Sogno o incubo? (Flash Fiction)
Stamattina, bloccato nel traffico, ho ripensato a un articolo pubblicato da Sonia Lombardo di Storia Continua qualche giorno fa. E nelle due ore e mezzo passate fermo mi è “uscita” questa storia breve, dedicata ai tanti giovani che sperando nel miraggio di una vita migliore, decidono di abbandonare il proprio paesino d’origine e la loro terra. Un sogno che spesso si trasforma in incubo.
Sono nato in un piccolo borgo del Cilento, in provincia di Salerno, arroccato su una montagna, dove non c’è nulla. Niente divertimenti, quasi nessun negozio a parte un minimarket e il barbiere, solo la scuola materna. Non c’era neanche il medico. La mattina si partiva alle sei per arrivare in tempo a scuola; due chilometri a piedi per raggiungere il paese sottostante e poi due pullman. E d’inverno, con il cattivo tempo, bastava un forte temporale, per rimanere isolati per giorni. Io e i pochi ragazzini, una decina, conoscevamo il mondo attraverso la televisione e sognavamo un giorno, di trasferirci in città… gente, negozi, divertimenti. Questo ci ha dato la forza per andare avanti, il sogno di una vita migliore. A sedici anni, i più fortunati di noi, avevano avuto in regalo il motorino. E, una volta a settimana, pur di passare qualche ora di svago, ci sobbarcavamo i cento e passa chilometri che ci separavano dalla più vicina discoteca. Molte volte, all’uscita dal locale, non riuscendo a stare in piedi, dormivamo dove capitava, e tornavamo a casa la domenica mattina.
Quasi tutti, arrivati a diciotto vent’anni, pur di andare via, hanno abbandonato gli studi e sono emigrati al nord. Chi a fare l’operaio, chi il tassista, chi le pulizie in qualche cooperativa, ciò che la scarsa istruzione e le capacità individuali permettevano. Della mia generazione così, siamo rimasti solo in due a tenere duro. Ci siamo iscritti all’università di Salerno e con grandi sacrifici da parte dei nostri genitori abbiamo fittato una stanza e siamo trasferiti. Già Salerno era la nostra America, ma dovevamo stringere la cinghia, niente divertimenti, niente spese, quando si usciva, solo il sabato, al massimo riuscivamo a permetterci un panino e una birra, che dividevamo. Luigi ha scelto la laurea breve, e così dopo tre anni sono rimasto solo. Io ambivo al massimo, e per raggiungere il mio obiettivo la sera lavoravo come barman. Questo mi permetteva non solo di continuare a mantenermi agli studi, ma anche di tornare ogni due settimane al paese. Con grande forza di volontà sono riuscito a laurearmi, con massimo dei voti e lode, in quattro anni.
Ma non era che l’inizio. Dopo una settimana iniziai un master di tre mesi a Roma, grazie al quale appena finito, ricevetti cinque proposte lavorative; tre da Milano, una da Firenze e una da Udine.
Non ci pensai troppo. Milano!
Da subito compresi che non sarebbe stato facile. Ritmi totalmente diversi, traffico, tanta ipocrisia, e soprattutto un modo di pensare che faticavo a comprendere.
Il clima poi. Anche da noi molte volte c’è nebbia, ma quella di Milano… Non mi veniva un raffreddore da quando, a quattordici anni feci il bagno nell’Alento in dicembre. Dopodiché mi venne una forma di allergia, probabilmente dovuta allo smog. Nonostante tutto riuscii ad adeguarmi in fretta e il primo anno è volato, sulle ali dell’entusiasmo. Capito che l’apparire era tutto, presi un bell’attico in centro, giravo in Mercedes, vestivo firmato e tutte le sere mangiavo nei migliori ristoranti, anche se spesso per lavoro.
Tutto questa parvenza attirava le migliori fighe della città, e mi sono tolto belle soddisfazioni. Anche sul lavoro avevo capito come fare carriera in poco tempo. Lavoro che mi piaceva e mi gratificava.
I primi mesi frequentai alcuni dei vecchi amici, ma ben presto mi resi conto che erano cambiati. Provavano invidia per il tenore di vita che avevo conquistato, anche se ero sempre il compagnone di un tempo, mi criticavano alle spalle perché volevo offrire sempre io. Per loro era un modo per affermare il mio status, io, capendo la loro non facile situazione adottavo il principio con il quale eravamo cresciuti: ciò che è mio è tuo, e viceversa. Quante cattiverie ho sopportato prima di dire basta.
Il secondo anno ebbi un avanzamento di carriera, e mi trasferii a Parigi, dove sono rimasto un anno e sette mesi, prima di ritornare alla base.
Da un giorno all’altro però m’immalinconii. D’un tratto iniziai a odiare la nebbia. Divenne insopportabile dover passare quasi un’ora in macchina per percorrere gli scarsi dieci chilometri che occorrevano per arrivare in ufficio. Trovavo fastidioso presenziare agli eventi ai quali ero invitato, con tutte quelle persone che avrebbero ammazzato pur di partecipare. Imparai a cucinare per non andare tutte le sere al ristorante e incontrare tutti quei figli di papà che ordinavano qualsiasi cosa, per poi lasciare quasi tutto nei piatti. Smisi di frequentare quella stupida palestra, dove incontravo sempre i soliti fighetti gonfiati e sbruffoni. Anche il lavoro non mi soddisfaceva più. La goccia che fece traboccare il vaso, fu lo scoprire che la donna con la quale nel frattempo avevo iniziato a convivere, mi tradiva.
Mi rinchiusi sempre più in me stesso fin quando una sera, a casa, mi sentii male. Mentre prendevo un libro dalla libreria mi venne un giramento di testa tanto da dovermi appoggiare. Solo che al posto di mettere la mano sul ripiano andai a vuoto cadendo. Rimasi sul pavimento per non so quanto tempo, poi passò. Mi alzai e andai direttamente all’ospedale. Dopo tutti gli accertamenti del caso, la diagnosi fu che avevo avuto un attacco ischemico transitorio. Cominciai a chiedermi se ne valesse la pena. Iniziai a pentirmi di aver faticato tanto per coronare il mio sogno. Quando pensavo al mio piccolo borgo, dove non c’era nulla da fare ma ero sereno, vivere quel presente sembrava sempre più un incubo. Dopo una settimana di riposo mi chiamarono dall’ufficio: dovevo rientrare. Lo feci, ma il senso di oppressione che provavo mi provocava ansia. Ero apatico, triste, nervoso.
Dopo un paio di mesi mi sottoposi a un check-up completo. Ero sano come un pesce, ma mi consigliarono di sottopormi a qualche seduta con uno specialista, perché ero depresso. A forza di certificati medici, rimasi a casa per sei mesi.
La svolta a dicembre. Mio zio ebbe un incidente stradale e dovetti andare al funerale. Decisi di non partire con la macchina per evitare di passare per spaccone, anche se impiegai praticamente il doppio del tempo per arrivarci.
Appena atterrato a Napoli cambiò il mio umore. Presi un taxi fino a Salerno, e rivedere dopo tanto tempo il mare riempì di gioia il mio cuore. Passeggiai sul lungomare perdendo la cognizione del tempo… e l’unico pullman diretto nel Cilento. Ma non me la presi, e alla stazione noleggiai una macchina. Era la prima volta che percorrevo in auto quella strada, e mi provocò i brividi. Arrivato alle dieci passate in prossimità di casa, dalla strada a valle quando vidi quel piccolo borgo illuminato che sembrava un presepe napoletano, fermai l’auto e rimasi più di mezz’ora ad ammirarlo. Pensai a quando ero piccolo, alla gioia e alla spensieratezza che vivevo.
Tempo di mangiare qualcosa, e andai a casa degli zii, alla veglia. Le tradizioni. Quella era un’altra prima volta per me, ero troppo piccolo quando morirono i nonni. Ogni volta che qualcuno passava a miglior vita, per tutta la giornata era un via vai continuo di paesani. Poi a un certo orario, questa processione si fermava, e rimanevano solo i parenti più stretti, per tutta la notte. Era un modo per dare conforto a chi aveva subito la perdita, si ricordava il defunto, si chiacchierava, si mangiava tutti insieme.
Pensai fosse bellissimo, anche se si trattava di un momento triste. E presi la mia decisione.
Dopo il funerale, tornai a Milano, ma solo per pochi giorni. Il tempo di licenziarmi, di radunare tutte le mie cose e vendere il superfluo – compresa la SLK –, disdire i vari contratti, e tornarmene a casa mia.
Rinacqui. Niente più malinconia, niente stress, solo pace e tranquillità.
Per qualche mese sono stato completamente fermo. Dovevo disintossicarmi pienamente dalla precedente vita. E così, mentre di giorno andavo a passeggiare fra le “mie” montagne, la sera, non mi stancavo di passeggiare fra i vicoletti del “mio” borgo, chiacchierando con gli anziani e tentando di dissuadere, rispondendo alle tante domande che mi ponevano i ragazzini della nuova generazione, raccontando ciò che avevo passato io.
Dopo qualche mese però, mi stancai di non far nulla, pensai anche di aver commesso un errore a mollare tutto, ma durò l’arco di una giornata.
Mi rimboccai le maniche e decisi di fare qualcosa per la comunità, per quei pochi giovani rimasti, per dare un futuro ai ragazzini nei quali mi rivedevo. Decisi di aprire un agriturismo, per far conoscere i prodotti locali, ma mi resi conto che era troppo complicato e disagevole arrivare fin lassù. Quindi convinsi il sindaco del paese, fino ad allora passivo agli eventi, ad allargare e rifare la strada che portava al borgo. Battagliai mesi con l’amministrazione provinciale per avere i fondi, ma vinsi.
Il Natale successivo tornò la mia prima fidanzatina, anche lei emigrata, anche lei delusa, e fu colpo di fulmine. Ci sposammo dopo due mesi.
Oggi sono felice, appagato. Ho una bella famiglia, un’attività impegnativa ma gratificante. Ma soprattutto posso godere ogni minuto della mia terra, che non cambierei per tutto l’oro del mondo!
Mi sono rifatto a un articolo che pubblicai tempo fa. Ho degli amici che sono andati a Roma piuttosto che a Milano, inseguendo una vita migliore. Ho avuto anch’io per un po’ la tentazione, ma non riuscirei MAI a vivere senza ammirare il mare tutti i giorni, godere del sole tutto l’anno e, soprattutto, vedere il cielo ogni volta che volgo lo sguardo all’insù.