Se il 2016 era stato un anno terribile, il 2017 fu il mio annus horribilis. Lo stesso giorno che diedi le dimissioni, arrivò il referto della PET di mio padre. Iniziarono i nostri numerosi e interminabili viaggi a Catania e a Palermo, per ascoltare i pareri degli specialisti e valutare le possibili cure. Una volta fissato l’intervento, mia madre ed io affittammo un B&B a Catania vicino all’ospedale dove avevano ricoverato mio padre. In quella occasione portai con me Paco, un cagnolino che l’anno prima avevo trovato abbandonato al centro dove lavoravo e dal quale mi ero dimessa, e che avevo adottato. Mostrai a mia madre per farla ridere, dato che non viveva con noi e conosceva poco Paco, come si andasse subito a nascondere sotto il letto, quando mi vedeva indossare i guanti di gomma o quando gli dicevo “Andiamo a fare il bagno!”, odiava il momento della toletta.
Il venerdì successivo su Instagram il contest chiedeva: cosa fa nascondere il tuo animale domestico? La meta era di postare durante il week-end foto e video (era stata aggiunta la nuova funzione) che ritraevano i comportamenti dei propri animali domestici in situazioni familiari e casalinghe. Il post della chiamata mostrava un gatto che si nascondeva furtivo, dopo aver mangiato un pezzo di torta lasciato sul tavolo.
Continuavo a pensare ancora che fosse opera del fotografo inglese, non capivo però questo accanimento, qualcosa non tornava. Era come se cercasse proprio di farsi odiare, selezionava e prendeva momenti della mia vita così intimi e privati come non aveva mai fatto in precedenza, sembrava che dovesse arrivare ovunque io fossi, che non dovesse perdersi nemmeno un minuto della mia vita, incurante dell’effetto che questo potesse avere su di me in quel momento così delicato. Avermi hackerato era già un motivo sufficiente per non aspettarmi il bene da questa persona, ma fino al momento in cui ancora lo seguivo, non aveva mai usato modi aggressivi o offensivi, non aveva preso nulla di intimo dalla mia vita privata, aveva utilizzato quello che condividevo sul social e quello che condividevo con per comunicare con lui, solo come fonte d’ispirazione e almeno sul suo account ufficiale, aveva continuato a farlo anche quando smisi di seguirlo.
L’inquetudine veniva da Instagram. Era l’account ufficiale di Instagram che parlava un linguaggio diverso e aggressivo, che si esprimeva attraverso la scelta dei contenuti più intimi e personali della mia giornata. Le immagini erano meno belle, i messaggi non erano più sofisticatamente celati nell’equilibrio tra immagine e parole, erano diventate una palese eco, una rozza ripetizione di quello che dicevo o che mi accadeva, nient’affatto mascherata. Anche la scelta dei profili da promuovere era cambiata. Gli istagramer selezionati non erano più artisti scelti prevalentemente per l’originalità delle loro opere, erano adesso persone comuni scelte per quello che facevano, per le campagne in difesa dei diritti che promuovevano, con una netta preferenza per le minoranze. Ma apparivano anche contenuti legati alla moda come sfilate e fotomodelle, donne che facevano yoga o si occupavano di bellezza delle donne, rapper e chi si ribellava a quello che oggi chiamiamo body shaming.
Nello stesso periodo in cui avevo smesso di seguire l’hacker-fotografo, avevo iniziato a seguire un personaggio famoso, uno scrittore italiano del quale avevo letto un paio di libri e il cui account ufficiale mi fu suggerito dalla piattaforma. Come dissi all’inizio di questo blog, mi sembrò di poter rintracciare l’inizio di quello che in seguito è diventata la pratica di stalking online di cui sono vittima, nel momento in cui lasciai un commento su un suo post, oggi che però, ho molte più informazioni e sono passati anni, posso senza ritenermi troppo lontana dal vero, affermare di essere stata indotta a seguire tale personaggio e di essere stata provocata ad interagire con lui. Mentre nel passato ho maledetto non so quante volte le mie azioni, ritenendomi l’unica responsabile di quello che mi stava accadendo e del fatto che non riuscissi a liberarmene, oggi posso riconoscere quanto la mia ingenuità riguardo le pratiche di hackeraggio, diciamo proprio la mia ignoranza, ma soprattutto lo stress che vivevo in quel momento della mia vita, siano stati crudelmente sfruttati per condurmi a cadere nella ragnatela che aveva tessuto.
Un giorno lasciai un commento su un suo post, non mi rispose ma nei suoi post successivi utilizzò il contenuto del mio commento e i temi dei miei post. Lo notai ma non mi agganciò fino a quando un giorno, postai il video con il canto di due uccellini. Ero in ospedale, mio padre aveva già subito l’intervento e mia madre si era trasferita in ospedale con lui per assisterlo, io mi occupavo di quello che serviva da fuori, finito l’orario di visita serale tornavo al B&B. Una di quelle sere, scendendo le scale dell’ospedale avevo sentito due uccellini cantare, due canti diversi, quasi un dialogo. Mi affacciai dalla finestra e li vidi, presi il telefono e li filmai. Il maschio cantava la femmina rispondeva, finché l’uno volò sul cornicione opposto raggiungendo l’altra, per poi volare insieme e sparire dalla mia inquadratura.
Nonostante ciò che era accaduto su Instagram, mi persuasi che fosse necessario continuare a condividere un po’ di magia, un po’ di naturale poesia della vita con la comunità del social. Anche se il mondo stava accadendo a pezzi intorno a me, e forse proprio per quello, cercavo sempre qualche cosa, anche piccolissima, in ogni santo giorno, che mi facesse sorridere o mi invogliasse a sperare.
Il post successivo fu un video in cui lo scrittore appariva sorridente, alle sue spalle degli alberi e in sottofondo uccelli che cantavano, come sottolineavano le sue parole, mentre esprimeva la sua felicità nel trovarsi in un così poetico scenario. Da quel momento in poi capii quello che mi era sembrato solo un sospetto, la fase dell’aggancio era avvenuta e a differenza di quello che mie era accaduto prima, non si trattava di messaggi celati tra dettagli figurativi, questo user ci metteva la faccia, si faceva selfie, si riprendeva in video mentre leggeva poesie d’amore e gli effetti speciali non finirono qui.
Quando mio padre tornò a casa dall’ospedale, iniziò la fase più difficile della sua malattia, l’allettamento; dal rientro in ospedale non uscì più e non riusciva ad alzarsi dal letto nemmeno per mangiare. Tranne i momenti in cui lavoravo, un paio di pomeriggi a settimana, le mie giornate consistevano nel districare la burocrazia per l’assistenza domiciliare di mio padre, andare a Catania per ritirare referti o parlare con i medici che lo avevano in cura e trascorrere il resto del mio tempo a casa dei miei genitori, per stare con lui. La domenica andavo a prendere dei dolci nella sua pasticceria preferita e i giornali, mi recavo a casa dei miei e mentre mia madre preparava il pranzo, mio padre ed io leggevamo i nostri giornali. Per lui prendevo La Repubblica e per me il Sole 24 Ore, del quale leggevo solo Il Domenicale.
Quando mia sorella ed io vivevamo insieme a Roma, nei nostri anni di studi universitari, circa una volta al mese ricevevamo una grossa busta che conteneva una selezione di articoli provenienti da quotidiani o riviste che mio padre, dopo aver letto, selezionava appositamente per ognuna di noi. Per mia sorella principalmente articoli di filosofia, per me di psicologia o di scienza. Era un modo di continuare un’abitudine familiare, che aveva iniziato quando eravamo ancora liceali e ci passava il giornale dopo aver letto un articolo che riteneva potesse interessarci.
Lo stesso fece quella mattina, porgendomi un articolo del personaggio famoso con quale giocavo su Instagram. L’articolo parlava di una ragazza che gli chiedeva se fosse possibile essere felici in Italia, mi sembrò un artificio letterario non troppo riuscito, nel senso che mi domandai perché chiunque avesse dovuto chiedere proprio a lui, qualsiasi cosa sulla possibilità concreta di raggiungere la felicità, in Italia come in qualsiasi parte del mondo, ma ad ogni modo, quella stessa sera tornata a casa mia, mi misi a riflettere sulla felicità.
Nei mesi precedenti a questo episodio, su suggerimento di un amico che si occupava di informatica e seguendo la sua guida, comprai un altro telefono, smisi di utilizzare il mio computer e presi un notebook, comprai una chiavetta per collegarmi e un IPad sul quale potevo anche disegnare. Cambiai il mio indirizzo email, tutte le mie password e seguii tutte le istruzioni che mi diedero per contrastare un attacco hacker.
Usavo l'IPad per scrivere, disegnare o guardare film su Netfilx, mentre ero in attesa in ospedale o assistevo di notte mio padre per fare riposare mia madre. Avevo creato un account di posta nuovo e non accedevo a nessun social. Quella sera sentendomi abbastanza sicura, usai l'IPad per scrivere quello che pensavo sulla felicità e immaginando di parlare con lo scrittore, scrissi un file che come in passato non inviai a nessuno.
Mi tornò alla mente una seduta con una mia paziente, che avevo avuto il venerdì precedente, nella quale mi diceva che lei non sapeva cosa fosse la felicità. La mia paziente era una giovane madre di due bambini piccoli, che aveva vissuto in una famiglia abusante. Non sospettai minimamente che lo scrittore fosse già diventato il mio stalker e avesse potuto ascoltare le mie sedute, anche perché avendo cambiato telefono e continuando a tenerlo in modo aereo durante il lavoro, mi sentivo protetta nella mia privacy e sicura di stare proteggendo anche quella dei miei pazienti. Tra le cose che scrissi in questo file condivisi la risposta che diedi alla paziente, la riporto dal file che ancora conservo, quando scrivo mi riferisco alla mia paziente che chiamai con il nome fittizio di Chiara:
“…Poi continuò dicendo che si era sentita confusa perché non sapeva cosa fosse la felicità e voleva che glielo dicessi io.
Ho abbastanza consapevolezza da sapere di non essere in grado di rispondere a domande di questa portata e infatti, eludo tali domande con un invito a cercare, anche solo un tentativo di risposta, dentro di loro. Con Chiara però, non si poteva, almeno all’inizio e per molto tempo, a lei bisognava rispondere, fornire informazioni, aprire la possibilità di immaginare, oltre che di ricordare. Mi ricordo che iniziai dicendo che la felicità è come l’odore del caffè al mattino in casa propria, ha la stessa durata e lo stesso sapore e continuai cercando di utilizzare qualcosa che conoscesse già ma vestendola di novità. Parlai di sensazioni corporee, dell’accoglienza dei bambini in cucina, del progetto della giornata, e di ciò che era particolarmente duro nella sua vita e nella sua quotidianità.
Non è molto di più di questo, l’odore del caffè al mattino! Fu la conclusione.”
continuai lo scritto sostenendo quanto fosse semplice la felicità e quanto fosse faticoso il lavoro necessario per riconoscerla, saperla vivere e conservarla nei propri ricordi. Concludevo dicendo che perfino io quella sera potevo dirmi felice, se ripensavo al momento in cui salutando mio padre, lui mi aveva augurato la buonanotte aggiungendo: “È stata una bellissima giornata, grazie”.
L’indomani l’account di Instagram postò la foto di una bambina con i capelli ricci, seduta su un seggiolone davanti alla sua colazione, accompagnata da una didascalia che ripeteva le parole della madre, un’afroamericana autrice della foto, che diceva più o meno: quando la mia principessa arriva al mattino in cucina, mentre l’odore del caffe si spande ovunque, mi sento felice o arriva anche la felicità.
Ero furiosa. Pensavo che il fotografo avesse hackerato anche il mio IPad e per la prima volta dopo molto tempo gli scrissi un messaggio diretto sul social, la funzione di messaggeria diretta era stata attivata da qualche anno. Inviai la foto del post di Instagram e senza curarmi di tradurre in Inglese, gli scrissi che non aveva alcun diritto di farlo, che doveva smetterla, che ero furiosa. Mi rispose subito e non ribatté come mi sarei aspettata, chiedendomi di cosa stessi parlando o farfugliando una risposta che risposta non era, mi scrisse chiaramente che lui con quel post, non c’entrava nulla. Mi rifiutai di credergli, come mi rifiutavo di credere che fosse opera del personaggio famoso, nonostante ci fossero stati diversi episodi che mi avevano lasciato perplessa.
Per esempio, un giorno arrivai a casa dei miei genitori, alle nove di sera e trovai una situazione carica di tensione. C’erano stati alcuni imprevisti con l’infermiere domiciliare, con le sacche dei cateteri e soprattutto mio padre stava male, sentiva dolore ma resisteva. Arrivai da loro tardi direttamente di ritorno da Catania, era il secondo viaggio che facevo in quel giorno: la prima volta andai per prendere un referto e portarlo al medico che era in sala operatoria e che mi avrebbe risposto quando sarebbe stato libero; volevo fermarmi considerato che tra la strada per arrivare a Catania e quella per raggiungere il Policlinico Universitario impiegavo a seconda del traffico dalle 3 alle 4 ore, ma l’infermiera mi consigliò di ritornarmene a Gela. Lo feci e nel pomeriggio mi chiamarono dall’ospedale, perché il medico voleva che gli portassi tutte le PET precedenti a quella che gli avevo lasciato al mattino. Così ritornai a Catania.
Quando arrivai a casa dei miei, la tensione dell’attesa di ascoltare da me il parere del medico, unita alla tensione dovuta agli imprevisti della giornata, aveva generato così tanta frustrazione nei miei genitori, che mi ritrovai a girare in macchina per il paese in cerca di una doppia presa, che sembrava essere l’unica cosa capace di risolvere tutti i problemi e di far dimenticare quella tremenda giornata. La trovai, in un grande magazzino cinese che era ancora aperto alle dieci di sera, cosa insolita per un paese siciliano. Tornai a casa dei mei trionfante, attaccai tutti i macchinari necessari per la notte a quella doppia presa e me ne ritornai a casa esausta, a cenare con cracker e sigarette.
Entrai su Instagram e lo scrittore famoso dopo pochi minuti postò un video, in cui raccontava del prigioniero politico cinese che durante la sua carcerazione aveva inventato o costruito proprio una doppia presa.
Mi rifiutavo di credere che stesse accadendo una seconda volta. Mi rifiutavo di credere che uno scrittore sempre pronto a difendere i diritti fondamentali, sempre in prima linea nell’accusare regimi e governi di ingiustizie e abusi, potesse essere uno stalker, anzi mi attaccavo alla speranza che mi avrebbe anche potuto aiutare a liberarmi dall’hacker.
Oggi penso che in quel momento mi trovassi in uno stato simile a quello di cui parla in Uno psicologo nei Lager, Viktor Frankl quando espone l’evoluzione delle diverse fasi del vissuto psichico di un prigioniero in un campo di concentramento nazista, e che ha definito un Delirio di Grazia.
Nel delirio di grazia, nonostante non esista nessuna indicazione e non ci sia stato nessun evento che consenta di nutrire tali speranze, il prigioniero si lascia trasportare dalla sensazione di essere riuscito a istaurare un contatto umano con un kapò o con una guardia, di aver con questi una qualche relazione e di potersi fidare a tal punto da consegnargli i suoi ultimi averi, il suo orologio o le sue scarpe rotte, in cambio della promessa di risparmiarlo dai lavori forzati, o dal trasferimento in un altro campo più duro o dalla selezione per una doccia a gas.
Le speranze venivano puntualmente disattese e nonostante tutti assistessero a questi eventi, prima o poi, chiunque cadeva in un delirio di grazia confidando nella pietà del nemico.
Roma 19 gennaio 2023 h: 5:23pm
Capitolo 19 – 2017 Annus Horribilis