La tipica spettrale mattinata di Dicembre. #Domenica chiaramente.

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La tipica spettrale mattinata di Dicembre. #Domenica chiaramente.
Sla e delirio: la linea sottile tra filantropia (inutile) e sovraesposizione mediatica
Agosto è il mese più in bilico dell’anno e questo è un fatto. Che sia dovuto alla calura che (almeno tecnicamente) surriscalda i nervi o alla sospirata vacanza dopo un anno passato a sbattersi in un ufficio di 70 cm quadri che, o ci stai te o la foto della tua ragazza, non è dato sapere.
Fatto sta che questo è il mese in cui siamo tutti un po più giocherelloni e pronti a prendere con più leggerezza la vita, ci spalmiamo sul viso un sorriso di benevolenza invece che la solita mascella contratta e il consueto rumore di denti che digrignano che ci accompagna si fa un po’ più lieve. Ci aggiriamo per spiagge o sentieri di montagna e rimaniamo impassibili di fronte alle goliardate che, ci fossero passate davanti agli occhi a Novembre, siamo sinceri, avremmo tirato giù il mondo per quanto ci fanno girare i cosiddetti. Lo stesso effetto ce la fa ogni cosa che respira d’altronde, a Novembre, non è che alzarsi alle sette di mattina per prendere un Raccordo che sembra la traversata dei mammut durante l’Era Glaciale aiuti il buon umore.
Inoltre ad Agosto il Parlamento è chiuso e la politica nostrana ci dona un po’ di sollievo, le dichiarazioni dei nostri rappresentanti si fanno un po’ più rare, regalandoci un po’ di respiro, anche se certe perle trovano il modo di fartele arrivare anche da Borghetto Santo Spirito.
La capacità di discernimento insomma se ne va in vacanza con noi, e la carenza di notizie con cui riempire le conversazioni scarseggiano (il campionato di calcio ancora non è cominciato, cosa vuoi che posti l’italiano medio sul suo profilo?).
Ritengo che la nuova campagna Ice Bucket Challenge sia stata vittima dello stesso tragico fraintendimento che ci fa scambiare una raccolta fondi per combattere una malattia terribile e al momento incurabile, con un selfie al flash mob su Ponte Milvio.
Lo spirito con cui un malato di Sla, sclerosi laterale amiotrofica (sì, è un acronimo furbetti che non avete nemmeno googlato la parolina scritta sopra il video di Vin Diesel che si fa un gavettone gelato sul muscolo scultoreo), ha dato il via alla cosa, non ha nulla a che fare con il gavettone in sé ma, ed ecco la grande rivelazione, con il voler portare l’attenzione sulla malattia (è questa la parola chiave, bravi).
Una domanda che dovrebbe sorgere spontanea è: perché è stato necessario farlo? Perché la Sla fa parte di quel gruppo di malattie rare (cioè che hanno una bassa incidenza sulla popolazione) che rendono le case farmaceutiche poco disposte a metterne le cure in commercio, perché poco remunerativo dal punto di vista costi/ricavi. Lo stesso capita per quelle malattie che affliggono la parte del mondo che non può permettersi di pagare il ticket, infatti vengono spesi più soldi per mettere in commercio farmaci per il colesterolo che per la malaria.
In un recente articolo Gwynne Dyer, giornalista canadese, ci riporta il dato sconcertante che dal 1980 non vengono più immessi sul mercato nuovi antibiotici perché vengono assunti per periodi limitati di tempo e solo in determinate circostanze, quindi non sono un affare conveniente, nonostante stia comparendo una nuova varietà di batteri resistente ai vecchi antibiotici, come è normale e prevedibile che sia.
Mentre la ricerca viene portata avanti con il supporto di fondi governativi o finanziamenti privati, continua, la messa in commercio è completamente a carico delle case farmaceutiche che decidono cosa o no produrre, a seconda della previsione di guadagno. E questa sì che è una doccia gelata.
Quindi per quanto sia lodevole che negli Stati Uniti siano stati raccolti 40 milioni di dollari circa, che sicuramente daranno una spinta alla ricerca e, cosa più importante si è sensibilizzata l’opinione pubblica, questo probabilmente sarà stato quasi inutile nella pratica perché i farmaci studiati difficilmente verranno messi in commercio e altrettanto difficilmente arriveranno alle persone che dovrebbero potervi accedere.
Se pensate che la Big Pharma farà un salto nei laboratori Aisla a vedere che succede, mi sa che potete tornare a guardare il Tg2 e finirla qui.
Che si debba continuare a mettere sotto i riflettori la malattia, questa come tutte le altre di cui non sapete nulla, è un dovere.
Avete presente quei tizi un po’ sparuti che verso la metà di Dicembre o in Primavera cercano di vendervi fiori o uova di Pasqua? Ecco, non lo fanno perché Zuckerberg ha lanciato la moda delle stelle di Natale, ma perché da anni contribuiscono a mobilitare le persone (sane), che generalmente preferiscono ignorare le altre persone (malate), che forti della loro salute (loro) non si sono mai fatte venire in mente di mettere una casacchetta bianca e piazzarsi in mezzo alla piazza del paesello cercando di appioppare le arance dell’Ail ai passanti, per esempio.
Ma si sono gavettonate appena Laura “Passera al Vento” Pausini si è fatta immortalare con la bacinella.
Alla suddetta bacinella poi avrebbe dovuto seguire teoricamente un assegno per l’Aisla, che è sempre una cosa buona e giusta da fare. Invece quanto a battere cassa pare se la stia cavando meglio Massimo Giletti con Telethon e questo sì che è deprimente.
Se non lo aveste capito potete anche riprendervi mentre vi arriva la fatidica onda di ghiaccioli, ma poi sarebbe opportuno prendere la macchina, andare in banca e sganciare qualche quattrino a seconda delle possibilità, chiaramente.
I vostri like su facebook, le migliaia di visualizzazioni Youtube (2 milioni e 600 mila per Mourinho, per il fatto che il calciotossico arriva a un certo punto che si attacca a tutto) non contribuiranno di un centesimo o di una virgola a migliorare le condizioni di lavoro di quella sottocategoria di operai chiamati ricercatori che vivono in condizioni da specie protetta, chiusi in laboratori che hanno ancora il fruttino Zuegg nel frigo, perché l’ultimo approvvigionamento statale gli è arrivato negli anni ’50.
Non ve ne frega un cazzo se decurtano i finanziamenti alla ricerca e poi ve la menate da crociati della lotta alle malattie genetiche gavettonandovi? La coerenza non è l’amica di nessuno e nessuno è tenuto a perseguirla, ma in genere si tende a far passare la cosa sotto silenzio, così poi nessuno ci viene a rompere le scatole.
Se avete letto questo pezzo e non avevate idea che la secchiate d’acqua con annesso video che vi ha fatto la vostra amica nel giardino di casa avesse niente a che fare con Sla e ricerca, ebbene io vi perdono anime candide, d’altronde l’ignoranza non è reato ma la stupidità sì.
La fine della resistenza: ecco come sono arrivata a possedere un MacBook Air
In una calda giornata di fine Agosto dovetti affrontare quello che prima o poi tutti noi fruitori delle moderne tecnologie, per cui la vita e la connessione wifi sono diventati oramai un binomio indissolubile, si trovano nella posizione di non poter più rimandare.
Comprare un nuovo portatile. Nel mio caso l’avvenimento era già di per sé un evento raro, essendo rimasta adagiata per lungo tempo sui confortanti trespoli di un vecchio HP che mi aveva servito fedelmente, ma che era ormai irrimediabilmente superato.
Necessitavo di una macchina nuova e funzionale, e un regalo inatteso mi permise finalmente di entrare nel magico e sfavillante mondo dei notebook. Innovazione straordinaria dei tempi moderni, il notebook mi prometteva incredibili prestazioni e di poter finalmente portare il mio lavoro sempre con me, come il panno caldo di un bimbo le cui imprevedibili botte di ispirazione letteraria capitano nei posti e momenti più disparati.
Essendo in tutto e per tutto un sottoprodotto dei tempi moderni, nevrosi comprese, il breve momento di entusiasmo venne subito accantonato per fare posto al ben più marcato attacco di panico, dovuto ad un interrogativo che ora mi si poneva maestosamente con la sua minacciosa carica di indecisione atavica: quale, per l’amor del cielo, quale era lo strumento più adatto ai miei scopi? Ritenutami da sempre una incompetente della sottile arte dell’informatica, al più un’appassionata della domenica, interpellai chi più di me ne sapeva, mobilitando amici e parenti che speravo sapessero consigliarmi il miglior frutto della spesa non da poco che stavo per intraprendere. Dopo un rapido giro di messaggi e chiamate era chiaramente emerso un vincitore indiscusso della benevolenza di tutti: il MacBook di Apple. Questo sofisticato strumento coniugava gli elogi di esperti informatici al di sopra di ogni dubbio e di giovani sorelle con il pallino della mela morsa, che chiaramente non andavano prese troppo sul serio, essendo emissari di quello stile inconfondibilmente “Apple”.
Lo stesso stile che mi aveva tenuta alla larga fino ad allora da quei prodotti, il fatto che sembrasse come se nessuna persona sana di cervello non avrebbe scelto un Iphone, Ipad, Macbook e blend linguistici vari, a fronte di una concorrenza che veniva sminuita tramite la creazione di un senso di appartenenza ad una categoria. File e file di hipster con gli occhiali dalla montatura squadrata (ok, ho anche quelli) e dalle magliette da nerd, si agitavano nella mia mente brandendo i loro Iphone come fossero l’ultimo baluardo di civilizzazione, fotografando ogni cosa che incontrassero sulla loro strada, si trovassero su un bellissimo selciato di qualche antico monastero marchigiano o dalla fruttivendola su via Salaria, e postando facezie di dubbia levatura intellettuale neanche fossero moderne Gertude Stein in erba, in perenne lotta con l’omologazione della lingua. Ora, a parte il fatto che se scrivi una cosa con la minuscola dopo il punto è grammaticalmente sbagliato e non c’entra nulla con la rivoluzione della narrazione operata da Joyce, al massimo scadi nello pseudoalternativismo alla Baricco; seconda cosa, ti pare che io mi sarei dovuta piegare senza combattere a usare come moderna macchina da scrivere proprio la stessa delle mie nemesi concettuali? Steve Jobs mi era sempre stato sulle palle e poi io difendevo un diverso tipo di identità per difendere la quale ero disposta a rinunciare alle migliori prestazioni del Mac, mica dovevo calcolare lo sbarco su Titano per la Nasa o comporre musica neanche fossi Bonobo, avrei rinunciato a un po’ di potenza dell’hard/soft-ware per potermi continuare a guardare allo specchio e sapere che io non mi ero piegata a idolatrare un brand multimilionario che maschera le proprie disgustose manie di dominio sul mondo dietro accattivanti forme e colori hi-tech.
Forte della convinzione della mia fibra morale, caricai la suddetta sorella in macchina e mi diressi verso il negozio di elettronica di un centro commerciale qualsiasi, in cui la competenza del commesso mi avrebbe aiutata a scegliere un pc di indubbie capacità e di buona fattura. Ora sappiate che mia sorella ne ha viste molte e ha sviluppato quel senso di disillusione (di cui in parte mi prendo la colpa) che la porta ad avere un atteggiamento abbastanza ironico nei confronti della vita, evidenziato da un suo particolare modo di sogghignare. Lo stesso sogghigno che aveva stampato sulla faccia quando il commesso, a cui avevo spiegato per filo e per segno le mie angosce, il mio bisogno di un nuovo computer ma allo stesso tempo il profondo conflitto che stavo vivendo interiormente, rispose alla fatidica domanda che gli posi di fronte un pezzo che era un vero e proprio gioiello della moderna tecnologia: “Ma lei lo comporrebbe?” con un: “Ni. Io non amo i notebook e non li uso ma, se dovessi comprarlo, sceglierei un Mac”.
Poi mi condusse come una Caronte verso l’altro scaffale dietro, dove mi sono ritrovata il fatidico MacBook Air davanti agli occhi. La verità mi si spalancò dinanzi con la luminosità di un neon: sarebbe stato questo il computer che mi avrebbe accompagnato nelle lunghe serate casalinghe, quando un po’ alticcia un po’ ispirata, mi sarei seduta davanti allo schermo, nel buio. Non potendo usufruire dello sconto studenti che mi spettava di diritto lì, in un generico tempio dell’informatica, mi voltai verso mia sorella e le feci un cenno secco con la testa. Devo dire a suo onore che non aprì bocca né fece commenti, e un “Te l’avevo detto” avrebbe potuto benissimo concederselo.
Diciassette minuti dopo eccoci davanti al Partenone dell’accessibilità, del marchio, degli slogan di mondiale divulgazione e dei tablet che non sono tablet ma Ipad.
Devo dire la verità, avevo retto abbastanza bene la botta dell’accettazione del Mac, ma davanti quelle vetrate che mettevano in bella mostra l’ambiente “minimal white" all’interno, sentii un tremito lungo la schiena, trovandomi di fronte al nuovo ostacolo che mi divideva da una rapida e dignitosa capitolazione: gli affiliati del team Apple, ovvero i Genius, apostoli investiti della sacra missione di spargere il Verbo della MacWay of Life, coloro con cui avrei dovuto interagire in modo quantomeno serio e rispettoso, per evitare che mi facessero scherzetti strani, i bastardi, nel caso in cui avessero visto trasparire dai miei occhi quel misto di derisione e pietas con cui li scrutavo, povere anime, mentre si aggiravano, fanatici dell’oggi, con le loro t-shirt blu in quella boccia per pesci molto costosa.
Avevo paura. Cercai conforto in mia sorella, ma anche lei sembrava leggermente sopraffatta dalla missione che ci attendeva. Poi di fronte al mio completo cedimento, tornò alla sua risolutezza e con un deciso colpetto di mano mi spinse oltre la soglia. Ormai c’ero, mi diressi con passo esitante verso il primo assembramento di quella specie in pericolo dall’identificativo geometrico, e incrociato lo sguardo con il più prossimo alla mia posizione, esplicitai senza mezzi termini il mio bisogno di un computer.
Ora, ad onor di cronaca, devo dire che il tutto fu molto meno traumatico di quanto mi aspettassi, che il simpatico MacTizio alle cui cure mi ero affidata, si dimostrò molto più affine alla mia condizione di quanto mi aspettassi e con la pazienza e l’impenetrabilità di un veterano della via del Buddha, mi guidò passo passo nell’acquisto. Ho trovato un po’ insistenti i suoi tentativi di farmi fare un corso tutorial per imparare ad usare il nuovo Mac (decisamente me lo sarei risparmiato), ma si riprese sorprendendomi con il soddisfacimento di una di quelle richieste che solo la più rompipalle delle clienti può tirarti fuori, ovvero se fosse possibile avere una cover rosa, il mio colore preferito, per il mio nuovo supercomputer. Quando lo vidi uscire con due custodie di due diverse sfumature di rosa tra le mani (tra cui proprio il rosa fucsia-Barbie che a me piace tanto) ebbene lo vidi come un eroe dei nostri tempi, un moderno Leopold Bloom, che ogni giorno doveva misurarsi con le miserie umane e continuare comunque ad amare il proprio lavoro.
Certo, non osai rispondere al mio cellulare Samsung che vibrava in borsa, e devo dire che trovai il rito semi tribale riservato ad un loro collega che “li lasciava” degno di essere il soggetto di un accurato studio antropologico, ma alla fine io e mia sorella uscimmo soddisfatte e rassicurate da lì, con i sorrisi dei Genius che ci accompagnavano alla porta.
Sto quindi scrivendo queste parole con il mio nuovo MacBook Air rosa, parole che mi sono sembrate necessarie dopo aver dovuto subire gli sguardi di delusione degli amici più vicini alla notizie che sì, proprio io ero diventata fiera proprietaria di un prodotto Apple, e aver sentito cose tipo: "Da qui a ritrovarti in mezzo una fila chilometrica alle quattro del mattino davanti a un Apple Store per comprare l'ultimo Iphone è un attimo". Confido che alla fine abbia trovato il mio violino d’oro, dopo tutte le difficoltà e le resistenze che ho dovuto affrontare per poi alla fine cedere un po’ della mia intransigenza per il mio pezzetto di caldo consumismo.
La crisi economica e il sentimento in crisi. Perché non ci piace più l'Amore e tutto il resto
Schiacciati da uno stile di vita che non possiamo più permetterci, noi giovani uomini e donne del "periodo della Crisi più tragica dal dopoguerra" (sì, è così che gli storici individueranno quel lasso di tempo in cui voi avete dato il primo bacio, fumato la prima canna o scoperto la vostra passione tennistica), siamo connotati da un certo senso di disfattismo morale e psicologico, che messo al confronto di un non più giovane, ma che lo è stato nel pieno del boom anni '80/'90, ci fa apparire come una massa di decadenti Sartre o peggio, come un gruppetto di frustrati le cui nevrosi sono riuscite a trascendere le fantasie più rosee e abiette di Freud.
Leggendo casualmente le memorie romantiche di un figlio del frizzante miracolo immobiliare irlandese, non ho potuto fare a meno di notare come, nonostante lui fosse un autentico antenato del genere emo (quando il senso della sofferenza universale aveva un che di rispettabile), la cui strada era stata infarcita delle piccole e grandi ingiustizie della vita, stanco di se stesso, solo e probabilmente troppo intelligente per vivere felice la sua adolescenza, ebbene riusciva ad avvolgere le sue disgrazie e le sue sofferenze (di tutto rispetto) di un fulgore comunque grande, stagliando la sua ombra netta contro lo scintillio di un'arrampicata economica che coinvolgeva ogni esemplare della scala sociale.
L'Irlanda sfornava laureati, impiegati, classe media e utilitarie, tutto quello insomma che è conseguenza diretta di un'economia che va a gonfie vele, che instilla la luce rosata di un incrollabile fiducia nel consumatore, il quale a sua volta diventa una persona che ha fiducia nella vita. O, come nel caso di questo post-adolescente in countdown emotivo, porta anche chi per natura abbraccia le zone d'ombre e di contrapposizione al comune vivere, comunque in uno stato di tranquillità, consapevole che se anche fosse caduto schiacciato dalle questioni eterne della vita, guardandosi intorno avrebbe percepito a livello subliminale che la sua specie continuerà la scalata al progresso sociale e tecnologico, e che può permettersi quindi di abbandonarsi alla poesia di Rimbaud e di intraprendere la sua strada di conscio osservatore della propria oscura interiorità.
Quindi rifletteva a posteriori sui passati primi amori, e mentre ripercorreva quei momenti dolorosi ma comunque epici nella loro normalità, pensavo a come le cose fossero cambiate nella vita di un diciannovenne di oggi, un figlio della crisi appunto. Certo, alcune cose fondamentali rimangono immutabili, ma l'approccio all'altro, il primo "altro" che ci troviamo di fronte davvero, uscendo dal filtro protettivo della famiglia per la prima volta, è completamente ribaltato. Noi non chiediamo più l'amore eterno che dura un giorno. Noi ci accontentiamo di un appagamento fugace di un piacere minimo, e lo vediamo come un qualcosa di assolutamente passeggero, intangibile, che abbiamo conquistato ma che non vogliamo tenere, perché fulminati dalla caducità e precarietà delle cose. Come il lavoro appunto, il grande concetto mobile e informe del 2014. Di fronte alla prospettiva che qualcuno o qualcosa ci si abbatta addosso togliendoci anche l'ultimo e autentico appagamento della nostra vita, come tutti gli altri sono stati tolti a tutto il resto, preferiamo liberarcene da soli, per non abituarci ad altro se non alla altalenante incertezza della vita, come del mercato.
Tutti intorno a noi perdono lavori, beni, spiritualità, famiglie e convincimenti, perché dunque a noi dovrebbe andare meglio? Un approccio superficiale a ciò che vediamo come negato a prescindere, ci salva dalla cocente delusione e dal senso di perdita a cui siamo assuefatti, avendo dovuto affrontarli già su ogni altro fronte.
Non ci innamoriamo più come una volta? Davvero a questo ci ha portato una lunga catena di sfortunati eventi finanziari? Cerco dentro gli altri e quello che trovo è percepito dagli stessi più come un lusso che non possiamo permetterci che come un sentimento semplice e normale, che ha dato una mano sia nella produzione di nuovi esemplari della razza umana che di capolavori letterari. Che ne è di quel poetico (e patetico) struggimento di chi si vedeva negate le attenzioni della figa di turno? E' finito in un angolo davvero buio e profondo della nostra psiche, mentre noi cerchiamo di andare avanti, zombie emozionali, cercando di sopravvivere alla prossima vendita dei Bot.
Alla fine, quello che ho capito della testimonianza autobiografica del tipo, è che comunque alla fine c'è chi trova la propria strada e chi no, ma chi ce la fa lo deve a un fronteggiare le proprie carenze, all'accettazione di sé stessi e alla costruzione di un Io su basi solide, che ci permettono di affrontare le burrasche della vita con più consapevolezza delle nostre possibilità. Quello che affronta la maggior parte di noi, oggi, è al massimo la propria immagine riflessa nello specchio, e in alcuni casi già è troppo.
Più che arrivare ad una conclusione, non iniziamo mai il gioco. La posta è alta e noi siamo sprovvisti di liquidi, metaforicamente e anche letteralmente, grazie appunto al credit crunch. La stabilità nella singolarità o nella coppia che fosse, a cui arrivava il ragazzo irlandese diventato adulto, a me sembra un miraggio se, facendo un gioco di immaginazione, lo traspongo su chi ho vicino, che nella maggior parte dei casi vive la sua vita e le sue storie più nella sua mente che insieme ad un altro individuo.
Se questo appiattimento delle sostanze finanziarie e sentimentali finirà quando, per conseguenza della necessaria ciclicità storica, il periodo buio volgerà al termine non saprei dirlo, certo è che si fa molto prima a ricostruire un'economia malata che un costrutto mentale collettivo, quello che ci fa credere e agire come se ogni cosa che sfugge al nostro diretto controllo sia potenzialmente letale e non probabilmente una fuggevole salvezza..
Appello ai rimastini degli anni '90
Gli anni '90 sono sociologicamente interessanti, ve lo concedo. Dopo quel frizzante luccichio kitsch che sono stati gli '80 capisco che per qualsiasi decennio sarebbe stato difficile tenere il passo, o comunque fare dignitosamente il proprio lavoro di decade di transizione. Il fatto è che gli anni '90 sono stati peggio di qualsiasi possibile previsione. A cominciare dall'indicatore del buon gusto per eccellenza, la moda, i "Nineties" hanno lasciato una scia di grossolanità nelle forme e di accessori plasticosi che ancora oggi pesano sulle coscienze collettive. Una fase musicale si spense all'alba del '90 e la sua eredità venne raccolta da pochi illuminati, come i Nirvana, che infatti incarnarono il rifiuto di una generazione per quel periodo di merda che stavano vivendo. Le sit-com di quegli anni hanno contribuito ad asfaltare i cervelli di gente che infatti ad oggi, adulta e vaccinata, crede di vivere in una puntata di "Friends" che, parliamoci chiaro, come prototipo di pragramma tv di un decennio lascia parecchio a desiderare. Potrei continuare ma penso di aver portato alla gentile giuria prove sufficienti per supportare il mio appello: basta ragazzi, abbandonatevi alle spalle quegli infausti dieci anni della Milano da bere, delle Barbie Miami, delle giacche di jeans, del rigore sbagliato da Baggio, delle pasticche colorate perchè anche le droghe riescono a cambiare in peggio, dei film di Patrick Swayze (ma quanto tempo avete perso a parlare di Ghost?) e delle capigliature alla 90210. I vostri nipoti non sanno di cosa parlate. E i vostri genitori vi raccontano degli anni '70, quelli sì che erano tosti. Vi assicuro che anche questa nostra contemporaneità ha il suo fascino trash. Non sottovalutatela.
It's rainig, alleluja!
"Ecco io manderò il diluvio, cioè le acque, sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne, in cui è alito di vita."
(Genesi 6,17)
Molti non si sentono a loro agio quando piove. Accusando una supposta metereopatia (a quanto pare è stata scientificamente dimostrata la sua esistenza), alcune persone dalla sensibilità particolarmente sviluppata accusano un periodo di pioggia prolungato di essere la causa di un umore apatico, depresso e diventano scontrosi e insostenibilmente lamentosi.
Piove da molto, e questo crea disagi pratici oltre che emotivi: strade allagate, frane, buche che sembra siano piovute meteore, non gocce d'acqua. De André scrisse in merito una bellissima canzone,"Dolcenera", in cui con la sua poesia così delicata e forte raccontò dell'acqua nera che si porta via case e amori, buttando giù le porte e salendo le scale.
Andando un po' più indietro, ci sono descrizioni di bibliche alluvioni in quasi tutta la mitologia antica: l'Epopea di Gilgamesh ne è un esempio ("Gli dei temevano il Diluvio, essi fuggirono [...] si raggomitolarono come un cane contro il muro e si stesero a terra"), da cui poi riprese anche la Bibbia; nella mitologia scandinava si parla addirittura di due diluvi e poi c'è la storia di Manu nel Satapathabrahmana induista salvato da un pesce.
Questo ci porta a pensare che l'avversione per la pioggia che costantemente cade dal cielo in un susseguirsi monotono di giorni, abbia radici culturali, forse evolutive, giustificate dalla saggezza dei millenni.
Non è così. O per meglio dire ci sono sostanziali differenze tra oggi e ieri, ovviamente. Il fatto che nell'antichità si temesse in modo patologico un'inondazione è giustificata dagli scarsi mezzi e dalle ancora più scarse conoscenze a disposizione di un babilonese del XV° millennio a. C. Il fatto che in Italia per una tempesta una città sia finita sott'acqua è dovuto a una scellerata progettazione urbanistica. Se costruisci sugli argini di un fiume e questo straripa perché piove, non è colpa dell'acqua.
Altro discorso è il fastidioso piagnisteo collettivo che accompagna i giorni di pioggia in una situazione del tutto priva di qualsivoglia minaccia, dove l'unico problema è la pioggia in sé. Siamo a Febbraio, pioverà, fatevene una ragione. E vi bagnerete, sì. E non potrete mettere le converse, ops.
La verità è che siete formati di acqua per due terzi, mangiate cose che crescono dal terreno grazie all'acqua suddetta e se non piovesse vivremmo in un deserto e non vi piacerebbe.
Il bisogno di portarvi appresso ombrelli che verranno persi/rubati/dimenticati è un problema? Uscite senza. Siamo nel Terzo Millennio, non morirete di broncopolmonite. Esistono i phon.
Sguazzate liberi nelle pozzanghere, camminate in una città sotto la pioggia, di sera, con i lampioni accesi che illuminano le gocce d'acqua. Mettete fuori la pianta che vi muore sul balcone della camera perché dimenticate di annaffiarla e giocate con il vostro cane, che se vi ritrovate una zampata sui pantaloni li lava la lavatrice, non voi.
Accettate la pioggia. Smetterà prima o poi, ma a meno che non siate Tempesta degli X-men non potrete sapere quando, quindi finché c'è stateci. E divertitevi. Oppure non fatelo ma smettete di mettere post su facebook, sono lapalissiani e non interessa a nessuno sapere se vi sentite tristi perché piove. Inoltre siamo capaci tutti di guardare fuori dalla finestra e prendere atto del fatto che piova.
Remember, remember the Fifth of November
Il 5 Novembre 1605 venne scoperta e sventata la Congiura delle polveri in Inghilterra, a cui prese parte anche Guy Fawkes, cittadino cattolico in un momento storico in cui la corona e il Parlamento reprimevano tale confessione, reso famoso dal fumetto di Alan Moore e David Llloyd e in tempi più recenti dall'omonimo film "V for Vendetta".
Perché ritengo di dover parlare in questo giorno di un fatto avvenuto nell'Inghilterra del '600? E perché la maschera di Guy Fawkes, che il protagonista del fumetto indossa per mantenere celata la propria identità, viene usata per lo stesso scopo ancora oggi, tanto da essere diventata il simbolo prima di Anonymus, che la usò per la prima volta nel 2008 in una manifestazione contro Scientology, e poi di ogni movimento di contrapposizione ai "poteri forti" violenti e non? Partendo dalla seconda domanda, nella società del "Grande Fratello" orwelliano, dove la comunicazione è controllata, dove si usano software per il riconoscimento facciale su immagini prese dai semafori agli incroci, sembra più che mai opportuno il rifiuto di questa invasione nella propria privacy (testimoniata dai recenti scandali del Datagate) da parte del potere pubblico, quello Stato che sembra vivere sempre più distaccato dai propri cittadini, di cui pure è espressione, ossessionato, sembra, più che dalla certezza di fornire sicurezza, dall'attaccamento ai propri privilegi. Una maschera può diventare simbolo di molte cose e protezione, lì dove non viene usata per perseguire l'impunità dai crimini, per riscoprire il proprio diritto al dissenso, liberati dal peso della propria personalità, oltre che come mezzo di aggregazione tra coloro che indipendentemente dalla loro identità perseguono il loro giusto fine. Riguardo la prima questione, l'attualità del messaggio dei congiurati che volevano far saltare in aria Re e Parlamento, di fronte all'impossibilità di manifestare il proprio dissenso in altre forme in un regime dispotico, non posso che pensare che noi, nelle nostre condizioni di privilegiati cittadini (non sudditi) nel XIX sec., viviamo in balia di una ridicola quanto patetica compagine di personaggi da Commedia Buffa, che pure tengono in ostaggio un intero paese, il quale tra l'altro è sull'orlo del collasso economico. Che la nostra classe politica sia la peggiore nella storia della Repubblica è pensiero condiviso da più o meno tutti. Allora perché negli ultimi venti anni nulla è si mosso o per citare qualcuno che ci ha visto lungo, tutto è cambiato affinché nulla sia cambiato davvero? Quello che io penso nel giorno della Congiura delle ceneri è che non serve dar fuoco al Palazzo per liberarci di una sclerotica e morente eredità politica, ma di iniziare a far saltare in aria ciò che dentro di noi, scritto nella nostra cultura, ci porta a vedere nell'obiettivo da perseguire quello che ci reca il guadagno immediato e più favorevole, a discapito della comunità. La collettività è un concetto estraneo alla cultura italiana per via soprattutto della nostra particolare storia, e della nostra educazione, che anche se di cattolica ascendenza, ci porta a identificare con comunità di appartenenza quella a noi più vicina direttamente, il mini aggregato familiare o al massimo il nostro paese o città. Le ideologie che non ci portano al confronto ma allo scontro, l'idea di dover difendere le nostre credenze, i nostri ideali precostituiti a scapito del benessere della maggioranza, queste sono le inclinazioni che dobbiamo riempire di polvere da sparo e a cui dobbiamo dar fuoco, magari senza indossare una maschera, per contrapporci, finalmente in maniera ragionata e costruttiva, a tutti coloro che usano le nostre divisioni e diversità per accaparrarsi i nostri diritti, primi tra tutti quelli al dissenso e alla diversità.
Certi ritorni a casa su un volo Ryanair
Per una fobica dell'aereo qualsiasi volo rappresenta un'incredibile fonte di stress. Il volo Ryanair 6485, durata due ore e quindici minuti, tratta Madrid - Roma, minacciava di essere letale: a quanto pare evitare le famigliole di ritorno dalla vacanza non sempre è possibile. Bimbi che piangono scontenti, genitori incapaci di placarli, i notoriamente spiritosi piloti della Ryan che, liberi da ogni rigore imposto dalle bacchettone compagnie di bandiera, si sentono liberi di esprimersi al meglio della loro ironia. Tutto questo in uno spazio angusto, sospeso nel vuoto, depressurizzato, a respirare aria riciclata che ti secca la bocca e il naso accompagnata dall'incredibile senso fatalista che ti perseguita con pensieri a posteriori del tipo "non prenderò mai più un aereo e se lo rifarò non sarà di questa compagnia di sfigati", e a priori come "non finirà mai questa tortura e la bimba che sta seduta vicino a me continuerà a lanciare gridolini acuti per tutte le due ore e quindici minuti del cacchio di volo..." a seguire una serie di improperi più o meno blasfemi. Incredibilmente tutto ti turba: l'essere umano che in ogni sua manifestazione ti ha sempre meravigliato e incuriosito, adesso lo vedi come una minaccia, un elemento fuori dal tuo controllo che si aggiunge alla lunga lista di cose che non puoi controllare e che potrebbero trasformare il suddetto volo in tragedia. Questo pensi del sudamericano due sedili più avanti come del milanese ombroso dietro di te, spinto al massimo dalla tua paranoia malata che ti tende come una corda di violino. Evidentemente ti è difficile capire il messaggio negli altoparlanti che ti invita a rilassarti e goderti il volo. Tu preghi solo che non sia l'ultimo, anzi sì, ma in un altro senso. Lo steward è colloquiale e altresì sarcastico, suggerendo a una folla di 150 persone circa che non c'è bisogno di ingorgare il mondo con il lento balletto dei primi posti, essendo Ciampino uno di quegli aeroporti dove si scende da dietro, quindi scorrere e accomodarsi nei sedili in fondo può essere un'idea quantomeno intelligente.
Metto gli auricolari mentre spiega che la Ryanair non ti regala niente e di partecipare alla lotteria che potrebbe sbancarla, una volta tanto, alla faccia loro. Partono i Turtles, Elenore, e il volo continua, tormentoso. A venticinque minuti dall'atterraggio, quando il traguardo sembra così vicino, comincia la perturbazione, perché noi non ci facciamo mancare emozioni durante il volo. Tra l'altro sembra che la mia persona non ispiri fiducia negli altri intrepidi viaggiatori essendo praticamente l'unica o quasi passeggera ad avere due posti liberi vicino. Uno, il tizio che se ne era andato, capite le fluttuazioni aeree, è tornato di corsa alla base, allacciandosi la cintura. Infine dieci minuti. Non ho avuto neanche la forza di farmi consolare dalle immagini raccolte a Madrid.
Lo steward ci chiede educatamente di allacciare le cinture, chiudere il tavolino, riporre gli oggetti e scambiarci un segno di pace.
Poi ci vieta di sostare nel corridoio, andare in bagno e pronunciare la lettera I.
Così.
Ci dice inoltre che seguendo le regole del volo civile, ma anche per creare un po' d'atmosfera, le luci verranno abbassate e sotto di noi prende forma il cielo stellato che diventa una città quando la osservi dall'alto, di notte.
Scorre sotto di me, come un fiume di luci, immenso e navigabile, sacro come il Gange e altrettanto sporco, e come lui, magnete di speranze e preghiere aspirazioni.
Atterro non troppo dolcemente.
Mi lancio verso il portellone posteriore e finalmente sento fresco.
Quello che non succede in spiaggia
La calda Spagna mi attende insieme a Giulia. È Agosto, il mese in cui l’Italia tocca lo zenit massimo di noia e prevedibilità. Per non soccombere al piattume generale, notiziari e giornali si sono gettati a capofitto nelle vicissitudini giudiziarie dell’ex premier e magnate (titolo quest’ultimo spesso domenticato) Silvio Berlusconi, che dopo aver guidato il Paese per circa vent’anni adesso veniva ripagato con un improbabile soggiorno nelle patrie galere a causa di una condanna per frode fiscale. A quanto pare nessuno impara dalla lezione di Al Capone. Mentre cerco di prenotare disperatamente dei biglietti aerei al minor prezzo possibile da una spiaggetta niente male in Calabria, dove mia madre mi ha graziosamente ospitato nelle sue vacanze per farmi prendere aria di mare (preoccupata da un probabile degenero della mia asma, la dolce) rifletto sui classici pensieri da spiaggia: dai massimi sistemi alle espadrillas che rivanno di moda. Nel mezzo c’è anche la lettura del giornale, perchè si sa che la politica non va in vacanza (purtroppo) e perchè comunque da una studentessa di Scienze Politiche ci si aspetta un certo grado di interesse per le vicende nostrane, anche se il fulcro delle riflessioni politiche del Belpaese sembrano incentrarsi, inaspettatamente, su Dudù. Chi è Dudù? Si da il caso che sia il barboncino della scandalosamente giovane nuova fidanzata di un politico mooolto importante dai cui umori dipende il destino di tutti noi. Il canide, probabilmente inconsapevole del suo ruolo di simbolo vivente di una politica ridotta a zoo, è, a detta di un quotidiano tra i più autorevoli, un incrocio tra un feticcio voodoo di un’intera classe politica e accessorio immancabile per accaparrarsi le simpatie dell’elettore medio. Il giornale accompagna le considerazioni faunistiche con un corredo di foto. Lo chiudo. Mi domando perchè a una intera nazione dovrebbe fregare un cazzo del simpatico parallelo tra animali e politici mentre io, trascinata dai suddetti pensieri da spiaggia, rifletto sulla tragica congiuntura storica che viene a vivere la mia generazione e francamente di ironia me ne è rimasta ben poca. Penso alla calda Spagna che mi attende. Alle notti pazze che mi aspettano a Barcellona, fanculo l'Italia, non donna di provincia ma di bordello, aveva proprio ragione il Poeta. Volgo lo sguardo dal vasto orizzonte al giornale, ancora spiegazzato e mezzo aperto vicino alla mia mano sinistra, poggiata sull'asciugamano. Intravedo una foto della Pitonessa Daniela Santanché. Trasalgo. Penso alla Rambla, alla sangria, agli occhiali tondi stile John Lennon di Giulia. A un certo punto la faccia di Giulia si sovrappone al corpo della Santanchè, l'espressione da Erinni e la chioma bionda fluente. Scherzi dell'immaginazione. Mi sdraio sull'asciugamano, mani incrociate dietro la testa, allungamento yoga delle gambe. Va tutto bene, mi dico, giornali e Pitonesse non mi rovineranno l'Estate, penso, mentre una graziosa ragazza vicina di ombrellone si spalma l'ennesima dose di abbrozzante.
I miss you, Marta.
Lo strano "dopo il Live Art"
E' difficile per me dire cosa rappresenti il Live Art. Immagino che dal di fuori assuma una forma lineare, organizzazione che diventa luci, colori, musica. Il lavoro di persone che si concretizza fino ad assumere una forma accogliente e calda.
La verità è che il Live Art è molto di più di un passaggio temporale, molto oltre quei sei giorni che sono solamente il concretizzarsi di un incredibile sforzo intellettivo e fisico. Persone diverse tra loro che inseguono una visione comune mettendoci amore e dedizione nonostante gli attriti e le differenze e, nonostante il dedicargli ore e sentimenti, sentirsi ancora in debito verso il Live Art, pensare di non avergli dato proprio tutto di te anche se gli hai dato il massimo.
Avvertirla questa necessità di donarsi completamente, al meglio delle proprie possibilità a quello che è un evento per tutti e cucito insieme con pazienza, continuando ad andare avanti nonostante le punture di ago.Sentirsi parte di qualcosa, sentire di stare in mezzo alle cose e essere consapevole che se sta accadendo è anche per merito tuo. Questa è una gioia indescrivibile.
Ritrovare parte di tutti quelli che hanno partecipato alle infinite riunioni negli addobbi, negli allestimenti, nelle scelte piccole e grandi che si sono fatte e riconoscere la mano di chi ha fatto cosa, trovare unione dove ci sono differenze caratteriali, stili di vita opposti e assistere allo spettacolo di quando dalle differenze nasce l'armonia.
Dopo il Live Art non si fanno saluti. Si inizia a progettare il prossimo.
Estratto
"Nell'economia della Scuola di Chicago lo Stato agisce come la frontiera coloniale, che gli imprenditori-conquistadores saccheggiano con la stessa focosa determinazione ed energia di quando i loro predecessori portavano a casa l'oro e l'argento dalle Ande. Dove Smith vedeva fertili campi verdi trasformati in redditizie fattorie nelle pampas, Wall Street vedeva grandiose opportunità di investimento nella compagnia telefonica cilena, nelle linee aeree argentine, nei pozzi di petrolio russi, nel sistema idrico boliviano, nelle frequenze radiotelevisive pubbliche degli Stati Uniti [...] E poi ci sono i tesori creati permettendo allo Stato di brevettare forme di vita e risorse naturali mai prima d'ora considerate merci: semi, geni, carbonio nell'atmosfera terrestre. Cercando senza sosta nuove frontiere del profitto nelle risorse pubbliche, gli economisti della scuola di Chicago hanno svolto un ruolo simile a quello dei cartografi nell'era coloniale, che identificavano nuovi corsi d'acqua in Amazzonia, segnando l'ubicazione di un forziere d'oro nascosto in un tempio inca."
Shock Economy - Naomi Klein
La domenica pomeriggio mi sta stretta
Le sabbie mobili hanno la sua stessa consistenza, della "domenica pomeriggio", quel buco nero della volontà dove tutto si rattrappisce in una singolarità di noia e spaesamento.
Tempo che improvvisamente hai a pacchi, tu che ti lamentavi sempre di non poter fare le mille e mille cose che desideri fare, tu così iperattivo e sempre impegnato, adesso hai tutto il tempo di un pomeriggio e la forza di fare niente.
Il libro che hai sul comodino da due mesi, ti sei immobilizzato al capitolo tre perché non hai il tempo di leggerlo ed è troppo ingombrante per metterlo in borsa e leggerlo in treno. Il film che tutti ti hanno consigliato di vedere, perché "davvero, quel regista tratta certi temi in modi del tutto originali". Il dolce che vorresti mettere in forno e servire a cena, così magari qualcuno la smette di dire che in cucina sei negato.
Un piccolo estratto dalla lista di cose che potresti fare ma che non farai.
Non leggerai, non guarderai film e non cucinerai un dolce. Non studierai, anche se dovresti; non chiamerai la tua amica che non vedi da un secolo; non aggiornerai il tuo curriculum o il tuo indirizzo mail quando Google te lo ha chiesto e richiesto. Non ti impegnerai per le mille iniziative in cui sei coinvolto perché è bello sentirsi impegnati. Tu non farai proprio nulla di tutto questo, nemmeno ti alzerai dalla sedia per spostarti sul divano che è più comodo.
Tu aspetterai inesorabilmente che questa domenica pomeriggio passi, finalmente.
La tua mente non è strutturata per reggerne il peso. E alla fine, l'unica cosa che forse farai è girare in tondo con i pensieri, per poi tornare a lamentarti domani, lunedì, di non avere mai abbastanza tempo per nulla.
Ma, tranquillo, è così che va.
Tutto e il contrario di tutto. Tutto è il contrario di tutto.
Alla fine tutto si riduce a una scelta tra due possibilità, e due possibilità alla fine inglobano il tutto.
Il disagio di fronte a una torta di mele
Diciamo che devi preparare qualche esame, esami molto importanti. Non si cazzeggia più ormai, sei a tanto così, non puoi permetterti rallentamenti, hai le scatole piene, tutti i tuoi amici si sono già laureati e diciamo che ti scoccia anche un po' vedere le loro foto su facebook con corona di lauro e parenti felici.
Quindi sei in ansia. Non devi semplicemente studiare, devi sapere. Entrare nell'aula x con la convinzione granitica che ne uscirai promosso. Quindi tutto il tuo apparato mentale si predispone nella modalità "die hard": sei un soldato che ha una missione da completare, passare l'esame e depennarlo dalla lista, provare la soddisfazione di vederla sempre più corta, il brivido di un lavoro metodico e pianificato che procede dritto sui binari.
Cosa succede? Il tuo essere è illuminato dal sacro fuoco di una giusta crociata e anche te ti senti un po' crociato, non esci di casa da un po' tranne che per casti aperitivi di breve durata, a letto presto per svegliarsi fresco e pulito la mattina, uso di psico-additivi limitatissimo e zero dispendio di energie.
Appena sgarri c'è lì il tuo sergente immaginario, che la tua mente (previdente lei) ha partorito con l'unico scopo di farti sentire uno schifo appena pensi di deviare dalla missione, che ti chiede che cazzo hai intenzione di fare, che tanto lui lo sapeva che avresti mandato tutto a puttane, che hai la forza di volontà di un mollusco, etc... (spesso ingigantendo anche un po' la questione, ma ormai sei in paranoia, non puoi farci nulla).
Capisci di aver toccato il fondo e che il tuo serio e sano programma non ti sta mettendo al riparo dalle turbe mentali della sessione estiva come doveva essere, quando una tua amica che ti abita di fronte, ti chiama dicendoti che ha preparato questo dolce e che avrebbe tanto piacere se tu andassi da lei, così mangi il buonissimo dolce e fate le due chiacchiere di rito.
Vai. Segui la vita monastica da un po', che problema sarà mai fare trecento metri, mangiare una fetta di torta, avere relazioni sociali per dieci minuti e tornare subito al campo base? Nessunissimo, anzi te lo meriti!
Sei di fronte alla torta. E' calda e sembra anche molto buona. E' del tutto innocente. Tu no. Ti senti manchevole. Ormai ti sei responsabilizzato all'estremo, e come tutte quelle persone che scoprono la disciplina e l'applicazione costante troppo tardi, sei senza misura e hai ecceduto.
La torta sa di sconfitta. Sei andato troppo oltre e ti maledici per non aver iniziato a fare la persona seria prima, quando era il tempo, ci vuole rodaggio per queste cose. Adesso la situazione ti è sfuggita di mano. Adesso anche la minima distrazione ti riporta alla mente le giornate su giornate perse per delle stronzate tipo il nuovo libro di Harry Potter, quel micidiale cretino, se non fosse esistito magari a quest'ora eri al dottorato.
Non ci puoi fare nulla, sei come un AA che messo di fronte a un Bacardi sente una paura atavica, lo sa quanto poco ci vuole per crollare.
A quel punto devi fare l'unica cosa che un vero samurai farebbe: molli l'amica un po' preoccupata e ti riprometti di posticipare ogni assaggio di torta a dopo la fine degli esami, quando sarai libero e vittorioso, salvando così la sessione estiva.
C'erano una volta un gruppo di amici, una biblioteca, tanti esami da prepare e un grande prato verde. Uno di loro aveva un computer e tanta voglia di vedere la serie tv nota come Lost. Le resistenze non furono strenue. Il wi-fi fece il resto.
Vorrei andare al cinema
Questo è un appello a tutti i miei amici: portatemi al cinema. Lo so che di questi tempi non è nemmeno conveniente economicamente andarsi a vedere un film al chiuso di una sala con altre trenta, quaranta persone, ma io al fascino delle poltroncine ci credo ancora.
Il vero problema è che sembra te lo stiano boicottando, il caro vecchio cinema. Tempo fa ci andavi una volta a settimana, ti vedevi il film e mangiavi il tuo pop-corn felice e soddisfatto. Adesso stiamo diventando pretenziosi. Adesso un film che si svolge per un ora e mezza dentro una stanza 3x2 con quattro personaggi che si insultano e fanno una specie di terapia di gruppo senza terapeuta (esiste, nda) te lo mettono in 3D così puoi percepire oltre alla profondità delle loro anime anche quelle dei loro corpi. Conseguentemente avrai bisogno anche di occhialini speciali e con quello che spendi per un biglietto ci potevi comprare il dvd appena uscito con speciali e backstage e tutto (se non sei uno di quelli che lo avrebbe comunque scaricato da torrent).
Adesso al cinema ci puoi fare un pasto completo con tanto di portate. Io vorrei solo dei pop-corn e una pepsi, amici, giuro. Non voglio la pizza quattro stagioni sponsorizzata dalla Warner, non voglio le caramelle gommose e colorate a forma dei personaggi dei film della Marvel. Mi accontento di un cinema di periferia che ha solo una misura standard di pop-corn e nemmeno la pepsi. Non voglio cenare in un cinema, io ci voglio vedere un film.
Insomma, cari, questa la mia protesta. Non cedete alla massificazione post-capitalista-pseudo-integrazionista-non-ambientalista-e-pure-non-funzionalista dei cinema. Ritorniamo alla saletta vecchiotta con i sedili sfondati e senza aria condizionata, che come unico servizio aggiunto ti offre la toilette promiscua.
Lì almeno ci andavi perché quel film te lo volevi proprio vedere.