“ Capii presto il perché di una sensazione incerta che mi accompagnava da quando avevo rivisto mio padre; che fosse quello di una volta, ma non del tutto. Di fronte ai miei rifiuti era un po’ meno aggressivo che nel passato, la sua collera non era esplosa; e questa relativa calma lasciava apparire di più un suo fondo costante di indecisione, timidezza, apprensione, perfino l’ansia e l’umiltà di chi non crede veramente in se stesso. Avevo perfino pensato: ormai è deluso, stanco; ha rinunciato alle sue vecchie idee di grandezza: mi attacca non per convinzione, ma perché questa è la commedia di cui ha bisogno per sentirsi parzialmente vivo. Forse un po’ mi assomiglia, sebbene con mediocrità, senza chiarezza, né coerenza, né capacità di respingere una volta per sempre lo stolto gioco della vita. Appena entrato in casa, però, mi accorsi che non era mutato in nulla. Sembrava essersi addolcito perché aveva paura di me e di quello che avrei visto. Dalla mobilia della casa che mi apparteneva, erano spariti tutti i mobili di qualche pregio. La casa non era più lei, anzi mi diede subito un’impressione di bruttezza. Ecco perché, sulla soglia della porta a vetri, sembrava poco contento di farmi entrare: si era stupito di trovarmi in giardino, ma mi avrebbe lasciato in giardino per l’eternità. “
Guido Piovene, Le stelle fredde, Arnoldo Mondadori Editore, (Collana Scrittori Italiani e Stranieri), 1970¹; pp. 45-46.












