Nella mia attività pubblica, per esempio quando pubblico un articolo da qualche parte, “moralista” è il secondo insulto più comune che ricevo. Il primo è “fascista”. Ora, essere chiamato fascista mi lascia indifferente, semplicemente perché non sono fascista. Né, del resto, considero essere fascisti la condizione più deprecabile in cui si possa trovare qualcuno: votare +Europa, ad esempio, è peggio. Parlare di fascismo, oggi, è una forma di metus hostilis, il discorso sopra un nemico archetipico: serve soprattutto per dichiararsi antifascisti, che è un buon modo per rivendicare prestigio sociale senza fare un cazzo di niente. Il fascismo di cui parlano loro oggi non esiste, ed essere antifascisti è politicamente significativo più o meno quanto essere un cacciatore di dinosauri. Esiste, certo, il fascismo della società dei consumi, quello rivelato da Pasolini, ma mai che il discorso diventi tanto profondo.
Di conseguenza, non esistendo il fascismo, si può dare del fascista più o meno a chiunque senza che debba significare alcunché. “Moralista” funziona similmente, nel senso che dichiararsi emancipati, disinibiti, progressisti è un altro buon modo per accumulare ammirazione senza fare un cazzo di niente. Perché la nostra società è emancipata, disinibita e progressista. Ed è anche una società infernale in cui l’intera esistenza umana (e animale) è mercificata. Le due cose sono in diversi sensi consequenziali, e questo è il motivo per cui le sinistre libertarie degli anni ‘60 e ‘70 sono diventate +Europa. Non potevano diventare altro, perché dal relativismo morale al neoliberismo il passo è obbligato. Il neoliberismo ovviamente si nutre della moltiplicazione infinita del desiderio, nei termini di Lacan: ed è questa la differenza fondamentale fra la lettura del capitalismo che ci da Max Weber e il neoliberismo. Ma insomma, questa è roba risaputa.
A differenza di “fascista”, non essendo fascista, accetto la definizione di “moralista” e me ne vanto. In senso tecnico, non sono soltanto “morale”, ma proprio moralista perché ritengo che la questione morale sia politica. Che si debba lottare attivamente per imporre una certa morale all’interno dello spazio pubblico. Nella fattispecie, la morale come orizzonte definitivo dell’esperienza umana, in contraddizione con un orizzonte economico. Mi pare che sia l’unica posizione di dissidenza onesta, a livello esistenziale. In un’epoca in cui tutto è merce, l’astinenza dalla merce è una forma di resistenza. La scelta riguarda allo stesso modo la carne, la pornografia, il lavoro schiavile, e non credo avrebbe senso separare i singoli elementi: sul fondo c’è un’opzione di non-commerciabilità estesa all’intera esperienza della vita, un’ascesi rispetto all’economico. Una scelta nel presente e contro il presente, laddove il progressismo è, paradossalmente ma non tanto, una scelta nel passato e una dissoluzione nel presente nato proprio dal fallimento di quelle battaglie.