Figli di un nome migliore
di Melania Mazzucco
Il cognome è un privilegio. Un’anomalia che non tutte le culture riconoscono, e pure relativamente recente. Per secoli il cognome (peraltro sostantivo dall’etimologia dubbia: viene da “cum nomen”, con il nome, o da “cognoscere nomen”, nel senso di dare un segno di riconoscimento?) ce l’avevano solo gli aristocratici, i borghesi, gli illustri: le famiglie di oscura stirpe senza storia si accontentavano del patronimico, o del mestiere del capostipite. La maggior parte di noi porta, senza saperlo, quel blasone di latta — che ci rivela discendenti di artigiani e lavoratori. Siamo fabbri, molinari, sartori, ferrari. Siamo figli di un borgo, un villaggio, una città. E anche figli di nessuno — esposti, proietti, benedetti. È una peculiarità nostra (anche se non unicamente italiana): pare che abbiamo più cognomi di ogni altra nazione. Nei paesi scandinavi non esistevano cognomi, ma solo i nomi (in Islanda vige tuttora l’onomastica del genitore, maschile e femminile e da poco anche neutra). Nella nostra lingua la parola “matronimico” suonava allogena: quel concetto non era neanche pensabile. Per secoli, in questo universo dove regnava unica la genealogia maschile, solo alle principesse o alle nobili di casate sull’orlo dell’estinzione per mancanza di altri eredi capitava di poter tramandare (previa concessione che riconosceva l’eccezionalità del caso, con ciò evitando che diventasse norma) il cognome della propria madre. Per ragioni economiche, ereditarie, dinastiche — certo non sentimentali (come ci insegna Teresa Uzeda ne I Viceré di De Roberto). Dare la vita e annullarsi in essa: la madre non aveva altro compito.
In italiano, il cognome è invariabile. L’immutabilità di questo attributo identitario (in alcune lingue, vive o morte, il latino, il russo, il cèco, si declina, ha il genere, in altre ancora il plurale) ha forse contribuito al ritardo con cui la Corte Costituzionale ha riconosciuto la rivoluzione sociale e culturale relativa alla donna che si è compiuta negli ultimi decenni del XX secolo. Non risarcisce un’ingiustizia — né potrebbe farlo — ma la termina. E soprattutto questa sentenza — giustamente festeggiata come storica — traghetta davvero le coppie e le famiglie italiane nel nuovo millennio. Questa legge — perché sarà legge, infine — ha un eccezionale significato pedagogico. In un paese come l’Italia nel quale quasi ogni giorno un uomo — marito, compagno, fidanzato, spesso padre — uccide la donna che dice di amare perché lei vuole lasciarlo, lo ha lasciato, o semplicemente non si considera sua proprietà, sancisce l’uguaglianza e la parità (morale, giuridica) nella coppia. Se un figlio ha due genitori — non è sempre così, ma è ancora il caso più comune — non sarà più un solo soggetto a veicolare il suo sangue e la sua storia — e in fondo il suo destino. Crescere col doppio cognome, sentirsi chiamare, a scuola e in palestra, anche col nome di lei, insegnerà al bambino o alla bambina che l’esistenza della madre non è subordinata, accessoria, ininfluente. Che ha lo stesso potere, gli stessi diritti, ma soprattutto lo stesso valore. Restituirà a lei — e a tutti i posteri — la centralità e la dignità fin qui negata. La mentalità cambia la legge, ma anche la legge cambia la mentalità. Mi piace pensare che fra vent’anni le ragazze e i ragazzi italiani cresciuti anche nel nome della madre saranno figli, e poi compagni, coniugi e cittadini, migliori.


















