AAAAA love your Nyx mood board holy moly can you do a Nemesis one? thank you!!!
—Nyx, cabin 20 ( @overly-caffinated-childofhecate )
AAAAA thanks very much!!!! Here's ir moodboard bby!
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—Nyx, cabin 20 ( @overly-caffinated-childofhecate )
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Dibujito de un oc viejo
Nemesis
Que es Nemesis? Sencillo un demonio pero su apariencia nunca fue amenazante.
Nemesis fue expulsado del infierno por su amo, ya que cometió un error.
Nemesis odio el infierno, pero también odia el cielo y la vida en la tierra, lamentablemente se tubo que adaptar a esta, pero se siente en un punto muerto, aunque el no puede morir.
Dato extra: el fue de la clase social más baja en la línea infernal, así que por algo les tiene rencor y odio a la mayoría.
Preguntas abiertas!! Tal vez algo más...no sé tengo tiempo sin hacer esto
Thwarting someone’s schemes of world domination once may be a chance encounter, and twice might just be a weird coincidence, but three times? Yeah, they’re your nemesis now. You’re committed.
C'è un antidoto, spingi, sono in bilico
C'è un antidoto, spingi e sono libero
Nemesi, Marracash
“ Uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri. Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii: se i loro padri hanno peccato, essi devono essere puniti. È il coro — un coro democratico — che si dichiara depositario di tale verità: e la enuncia senza introdurla e senza illustrarla, tanto gli pare naturale. Confesso che questo tema del teatro greco io l'ho sempre accettato come qualcosa di estraneo al mio sapere, accaduto «altrove» e in un «altro tempo». Non senza una certa ingenuità scolastica, ho sempre considerato tale tema come assurdo e, a sua volta, ingenuo, «antropologicamente» ingenuo. Ma poi è arrivato il momento della mia vita in cui ho dovuto ammettere di appartenere senza scampo alla generazione dei padri. Senza scampo, perché i figli non solo sono nati, non solo sono cresciuti, ma sono giunti all'età della ragione e il loro destino, quindi, comincia a essere ineluttabilmente quello che deve essere, rendendoli adulti. Ho osservato a lungo in questi ultimi anni, questi figli. Alla fine, il mio giudizio, per quanto esso sembri anche a me stesso ingiusto e impietoso, è di condanna. Ho cercato molto di capire, di fingere di non capire, di contare sulle eccezioni, di sperare in qualche cambiamento, di considerare storicamente, cioè fuori dai soggettivi giudizi di male e di bene, la loro realtà. Ma è stato inutile. Il mio sentimento è di condanna. I sentimenti non si possono cambiare. Sono essi che sono storici. È ciò che si prova, che è reale (malgrado tutte le insincerità che possiamo avere con noi stessi). Alla fine — cioè oggi, primi giorni del '75 — il mio sentimento è, ripeto, di condanna. Ma poiché, forse, condanna è una parola sbagliata (dettata, forse, dal riferimento iniziale al contesto linguistico del teatro greco), dovrò precisarla: più che una condanna, infatti il mio sentimento è una «cessazione di amore»: cessazione di amore, che, appunto, non dà luogo a «odio» ma a «condanna». Io ho qualcosa di generale, di immenso, di oscuro da rimproverare ai figli. Qualcosa che resta al di qua del verbale: manifestandosi irrazionalmente, nell'esistere, nel «provare sentimenti». Ora, poiché io — padre ideale — padre storico — condanno i figli, è naturale che, di conseguenza, accetti, in qualche modo l'idea della loro punizione. Per la prima volta in vita mia, riesco così a liberare nella mia coscienza, attraverso un meccanismo intimo e personale, quella terribile, astratta fatalità del coro ateniese che ribadisce come naturale la «punizione dei figli». Solo che il coro, dotato di tanta immemore e profonda saggezza, aggiungeva che ciò di cui i figli erano puniti era la «colpa dei padri». Ebbene, non esito neanche un momento ad ammetterlo: ad accettare cioè personalmente tale colpa. Se io condanno i figli (a causa di una cessazione di amore verso di essi) e quindi presuppongo una loro punizione, non ho il minimo dubbio che tutto ciò accada per colpa mia. In quanto padre. In quanto uno dei padri. Uno dei padri che si son resi responsabili, prima, del fascismo, poi di un regime clerico-fascista, fintamente democratico, e, infine, hanno accettato la nuova forma del potere, il potere dei consumi, ultima delle rovine, rovina delle rovine. “
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Brano tratto dallo scritto I giovani infelici (inedito, al primo posto nella cartella Lettere luterane della Biblioteca Nazionale di Roma) raccolto in:
Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane; 1ª edizione originale 1976.
spingi, sono in bilico
Non ho mai capito perchè usasse tutta la violenza che conosce proprio con me. E questo non vuol dire che non sappia o non riconosca i miei limiti e i miei errori di circostanza. Come si dice? Sono umana, no? Ma anche se sommassimo interamente tutti i miei errori dall’inizio alla fine di questa storia, non troverei giustificazione al suo odio profondo, alla sua irriverenza, irriconoscenza, alla sua frustrazione e rabbia repressa che puntualmente - e dico puntualmente - a cicli ripetitivi mi scarica addosso come valanghe di fango, melma e rifiuti tossici. Tossico, sempre questa la parola che mi sovviene per descrivere la sua tempesta. Non ho mai capito perchè sin dal primo litigio, abbia voluto allontanare me. Mi ha conosciuta davvero? Me che resterei al fianco della persona che amo combattendo uragani. Me che mi faccio a fettine in silenzio per tendere la mano e non mi pesa privarmi di qualcosa per darla all’altro. Me che dico sempre la verità per crescere insieme, perchè credo nel miglioramento personale, credo nella maturazione di una persona e di una coppia. Me che resto fedele in ogni circostanza e non per il vincolo dell’amore, o almeno non soltanto, ma perchè sono proprio io a non poter iniziare qualcosa senza prima aver digerito l’intera storia dell’altro. E chi mi conosce davvero sa quanto tempo ci voglia, figurarsi concedersi nel mentre! Me che l’ho conosciuto davvero e avevo deciso di restargli accanto in ogni circostanza, combattendo contro anche lui stesso, quando andava via e mi urlava di sparire! Me che ero pronta a far squillare il telefono dai miei parenti per gesti azzardati ed impulsivi che facevo solo in nome dell’amore, gesti di ribellione al mio quotidiano pieno di regole e vincoli. Gesti che chi ama bene, chi ama con verità, fa e farà sempre senza che tu neanche lo chieda! Me che avevo scelto di essere la compagna non di una notte, un mese, un anno, ma quella per la vita! Perchè l’avrei potuto sposare, se avesse continuato a trattarmi bene. Io non me ne vado…neanche quando andare via è la scelta più giusta! Me che prendo la presunzione di dire di essere stata l’unica ad averlo amato davvero. Perchè se c’è una sola cosa che di me stessa non mi ha fatto mai dubitare, è saper amare! Ho cercato di amarlo in tutti i modi che conoscevo e quando li avevo esauriti ne ho forgiato degli altri, con inganni e strategie volevo riavvicinarlo. Una volta mi sfilai persino un bracciale nella sua auto, per servirgli sul piatto d’argento la supplica “ti prego, vediamoci ancora, sono qui, non andare via di nuovo!”. Esatto, supplica…e l’amore non si elemosina, giusto? Non ho mai capito perchè scegliesse sempre di escludermi da ogni evento della sua vita ed escludersi da ogni della mia…proprio me che vivo per vivere la vita di chi amo, proprio me che forse amo più gli altri che me stessa!