Dal 17 marzo 2020 Marcucci non può uscire di casa prima delle 7, avvicinarsi a qualsiasi locale pubblico dopo le 18 o rincasare oltre le 21. Non dispone di patente né di passaporto, non può uscire autonomamente dal Comune di Torino e porta sempre con sé un libretto rosso, dove la polizia tiene nota dei suoi movimenti. Non può inoltre partecipare a pubbliche riunioni né entrare in contatto con persone che hanno processi in corso – provvedimento particolarmente limitante per chi ha convissuto per anni con gli attivisti della Val di Susa. Negli ultimi mesi ad alcune di queste restrizioni l’attivista ha disobbedito, prendendo parte, per esempio, a una manifestazione pacifica contro i femminicidi o, pochi giorni fa, alla presentazione del libro Kobane Calling del fumettista Zerocalcare – scelta che le è poi costata una denuncia della Digos.
La sorveglianza speciale di Marcucci – confermata, il 23 settembre, anche dalla Corte di Cassazione – scadrà a marzo 2022. La sua vicenda ricorda per molti aspetti quelle di Dana Lauriola e Nicoletta Dosio, entrambe attiviste NoTav punite con il carcere per aver partecipato ad alcune manifestazioni di protesta, armate esclusivamente di un megafono. Non ultimo: Lauriola, Dosio e Marcucci sono tutte donne, elemento rispetto al quale la Procura sembra nutrire più di un pregiudizio. Fra gli indizi di pericolosità sociale di Marcucci rientrano, a questo proposito, la sua personalità “instabile” e la sua camminata decisa, che la Procura paragona a un “passo marziale”; né lo stato mentale dei restanti componenti del gruppo, né il loro modo di muovere il proprio corpo sono però mai stati menzionati.
Nicoletta Dosio
La difficoltà manifestata dell’istituzione giudiziaria nel riconoscere la differenza fra chi utilizza le armi per danneggiare la società e chi per combattere un’organizzazione terroristica è preoccupante. La vicenda evidenzia, però, anche la contraddittorietà di un sistema per cui la militanza attiva, l’espressione del dissenso e la rivendicazione dei propri diritti sono comportamenti accettabili se intrapresi nell’ambito della lotta al fondamentalismo, ma non entro i confini della propria nazione, dove il mantenimento dello status quo passa anche per la repressione di chi “ha fatto della lotta al capitalismo la propria ragione di vita”.
Opporsi alle decisioni del Governo senza usare la violenza non può essere considerata una prova di pericolosità. Imporre a Marcucci la sorveglianza speciale a causa del suo attivismo politico è in netta contraddizione con i princìpi fondanti dello Stato di diritto che, almeno sulla carta, l’Italia dice di essere.