“ Leggendo Robinson Crusoe, da ragazzo, mi ero sorpreso a pensare: ecco, tutto questo io probabilmente non lo saprei fare – costruire una mola da arrotino con una corda e una ruota, produrre vasellame e una pipa d’argilla, fare dei vestiti e un ombrello con le pelli ottenute cacciando le capre selvatiche… Al contrario, mi sentivo in grado di affrontare gli ammutinati della nave e pensavo che facilmente mi sarei fatto amico Venerdì. Tra le molte attività di Robinson che non avevano nulla a che fare con gli esseri umani, l’unica verso cui ero disposto a riconoscermi una qualche attitudine era catturare il pappagallo per insegnargli a parlare, un’attività cioè squisitamente sociale. Così, quando più avanti negli anni appresi dell’«ipotesi della funzione sociale dell’intelletto» formulata dallo psicologo evoluzionista Nicholas Humphrey ne rimasi folgorato.
A dispetto della loro apparente complessità, osservava Humphrey, i problemi di tipo fisico-tecnologico cui deve far fronte Robinson Crusoe sono relativamente semplici, i problemi difficili sono quelli che nascono dall’interazione con gli altri esseri umani: le grane, per Robinson, si palesano assieme alle orme di Venerdì.
Di solito non apprezziamo la complessità e la difficoltà dei problemi di natura sociale, sia quando perseguiamo scopi volti al benessere comunitario attraverso l’altruismo e la cooperazione, sia quando ci prefiggiamo obiettivi manipolatori, come nell’inganno tattico. Questo perché noi esseri umani veniamo al mondo ben attrezzati per fronteggiare i dilemmi che nascono dalla vita di relazione. Anche quando sperimentiamo conflitti con i nostri simili, per noi è facile intuirne la natura e cercare di risolverli, possibilmente a nostro vantaggio. Però non c’è nulla di semplice nel modo in cui ci si può capire con Venerdì o con i conspecifici in genere.
Humphrey divide con la primatologa Alison Jolly la primogenitura dell’idea che menti complesse si sviluppino in gruppi sociali dove gli individui debbano intessere trame intricate nei rapporti interpersonali, come accade tra gli esseri umani, ma anche, in una certa misura, tra altre creature: mammiferi quali le scimmie antropomorfe o uccelli come i corvi. L’idea di Humphrey e Jolly ha aperto la strada alla nozione della cosiddetta «teoria della mente», la capacità umana di rappresentarsi gli stati mentali altrui, e all’interrogativo se i rudimenti di essa siano rintracciabili in altre specie. “
Giorgio Vallortigara, Pensieri della mosca con la testa storta, Adelphi, 2021 [Libro elettronico]