“Sei uno dei pochi motivi per cui sono felice di aver vissuto in questo tempo. Te lo dico così, senza esitazione, perché so che mi capirai.”
— Julio Cortázar

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“Sei uno dei pochi motivi per cui sono felice di aver vissuto in questo tempo. Te lo dico così, senza esitazione, perché so che mi capirai.”
— Julio Cortázar
“ Glielo vorrei dire, ma non saprei proprio come fare: non gli ho mai detto nulla. Le uniche parole che ci scambiamo da anni, sono queste: «Giovanni»; «Domenico». Giovanni è il mio nome, Domenico è il suo. Ogni mattina, quando esco, richiudo piano la porta e scendo le scale: lui è lì, a lavare le scale o l’ingresso dello stabile. Comincia dall’ultimo piano e arriva fino al piano terra, tutti i giorni. Quando mi vede, alza appena il capo e dice: «Giovanni». Che vuol dire: «Buongiorno Giovanni». E forse pure: «Come va?». E io rispondo: «Domenico». Che vuol dire: «Buongiorno anche a lei, Domenico. Spero che non sarà una giornata faticosa» o roba del genere. Ma non riusciamo a dire altro che i nostri nomi: «Giovanni»; «Domenico». Ogni mattina quando esco, e ogni volta quando torno all’ora del pranzo - il pomeriggio lui va via. Così, da anni. In qualsiasi circostanza; in qualsiasi stagione. «Giovanni»; «Domenico». Una volta, una vigilia di Natale di qualche anno fa, disse - lo ricordo così bene: «Giovanni, è Natale». Restai stupito, e per qualche attimo cercai di capire cosa volesse dire. Poi risposi: «Sì, Domenico, è Natale» e quel giorno pensai che finalmente i nostri rapporti sarebbero cambiati.
Ma poi il giorno dopo lui era in ferie e nei giorni seguenti non fu più Natale, e così per tutti i mesi successivi, quando ormai un anno intero di «Giovanni» e «Domenico» avevano allontanato la confidenza di quel giorno. E alla vigilia di Natale dell’anno seguente, scendendo le scale con una speranza remota ma viva, gli andai incontro deciso. Lui alzò per un attimo la schiena dalla scopa e disse senza indecisione: «Giovanni». Non potei fare altro che rispondere: «Domenico». Da quel giorno mancarono aggiunte al nostro saluto. Anche alla vigilia di Natale o in altre festività. “
Francesco Piccolo, Storie di primogeniti e figli unici, Feltrinelli (collana Universale Economica n° 1483), 1998; pp. 15-16.
[Di retroscena, di esitazioni e di nuove prospettive.]
Apertura
Il circolo vizioso si era rotto. Il rilassamento generale si era tradotto simultaneamente in distensione mentale. Ero riuscita ad ottenere un discreto controllo del mio stato emozionale. Non ero riuscita a controllare interamente il dolore ma non ne ero troppo condizionata: avevo imparato a gestirlo. Le problematiche insorte dopo la fine della storia precedente sembravano appianate. Avevo addirittura rafforzato il senso di fiducia in me stessa.
Non mi ero dimenticata dei danni effettivi riportati né di quelli potenziali a cui sarei potuta andare incontro di nuovo, scegliendo di espormi ancora alla potenza dell’amore.
- Non posso prevederne l’insorgenza ma potrei almeno essere capace di contenerli e attenuarne le conseguenze - mi ripetevo, considerando fattibile l’attuazione del mio ragionamento. Iniziava dentro me a farsi strada la convinzione che avrei potuto sopportarne il peso, che avrei saputo come rispondere alle emergenze contingenziali senza farmi prendere dal panico o senza tradurle rapidamente in freddezza. Stavo sviluppando una sorta di auto-difesa per evitare di reagire in modo esagerato come avevo sempre fatto, resistendo alle mie pulsioni o trasformandole. Non avevo neutralizzato del tutto la paura ma iniziavo ad apparire più rilassata. Meno turbata, ecco.
Tutte queste sensazioni positive potevano essere identificate in uno sblocco. Provavo pian piano a seguire nuovi stimoli e a incentivare quelli preesistenti che avevo messo troppe volte a tacere. Con il tempo, ero entrata in armonia stabilmente con me stessa - questo era quello che credevo - e potevo ritenermi fiera dei risultati ottenuti. Le condizioni sembravano ideali per abbandonare definitivamente l’isolamento.
Avevo anche smesso di guardare in continuazione l’orologio: non avevo più difficoltà a rimanere a parlare con te per un tempo più lungo di cinque minuti.
Conservavo in minima parte una cauta diffidenza nei tuoi confronti ma sembravo predisposta ad una lenta e timida apertura.
«Vuoi parlarne?» - mi hai detto mentre seduto su una panchina cercavi di protenderti verso di me nel tentativo di stringermi tra le tue braccia.
«No. È una realtà troppo pesante.»
Mi ero scansata. Ti guardavo da lontano con la fronte aggrottata e i lineamenti tesi, imbrigliata tra la voglia di renderti partecipe del mio dolore e il buio in cui rischiavo di precipitare un’altra volta per metterlo sotto la luce del tuo neon.
«So aspettare.»
Mi scrutavi cercando di immaginare le mie emozioni.
«Quanto?» - ti avevo chiesto con un’espressione preoccupata.
«Tutto il tempo necessario. Fin quando non diventerete avvicinabili.Tu e il tuo dolore.»
Eravamo vicini. I tuoi occhi erano scintillanti. Sembravi sincero, sicuramente non roso dall'impazienza. Eri estremamente disponibile. Ti preoccupavi soltanto di trovare il modo di stanarmi per riportarmi alla luce, prefigurandoti il momento in cui sarebbe avvenuto.
In un certo senso volevi salvarmi. Dovevo solo trovare il modo di aprirmi.
Chi pensa è perduto
O vieni più vicino o te ne vai, questa via di mezzo mi sta stancando.
True Quotes
Si entra in un libro come in un treno, con qualche occhiatina dietro, con qualche esitazione e con la noia di cambiare luogo e idee. Come andrà il viaggio? Come sarà il libro?
Jules Renard
Inizio ad essere confusa. Sto camminando sul filo di un rasoio affilatissimo: basta un attimo di esitazione e mi ritroverò a metà.
Le paranoie sono come un fiume in piena, più blocchi la corrente più acqua si accumula. E resta lì, pronta a travolgerti alla prima occasione, al primo attimo d'esitazione.
@celandoildolore