè non mi rispondi? >> Nel frattempo, il giovane che parlava con il preside sospirò e si voltò per andarsene. E, ovviamente, cosa può succedere a questo punto? Ovviamente l'ovvio. Si fermò di scatto, guardando Amaya agitarsi e guardare il vuoto, con le mani incrociate. Mosse qualche passetto lateralmente, strusciando i piedi sull'asfalto, sporcando ulteriormente la linea bianca del parcheggio. Inclinò leggermente la testa e si mise ad osservarla. Aveva lo sguardo perso nel vuoto, come detto prima, ma allo stesso tempo sembrava che stesse guardando qualcuno di più basso di lei. Aveva abiti semplici, ma particolari. I pantaloncini di jeans e le calze nere leggermente più alte del ginocchio lasciavano spiccare la bianca pelle puntinata, mentre la maglia, a filo, le ricadeva in maniera abbastanza larga sulla schiena, coprendole il fondoschiena. Sul d'avanti, però, le ricadeva morbidamente, lasciando vedere chiaramente il reggiseno nero sotto la maglia arancione. Perchè si, l'abito che indossava era un arancione scuro, particolarmente estivo e si chiese se non sentisse freddo, visto il vento fresco che alitava in quel giorno. Ai piedi un paio di anfibi, niente di straordinario, tranne per il fatto che erano leggermente pesanti e non fatti in maniera estiva, stonando così con il resto. I capelli che le svolazzavano di fronte al viso, in preda alle folate d'aria.. Sorrise divertito. Ed ecco che Amaya sbottò arrabbiata, facendo saltare in aria il giovane. - MI VUOI RISPONDERE?! - E si, il comportamento del Simpaticone non le era piaciuto per niente, poichè continuava ad evitare l'argomento. E, dopo questo, sbuffò divertito e se ne andò, svanì. E a lei sembrò quasi di sentire una risata di sottofondo, quasi malvagia. - Guarda che io non stavo dicendo niente eh. - Amaya sgranò gli occhi, voltandosi di scatto in direzione di quella voce calda, divertita e perplessa. Il ragazzo che prima parlava con il preside. - Ehm ... no.. cioè.. si, parlavo con te. - Il rossore sulle gote puntinate si colorarono e lui rise di gusto. - Cosa? Ma se non mi hai neanche rivolto la parola! - Il preside, nel frattempo, si era soffermato ad osservare la piccola scena, incuriosito, come altre persone. Amaya, dal canto suo, si strinse nelle spalle e si guardo attornò, abbassando lo sguardo. La timidezza, l'imbarazzo, la rabbia... la paura, si impadronirono di lei. - Si.. cioè.. pensavo di aver parlato, invece no.. scusa.. - Si morse il labbro, guardandolo a testa bassa con una strana smorfia di rabbia ed imbarazzo. E alla fine sbuffò, chiudendo gli occhi. - Ehi Fabrizio! Ma che ci fai ancora qui? - Piano piano, in mezzo alla confusione generale, l'udito di Amaya captò la voce di una ragazza. Ragazza dai capelli rossi, sicuramente tinti e occhi neri. Vestita con semplici pantaloni di jeans a gamba stretta, converse e maglietta a maniche lunghe, molto leggera. Ovviamente con un bel disegno astratto sul d'avanti. E come faccio a dire tutto ciò? Perchè la nostra ragazza si voltò verso di lei, osservandola bene mentre si avvicinava al ragazzo, Fabrizio. Di statura era quanto Amaya: 160 cm. La castana mugolò appena, facendo qualche passetto indietro e allontanandosi piano piano, mentre i due si avvicinarono, cominciando a parlare fra loro. Nessuno dei due si cercò con gli occhi e la rossa tipa non si scomodò a guardare l'aranciata ragazza. Amaya, per non sentire il vociferare generale, si mise un paio di cuffie, cominciando ad ascoltare i Disturbed con la loro canzone Indestructible. Anche se, con i pensieri, rimase alla scena appena successa. Sperava tanto che non molte persone l'avessero vista e sperava tanto di non essere stata presa per pazza. Nella mente vedeva quel ragazzo con la felpa dei Simpson, color nera, con dei jeans strappati sulle ginocchia, o molto consumati e scarpe normalissime, da ginnastica. Ma ciò che le rimase impresso fu quel sorriso giocondo. << Sai che ti avrà presa per pazza, vero? >> Ed ecco di nuovo il Simpaticone e questa volta serio. Amaya continuò a guardare per terra, appoggiata al muro dentro la scuola, all'entrata, ammassata insieme ad altri studenti. << ... >> Rimase in silenzio, deglutendo e basta. << Tu lo sai. Il sorriso giocondo è solo un modo per dire "Ehi, forte questa! Starebbe bene in un circo". >> Aggrottò la fronte e spostò lo sguardo su di lui. Perchè le stava dicendo quelle cose cattive? << E lo hanno pensato tutte le persone che ti hanno visto. Inutile che speri e non speri. E si, sono cattivo. Hai detto che vuoi cambiare? Non hai detto di non voler sembrare strana? Pazza? Allora comincia col non guardarmi. Comincia col non ascoltarmi. Dimenticati di noi. >> E la risposta venne immediata. Lo sapeva che sentiva i suoi pensieri. Ed, con un cenno del capo, svanì di nuovo. La campanella suonò e lei rimase ferma lì, mentre le persone la sfioravano. Si mordeva il labbro. Ecco perchè se ne sono andati, dovevano abituarla alla loro mancanza, altrimenti non sarebbe mai cambiata. E dire che quella giornata era partita così bene.. colazione calda, saluto al proprio padre, autobus poco pieno, musica preferita.. nuova scuola... E adesso cosa rimane? Alle 8 di mattina, non rimane niente se non un magone dentro. Un grande e grosso magone. Ricomincia la solitudine. Perchè si, anche se la sua era una famiglia normale, lei si è sempre sentita sola. E sapete un'altra cosa? Potete pensare che il Simpaticone avesse torto sui pensieri delle persone, sui pensieri del ragazzo. Beh, vi posso assicurare che aveva azzeccato tutto. Infatti, quando la campanella suonò, passò accanto a lei, vedendo solamente il capo chino, mentre alla ragazza che stava accompagnando disse semplicemente: - Si, quella! Dovevi vedere come si è inventata tutto pur di togliersi dall'evidenza. Si era incantata o forse è semplicemente pazza. Però è stata divertente. - Ma Amaya non sentì niente, solo una sonora risata che le fece alzare la testa, facendole sentire gli occhi pieni di fuoco.
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Capitolo Uno - La Prima Pagina di Diario di una Ragazza Sconosciuta Quanti di voi si sentono soli? O almeno, quanti di voi si sentono soli e non lo dicono o non lo danno a vedere? Io mi sento così, ma ogni volta che sto in mezzo alla gente, al supermercato o in altri luoghi, sorrido in qualche modo e cerco di apparire come la persona più normale del mondo. Anche i miei amici immaginari mi hanno abbandonata. Un tempo, qualche mese fa, c'erano e io me li ritrovavo accanto a me mentre parlavo con qualcuno di un prodotto scaduto trovato in qualche bancone o sull'autobus. All'apparenza sembravo silenziosa e apatica quasi, ma in verità io parlavo con loro. Era una conversazione mentale e quando muovevo gli occhi, beh, li vedevo muoversi e fare battute su qualche persona. E io li ammunivo sempre. Ma ora.. ora non ci sono più neanche loro. Erano stravaganti.. solo una mi assomigliava ed era la mia migliore amica. Pallida, ma con una pelle setosa. Minuta e con capelli bianchi. Era albina e sembrava sempre cagionevole di salute. Anche io sono pallida, con le lentiggini e con capelli castani, scuri e più o meno abbiamo molte cose in comune anche con l'aspetto. Con me parlava in modo timido, con gli altri faceva scena muta ed io mi sentivo la sua protrettrice. Mi chiedo che fine abbia fatto.. mi manca. Mi mancano anche le persone con cui parlavo. Ok, non c'erano mai per me, però almeno avevo un pò di compagnia. Involontariamente mi sono allontanata da tutti. E poi, infondo, mi sentivo utile per qualcuno o qualcosa e forse mi piaceva.. ma che sto dicendo? Se mi sono allontanata, vuol dire che non mi piaceva così tanto. Le mattine sembrano tutte uguali e ormai sembro diventata un tutt'uno con il buio. Sono obesa e non mi muovo mai e il mio unico sfogo (ormai certe cose non le faccio più) è il cibo. Sembra diventato uno sport e quando mangio un pò troppo, poi, guardo il piatto e inizio a piangere. Mi rendo conto dello sbaglio fatto, ma alla fine non faccio mai niente per fermarmi e ricomincio sempre. Io non imparo dai miei errori, evidentemente.. Ho smesso anche la scuola da un pò di anni. Tra un paio di giorni la ricomincio. Un liceo classico per l'esattezza. Amo scrivere, amo leggere e amo ogni tipo di lezione che c'è in una scuola del genere. Ho 18 anni.. Spero di ricominciare. Spero di non finire come gli altri anni. Spero di aprirmi e di cambiare. Dicono che il cambiamento faccia bene.. Sicuramente vi starete chiedendo perchè io stia scrivendo tutto ciò. Diciamo che voglio provare ad avere una nuova droga, invece del cibo e se non riesco ad aprirmi con le persone, allora mi aprirò qui, su questo mio diario. E si, scrivo al presente, avete notato? Non so perchè, però mi piace. Mi fa rivivere con un altro tempo tutto ciò che ho fatto e poi ho sempre pensato che il passato fa parte del nostro vivere adesso, quindi ho sempre odiato dire "ho fatto", "ho detto", anche se lo uso spesso. Non so se avete capito che persona sono, ma sappiate che sono completamente così. Ho tante altre sfumature, ho tante altre ondulazioni nel mio carattere, nei miei gesti e nei miei comportamenti che non rivelerò del tutto. Nessuno dice troppo della propria persona. Forse perchè nessuno riesce a scavare così tanto nel proprio Io. Che pensieri stupidi.. Mi fanno ridere in maniera triste. Tutto ciò che dico mi sembra stupido, tutto ciò che faccio. Sospiro. Guardo i libri che ho poggiato prima sul tavolo e mi fanno sorridere. Li ho scartati tutti e sfogliati alcuni. Mi sento emozionata.. ma perchè allora ho così tanta paura delle persone? Ho un brutto aspetto, un brutto carattere.. chissà come sarà il mio primo giorno di scuola. Saranno tutti piccoli: sarò presa in giro anche da loro? Finirò per essere esclusa di nuovo? Va beh.. è tardi.. meglio spengere la luce e guardare il soffitto, come ogni notte. Non dormo, ho le occhiaie, ma non ci riesco. Il buio è diventato il mio giorno e la luce la mia notte. Penso che dovrei andare da uno psichiatra.. ... Aspettate.. cosa dite? Cosa mi aspetto da questo inizio scuola? Da questa mia nuova avventura? Non mi aspetto niente. Le aspettative ti fanno creare castelli in aria e li distrugge con la stessa facilità che ha avuto il Lupo Cattivo con le prime due case dei tre porcellini e io non voglio ritrovarmi a piangere di nuovo per questo. Lascerò che la mia storia inizi come più vuole iniziare. Accoglierò tutto.. ormai è questo che devo fare. Accogliere.
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Prologo "Ehi, come va? Ah beh, lo so che non mi conosci, ma vorrei solo parlare con qualcuno... ah.. capisco.. sei impegnato.. ma no guarda! Va bene così e anzi, scusami tu per il disturbo.." *sorride cordialmente e la conversazione con lo sconosciuto finisce lì* "Ciao! Scusa se ti disturbo, hai da fare? Ah no? Bene! Senti.. ti ricordi quando mi dissi che ci saresti stato per me nel momento del bisogno e di quanto io sia stata al tuo fianco? Beh.. avrei bisogno di parlare con qualcuno.. oh.. capisco.. ti hanno chiamato adesso eh.. fa niente, va bene così, ciao e scusa il disturbo!" *saluta e riattacca* "... Ehi.. si, ciao.. sono io.. vorrei dirti.. ah.. sei la voce della segreteria.. ma certo.." *riattacca, prende il computer e inizia ad avere il magone dentro di se. Comincia a scrivere* "Salve a tutti, sono una ragazza che in questo momento non ha nessuno. Non parlo mai dei miei problemi o dei miei stati d'animo, ma questa volta mi sono fatta coraggio e ho provato a parlarne con qualcuno, anche con persone che non conoscevo facendo un numero a caso, ma nessuno mi ha prestato attenzione. Anche la musica non c'è.. il mio ipod l'ho prestato ad una mia amica e le cuffie sembrano rotte e non ho casse al computer per sentire qualcosa. Io.. No. Sto sbagliando. Mi hanno sempre detto di non dire queste cose.. ricomincio. Salve, sono una ragazza che sorride per nascondere le lacrime e che cerca di non sentirsi sola. Intorno a me mi sono costruita persone immaginarie e con loro converso.. no. Neanche così va bene, perchè non parlo neanche con loro.. non ci sono.. Uhm. Ciao a tutti, sono il nulla mischiato col niente e intorno a me c'è solo aria. E presto scomparirò anche io, lasciando solo polvere e nient'altro."
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