[Dei tentativi di traduzione a parole di una fine e della punteggiatura di un amore.]
Come si racconta la parabola di un amore che si spegne? Si possono tratteggiare i contorni di una fine? C’è un modo esatto per mettersi veramente a nudo nel confessare la sofferenza? È meglio farlo sibilando come un eco in lontananza che svanisce piano o urlando come se nel farlo si potesse alleggerire il peso del dolore? Meglio un gemito nel costante mormorio del mondo o il suono di una sirena che riecheggia? Conviene usare una penna intinta di tristezza ripercorrendo tutto in vena nostalgica o una penna cruda dal tratto marcato? Sarebbe più opportuno troncare i passaggi più ostici e decelerare o arrivare dritti in costante accelerazione fino alla battuta conclusiva? Come si formalizza una fine?
Non so come si racconta un addio. Non so quale sia l’architettura testuale da adottare. Se esiste un modo giusto di farlo e se alcune scelte siano più adeguate di altre. Se davvero esiste un modo.
So come lo racconterei io.
Dipingerei a parole la fragile cornice delle promesse di un amore andato in frantumi e poi la cancellerei. Scriverei con rapidità frasi su frasi senza segni di interpunzione per parlare della velocità di trasformazione delle grandi intese in grandi guerre e dell’improvvisa rottura del nostro equilibrio fondato su costruzioni astratte.
Darei voce alle “cose-da-non-dire” strutturandole in una cascata ininterrotta di pensieri e riflessioni. Mi soffermerei sugli strati induriti di emozioni e con i due punti scaverei più a fondo, servendomi di un elenco esplicativo preciso e dettagliato. Utilizzerei parole ruvide per descrivere due persone ormai taciturne e amareggiate, parole angolari per cristallizzare i segni dell’amore che un tempo li univa. Parole dissonanti per il distacco emotivo e la mancata tenuta dell’accordatura e parole morbide in intervalli simultanei per l’armonia e la complicità invidiabile degli inizi.
Cercherei di fare assaporare il retrogusto delle speranze infrante con una scrittura densa e tormentata che non ammette pause. Con la calligrafia inclinata la spoliazione della naturalezza dei gesti.
Poi segmenterei la nostra storia nelle sue unità costitutive per coglierne le sfumature, senza disarticolarne o scomporne il contenuto. A livello iniziale, metterei i punti con un tratto netto per raffigurare i volti impenetrabili; i punti e virgola per lo stacco deciso tra le espressioni aperte e gli sguardi sorridenti degli esordi e le espressioni tese e le teste chine della fine. Metterei anche qualche punto e virgola in più per scandire le interruzioni intermedie delle liti e delle riappacificazioni. Sospenderei il discorso con i puntini sospensivi per i silenzi protratti e le risposte mancate, nel vano tentativo di far recuperare al lettore preziose informazioni continuamente omesse e farlo giungere alle sue conclusioni. In quello intermedio, differenzierei con le virgole due persone scoordinate e ormai indipendenti per segnalare la separazione tra due proposizioni che un tempo erano un tutt'uno. Sul finale, qualche punto esclamativo per sottolineare l’importanza dei piccoli gesti dimenticati e la presenza dell’altro data per scontata e molti punti interrogativi per segnalare le lunghe pause e l’andamento discendente dei nostri sentimenti.
Farei qualche sbavatura qua e là per ricordare gli strascichi immancabili e deleteri dei litigi. Userei periodi lunghi e digressioni per restituirne il ritmo. Ripeterei le stesse parole in frasi ineleganti per ricordare quelle urlate dei nostri accesi scontri verbali. Sbaglierei ad andare a capo per far risaltare sul foglio le continue incomprensioni e i risentimenti, mostrandone le conseguenze. Illustrerei le interpretazioni diverse della stessa asserzione in estesi movimenti ragionativi collegati all'affermazione precedente. Poi sottolineerei di nero le parole per dar colore all'intrattabilità e alla rigidità delle posizioni. Ridurrei la frase al minimo e userei un linguaggio scarno per poter riprodurre le conversazioni asciutte degli ultimi tempi.
Infine, lascerei enormi spazi bianchi per la perdita di significato del nostro amore.
Riassumerei un addio in un elaborato controverso.
In una fine a parole che fine non è.