Mentre tu lavori, produci e crei valore, c'è chi passa la giornata a spiegare perché il tuo lavoro sia il male assoluto.
Si tratta di una intera classe di intellettualoidi che hanno abbracciato una narrazione anticapitalista, antioccidentale, e illiberale, e diffondono questa narrazione in scuole, media, università e ambienti accademici.
E' una narrazione che è stata ripetuta talmente tante volte che quasi nessuno osa più metterla in dubbio. Ci si sente in colpa nel dire che il capitalismo ha creato benessere. Si vive questo benessere come un peccato originale da cui redimersi chiedendo allo stato più redistribuzione, più tasse, più sussidi, più norme ambientali, più intervento nel sociale; e in attesa che questo intervento arrivi, ci si sente mondati dal peccato e si continua a vivere nei lussi dell'economia di libero mercato.
Ma questa mentalità crea spinte politiche di portata distruttiva.
Vedasi l'Unione Europa, che spinta da manie regolatorie ha praticamente distrutto la propria industria e non ha intenzione di fare retromarcia. O Paesi come la Germania, che promettevano di essere future potenze, e invece si sono ridotti a fantasmi che vivono di gloria e reputazione più che di risultati concreti.
Finché la difesa del libero mercato resterà un passatempo e l'anticapitalismo un lavoro a tempo pieno, l'opinione pubblica sarà sempre sbilanciata verso l'anticapitalismo, e i risultati saranno questi: decrescita, impoverimento progressivo, risparmi erosi dall'inflazione, generazioni sempre più povere delle precedenti.
















