Cos'ha lui più di me? Lui! E' quella terza persona, la no-persona, il deuteragonista, l'insidia che avrebbe tolto a me e a te il nostro amore disperato. E' bello, vero? E' simpatico e tutto il resto, bella figura, bei pantaloni, belle scarpe, sicuro di sé, grande, con il fare delle protezione negli occhi, il luciferino dei tuoi risvegli e delle tue veglie notturne, che senti volentieri e salda con te discorsi amabili, d'interesse condiviso, adulto... io li vedo i tuoi occhi bellissimi, Andrea, li vedo verso i suoi, franano verso i suoi e le tue braccia levigate dalla sua voglia, e il terrore d'averti consegnato arrendevolmente o quasi all'estraneo mi fa sentire un piccolo vuoto tragico ancora qui davanti ai tuoi occhi belli. Lui lo sa che facemmo l'amore? E solo dopo mi accorsi di averti amato come se ti avessi giammai avuto. Non volevo andarmene, rimanevo a farmi minuscolo dentro di te, rimasi finché non entrò del freddo. Perché ora la casetta era congelata; sul copriletto c'era un piumone che non bastava a scaldarci. Tu pressato dal peso del mio corpo mi chiedesti, inavvertitamente: "perché mi ami? Ti senti più libero ora, avendomelo detto?" quando io, esuberante, non mi trattenevo, e ti risposi "ti amo perché non posso far altro, perché non posso". Ti presi la mano. Quella mano m'appesantiva i neuroni, s'era inceppata in una foresta di contorsioni tristissime, Andrea. Tu eri troppo gettato su di me per averne contezza. Perché ti racconto tutto questo? Non ho una risposta da darti. Una delle tue risposte asciutte, brevi, "bisturiche", come le chiameresti tu. E' l'epistassi della vita che libera il naso, come l'ematoma nel cuore. Non cerco il tuo perdono, non sto approfittando della tua educazione grave, credimi, mi sono dato la spada di Damocle tante volte seduto su qualche panchina sgangherata. Ma sapessi quanto ho immaginato lui. L'ho visto evolvere accanto a te come un fratellastro adottivo, come un doppio malvagio. Ho cercato di dargli una fine degna e non ci sono mai riuscito. E' tornato quando più gli si confaceva, si è stipato nei miei andanti mesti, nei tuoi allegretti. E' tornato in tutte le forme provocatorie della storia, nei miei tormenti, nei tuoi baci che non sono per me, nel tuo buongiorno che non dici a me, nelle mani, le mie, che non tocchi. Era solo questione di tempo. Il tempo avrebbe svolto il suo mestierino bastardo, sbriciato il nostro stare insieme fino a farlo diventare pane grattato. Tutto sommato, è arrivato lui, il tuo amorevole estraneo, a mondare la nostra vita di una malattia leggendaria, di un tralignamento, quello che pensi di noi. Abbiamo aspettato come due convalescenti che il tempo passasse, mentre il presente correva scalcagnato, le giornate da sistole e diastole si trasformavano, e lui stava aspettandoti per offrirti una birra, dopo cena, e per dirti quelle cose che si dicono quando non si sa cosa dire. Eppure, lui lo sa che tu mi spogliavi rapidamente e buttavi la roba per terra? Approfittavo di un'occhiata distratta, perché mi dava vergogna stare lì. Ho scoperto il tuo modo d'infilarti in un letto, ti stendevi e ti tiravi addosso le coperte e speravi che io motivassi le tue nudità. Io non ero convinto di quello che facevamo e lo sapevi... non lo eri nemmeno tu. Saresti rimasto volentieri accanto al tavolo, in cucina, o verso la finestra a guardare il mondo per un posto per te da qualche parte. Con lui. Quando ti afferravo indocilmente, avevo un attimo di incertezza, poi niente, mi lasciavo andare al rinculo dei corpi senza che il silenzio c'invitasse a eseguirlo. Avevo gli occhi incollati a te, non ce la facevo a guardarti fissamente però, avevo paura di incontrare la tua impassibilità. Quella volta avvertii, al di là dell'anelito, un umore diverso, come una specie di rovo fiabesco che, eretto tra una motrice labiale e l'altra, ne mistificava la qualità impedendone l'assesto. Un abbandono ricusato ma presente, un diniego non già patito ma pattuito del furore da supernova comburenti, instradate alla consunzione, per cui si paventa il nulla, allorché il sangue invece bruciava, le vene si rizzavano, il sudore colava pregnando di voluttà il resto, l'aria ribolliva respiri ansanti, le mani andavano ovunque senza comando, i muscoli del collo un tutt'uno con la tensione del piacere fino alla bocca che dava colpi di mandibola a vuoto, il destino che non si divideva, che insufflava ardore della prima volta, o di sempre. Non ci fermarono. Andammo avanti per ore o giorni o mesi, non lo sapeva nessuno a quale temporalità aggrapparsi. Era il nostro amore completo, senza sbavature, nella sessualità più smodata e smoderata della bella giovinezza, in incoscienza, abbandonate tutte le interdizioni. Pur tuttavia, quando rividi i tuoi occhi, quelli che hanno l'ombra d'estraneo incistatasi, gli occhi distanti tuoi, bracchetti di un sogno che non sono io, e le tue mani disegnate, i brani di pelle madida, la peluria a cascata sul tuo pube odoroso, la fronte imperlata di passione della prima volta o dell'ultima, la dentatura espressiva di un morso sagace... rividi una paura. Tu non potevi restare, tu saresti andato via, e io lo sentivo nella testa, nella memoria rediviva, in quella dinamica di fisicità prorompenti, e fu come salutarti a tempo indeterminato, assieme alle maree nere, alle ventate di fervida burrasca, ai fuochi di fatuità... salutavo i tuoi ennesimi occhi immensamente puliti, il centro di ogni fola lungagginosa, di ogni scelta scientemente perseguita, di ogni previsione e intuizione presente.
<< Che hai? >> mi chiedesti, in un'estasi che imbruniva, mentre cercavi di ritrovare i tuoi abiti. Eravamo nudi come bebè, col fiato corto e la pelle che dava sfogo a qualche livido dell'irruenza. << Non lo so... non mi fido di questi sentimenti, di questo incontro, non mi fido di te. Tutto può cambiare da un momento all'altro... >>
<< E' strano che tu lo dica adesso, dopo quello che abbiamo vissuto... avevi detto di non pensare al domani! >>
<< Si fa presto a vedere l'indaco oltre le nuvole. Si fa presto a chiudere un libro troppo lungo, sotto le nuvole >>.
<< Ancora? Sii ottimista, qui le nuvole sono così spesse che l'indaco non si vede mai e poi mai, per cui preferiamo tenere i piedi per terra, in attesa del sole >>.
La sera guardo fuori. Sono in camera, guardo in basso, verso la strada, in cerca della luce intermittente del lampione semaforico. Non c'è nulla, solo una macchina che passa, un carro funebre che porta lontano qualcuno di mia conoscenza, forse. Sto cercando lui, l'estraneo. Non so se lo cerco perché ho bisogno di sapere che faccia abbia o perché temo che si sia nascosto da qualche parte, nella strada della tua vita e della mia, e che ci stia spiando. Guardo i tetti, le antenne, i cupoloni romani nella scia dove lui vive, oltre lo stradone pullulante di figure spettrali danzanti nei fari di un autobus che le accende, fino a quel mondo che ci ha visti tante volte e chissà se adesso è aperto alla clientela. Tanto cemento ci divide, Andrea, tante carcasse dormienti, assopite in un sonno di coscienza.
Non crucciarti, amore mio, la vita è questa. E se io soffro quaggiù, la tua sofferenza non mi sveglia in questa distanza, estranea, come lui. Che importa se sono gravido di un tuo sputo sudicio, Andrea, che mi riservi per non avere più nessun ricordo di quello che siamo stati... che importa se hai già avuto quello che ti aspettavi da lui... Stanotte io sono solo con il mio bagaglio sotto la pensilina di un treno che se ne va, che ho perduto. E ne prenderò un altro per andare. Per sempre.
Chi è lui? Quanti baci ti ha rubato, quante volte vi siete innamorati già? Quanto è più bello di me?
Ho le tue lettere, le mail, le nostre conversazioni come un amuleto, non so quando me lo sono infilato al collo, e adesso non riesco più a toglierlo. Piove. Sotto la pioggia, in un angolo di questa città ho amato Andrea per l'ultima volta. Quando piove, ovunque tu sei, io rimpiango la vita che avremmo potuto avere. Facevi parte di me come la coda di una sirena, qualcosa d'evanescente nella fantasia dei bambini, qualcosa che si desquama con la crescita, qualcosa di cui conservo l'odore, come un'incresciosa presenza nel nulla. Ora, invece, è lui ad avere la sicurezza della tua trasformazione, a sentire la tua formidabile vocina rassicurante al telefono, il tuo sguardo potente e visceralmente attaccato alla vita.
Io sono colpevole per averti amato come si ama davvero e per essere stato calpestato con l'ingenuità. Per il tuo sputo sudicio continuo, a getto prolungato, al mio indirizzo ogni giorno, da quattro anni, per le arie di degnazione e di pietosa accondiscendenza. A lui, all'estraneo, devi il tuo sesso, Andrea, a me devi un saluto.
"Quando si fissa una direzione, non è per andare da qualche parte, è soprattutto per perdersi. E io mi sono perso".











