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@esistenzamovimento
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#diariodiurno
Ho sempre scritto tanto e tutto a mano. Tesi comprese. Perché premere l'inchiostro sulla carta, per me, sprigiona un'aura sacrale. È il sigillo del ricordo, qualcosa che ti appartiene. Da oggi parte un esperimento che si chiama#diariodiurno, in onore di #EnnioFlaiano. Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, nelle #stories su#Instagram posterò una #citazione. Non aspettatevi "belle scritture". Saranno citazioni-da-studiare. Quello che rimane è sempre frutto di fatica.
Mi trovate anche qui, su @beacristalli.
La differenza tra necessario e indispensabile ‒ e tutto ciò che si muove.
Il pelo di una superficie di vetro
«Depongo la penna, con l’intenzione bensì e con la speranza di continuare domani o un’altra volta, anzi, di ricominciare daccapo, ma dietro a questa intenzione e a questa speranza, dietro al mio infrenabile impulso a raccontare la nostra storia si nasconde un dubbio mortale. È quel dubbio che incominciò nella valle di Morbio quando si andò in cerca di Leo. Questo dubbio pone non soltanto il quesito: è possibile narrare la tua storia? Ma anche la domanda: era possibile viverla?»
(Hermann Hesse, Il pellegrinaggio in Oriente)
(Guglielmo Castelli)
ll tempo ci appare sempre così, nella forma di un affanno inarrestabile e necessario. Plotino su questa inquietudine si era interrogato abbastanza. Infatti ‒ così dice ‒ c’è un luogo dell’Anima che genera una dinamica particolarissima, ovvero riesce a produrre «il mondo sensibile a immagine di quello intellegibile e lo fa mobile, non del movimento intellegibile, ma di uno simile a quello e che aspira ad esserne immagine» (III, 7, 11). Sono un serie di passaggi, ma non è difficile risalire alla prima domanda: perché il tempo non ci basta così com’è? L’Anima non sopporta al suo interno l’intellegibile. È troppo, è pesante, sfuma continuamente nella sua impossibile consistenza. Esiste, eppure sembra non avere niente a che fare con quello che per il Maeterlinck era «l’atmosfera della vita». Occorre uno slancio. Anzi, no, occorre offrirne i motivi e le condizioni. Il tempo, in un istante impercettibile, richiama la sua natura, farsi discorso di se stesso e dell’identità portatrice di un passato quasi sempre trasfigurato. Ecco perché è così complicato scrivere di ciò che è stato: il ricordo ha la forma di una narrazione di cui spesso non sappiamo nulla. Sentiamo solo un impulso a trattenerla, ma l’unica azione che possiamo davvero fare è predisporre la cera, per ricominciare. Una divina prepotenza ci spinge a recidere i confini di qualcosa che forse non esiste. In realtà, il ricordo vaga un po’ da solo ‒ soprattutto prende una sua forma da solo ‒ e, come una poesia, ritorna. In effetti la scrittura vera e propria del sé non è poi così lontana dal famoso viaggio lungo di cui parla Valéry: siamo noi ad aspettare sul ciglio della strada un grumo di parole perfette nel loro unitario progetto. Sembra quasi che il nostro ruolo non debba farsi sentire. Ma, alla fine, delimitare tutto verso l’esterno rende tutto infinito verso l’interno, un infinito che ha bisogno di aprirsi, selezionando, esplicitando una narrazione, soprattutto sbagliata.
Ogni volta, da ogni presente che si fa portale.
Vita fedele alla vita - Su fondamenti invisibili
La città di domenica sul tardi quando c’è pace ma una radio geme tra le sue moli cieche dalle sue viscere intenerite
e a chi va nel crepaccio di una via tagliata netta tra le banche arriva dolce fino allo spasimo l’umano appiattato nelle sue chiaviche e nei suoi ammezzati,
tregua, sì, eppure uno, la fronte sull’asfalto, muore tra poca gente stranita che indugia e si fa attorno all’infortunio,
e noi si è qui o per destino o casualmente insieme tu ed io, mia compagna di poche ore, in questa sfera impazzita sotto la spada a doppio filo del giudizio o della remissione,
vita fedele alla vita tutto questo che le è cresciuto in seno dove va, mi chiedo, discende o sale a sbalzi verso il suo principio…
sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.
(Mario Luzi)
Reconciliatio
Sono poche le persone a cui almeno una volta non capiti tale esperienza, ma è facile lasciarla passare e non cogliere il significato. Può accadere che le vecchie consuetudini mentali si riaffermino, che il nostro mondo torni al suo assetto abituale e che l'intuizione (o suggestione) che abbiamo avuto si dilegui. In realtà sono questi i momenti in cui davvero vediamo la realtà nella sua primaria sfumatura.
Riconciliazione è un concetto fondamentale nella teologia di San Paolo. Prendiamo la Seconda Lettera ai Corinzi: si parla di coscienza («spero che nelle vostre coscienze anche voi conosciate»), di cuore, e soprattutto di una nuova visione delle cose dopo la morte di Cristo («e anche se abbiamo conosciuto Cristo da un punto di vista umano, ora però non lo conosciamo più così. […] Le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove»). Anche se nel testo non si parla di rinascita, l'immagine è quella di un abbraccio che parte dall'uomo verso ciò che non è uomo, per poi ritornare nell'uomo. Paolo parte dalla premessa che gli uomini si sono alienati da se stessi e in tal modo hanno perduto anche il contatto con Dio. Ecco l'importanza di Gesù sulla terra: nella sua morte in croce Dio ha colmato questo abisso, si è avvicinato all'umanità giungendo sino alla solitudine e alla scomparsa.
E tutto questo viene da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione. Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe, e ha messo in noi la parola della riconciliazione.
La parola latina su cui proprio San Paolo insiste nasconde un etimo significativo: dal verbo reconciliare indica il ristabilimento di una amicizia, una riappacificazione, un'unione in un nuovo ordine, perché di nuovo non si può fare a meno di parlare. È rendere di nuovo sano qualcosa, proiettandolo verso il futuro, ancora incerto e cupo, ma in una direzione salda, costante. Il significato teologico originario intende dunque far capire che Cristo, mediante la sua morte in croce ha ricondotto gli uomini all'amicizia con Dio, dal quale si erano allontanati. Si può anche evitare di parlare di Dio, o di un dio qualsiasi, si può parlare del Sé: essere riconciliati significa in primis riappacificarsi con se stessi, far pace con la propria vita, ovvero dire sì al male che abbiamo ricevuto, accettare il nostro essere imperfetto. Significa infine prendere contatto con se stessi: solo allora si può diventar capaci di entrare in relazione con gli altri e con Dio. La scelta di sentirsi querelanti eterni è la migliore e più conveniente che gli uomini possano fare nell'esistenza, ma quella più dolorosa perché non permette la riconciliatio, ovvero al libertà di essere. In senso teologico essa è necessaria per il passaggio successivo: essere accolti da Dio incondizionatamente. Forse è l'altra faccia dell’abbandono, o forse si tratta dello stesso gesto, visto da due prospettive diverse. E forse la necessità del pentimento sta nel riconoscere la bellezza di questo nuovo, di questo ordine che mai come prima si rivela necessario. Paolo supplica di riconciliarsi con Dio: urla all'umanità non tanto di agire, quanto di ascoltarsi, abbracciando il contrasto della vita, quello tra ragione e volontà da una parte, e quello dell'annunciazione. C'è un passo del Vangelo che quasi ricordo a memoria; è ormai divenuto per me un personale manifesto:
1 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2 Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. 3 Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. 4 Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, 5 per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. 6 Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. 8 C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. 9 Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, 10 ma l'angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11 oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. 12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». 13 E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: 14 «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama». 15 Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». 16 Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. 17 E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18 Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano.19 Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. 20 I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.
(Luca, 2,4-20)
Da un lato abbiamo Cesare Augusto, imperatore molto giovane e già molto conosciuto, dall'altro la potenza di un bambino nella mangiatoia. Cesare, attraverso il censimento, mira a garantire la pace, fine nobilissimo, ma è pur sempre una forma di controllo. Accanto ad egli Quirinio esercita il ruolo di governatore della Siria: il massimo del potere si gerarchizza, si strumentalizza. Il controllo di qualsiasi situazione della vita ci permette di trarne un interesse, ovvero di capire le coordinate, di sezionare i momenti, di analizzarli. Per raggiungere la tranquillità pensiamo che l'unica strada da percorrere sia quella di creare un non-luogo in cui comprendere tutto ciò che accade. In un contesto del genere, in cui domina un fittizio controllo, nasce Gesù bambino: la descrizione è stringata rispetto alla grandiosità della prima panoramica. Sembra che tutto ciò non sia nato sotto il dominio di qualcuno, infatti è avvenuto semplicemente. Le cose intense non sono sufficienti a creare un contesto in cui emerga la bellezza, la pace vera. Spesso scegliamo la parte di Cesare Augusto, scegliamo di creare un contesto che possa darci equilibrio e tranquillità. Il grosso errore dell'uomo è in realtà quello di scegliere quel ʻfittizio controlloʼ, ovvero confondere la libertà derivante dalla sicurezza con la libertà vera che non viene capita, perchè non deve essere capita. È una libertà che non nasce né da una norma né da un adeguamento, ma dal riconoscimento che noi, nel nostro Io, non possiamo creare nulla, nemmeno la pace. È ciò che Bede Griffiths ha trasferito in queste parole:
Il conflitto fu il più intenso che io abbia mai sperimentato, e faceva parte dei termini di questo conflitto il non poter avere una risposta dalla ragione, perché ciò che era in questione era proprio il ruolo della ragione nella mia vita. Il conflitto era più profondo di quanto potessi immaginare. Finora ero cresciuto basandomi sulla mia volontà. Avevo elaborato la mia filosofia e la mia religione da solo e, senza rendermene conto, avevo fatto della mia stessa ragione un Dio. Mi ero reso giudice di ogni cosa, in cielo e in terra, e non riconoscevo nessun potere o autorità sopra di me. Anche se in teoria ora riconoscevo l'autorità di Dio e della Chiesa, in pratica ero ancora io il governante e il giudice. Ero io il centro della mia esistenza, e il mio isolamento dal resto del mondo era dovuto al fatto che mi ero deliberatamente chiuso tra le barriere della mia volontà e della mia ragione. Ora venivo sollecitato ad abbandonare questa indipendenza. All'interno della mia natura era sorto qualcosa che la mia ragione non poteva controllare. Ero chiamato a consegnare proprio la cittadella del mio io. Ero nel buio più completo. Non sapevo cosa fosse realmente il pentimento o di che cosa mi si chiedeva di pentirmi. E questo buio mi faceva veramente paura. Non è questa la sola cosa di cui tutti noi abbiamo paura? Il buio è fuori dal campo della nostra coscienza, è l'abisso in cui tutti i punti di riferimento conosciuti cadono. […] La mia ragione era il serpente che minacciava di divorare la mia vita.
La scoperta può essere molto dolorosa, è come attraversare una specie di morte. Ma è l’unica cosa che dà valore all’esistenza.
10-3-2017
Giobbe non esiste
[…] poiché la collina, la foresta, il fuoco e l'acqua hanno ognuno una voce, parlano un linguaggio. Noi ne abbiamo perduto il segreto, sebbene il ricordo di una sacra inattesa dell’intelligenza e delle cose non possa essere cancellato nemmeno dal più vile. La voce che noi non comprendiamo più ci è ancora amica, fraterna, creatrice serena.
(Georges Bernanos, L’imposture pléiade, p. 326)
(Louie Van Patten)
C’è stato un momento, durante i miei aggiornamenti di esegesi veterotestamentaria, in cui mi ha colpito profondamente un’analisi di André Neher. Nel suo monumentale saggio L’esilio della parola, il silenzio biblico (strutturale) non si presenta più come oggetto, bensì come soggetto: esso interviene in prima persona, con la sua manifestazione verbale ‒ si pensi alla profezia muta di Ezechiele ‒ e grafica ‒ damȃ ricorre spesso, e può essere letto con anagramma di ̒adam ‒ nonché con la sua ontologica presenza, costitutiva dello stesso paesaggio nel quale si consuma la colpa. Non a caso, molti dei dialoghi ‒ del silenzio, appunto ‒ si concentrano sulla preghiera gridata di Giobbe, che «parla e insieme tace», un po’ come il suo Dio-Shadday. Perché non credo che la sua storia si opponga alla costellazione edenica della Genesi: proprio in virtù del fatto che non è solo la sua, ma di ogni ̔adam vivente ‒ nei cicli di riproduzione e distruzione ‒ , e proprio in virtù del fatto che già il «giardino sofferente» della creazione viene calpestato da due traditori e da un omicida, non si può parlare di libertà prima della parola né di mala in mundo. Si può parlare solo di silenzio, che si configura come una prova della libertà ‒ già macchiata dalla finitudine, dalla imperfezione e dall’illusione ‒ e come forma metafisica dell’intero cosmo:
[…] creando libero l’uomo, Dio ha introdotto nell’universo un fattore radicale di incertezza. Tutto questo resta infatti affidato alle mani degli uomini, e anche questo è certo conforme alla tradizionale idea ebraica della necessaria cooperazione dell’uomo all’opera di Dio, sebbene ne esasperi l’incertezza e il rischio. La libertà umana intesa come l’intende Neher non è la via regia alla quale siamo abituati a pensare, nel felice incontro tra «grazia» e «libero arbitrio», ma è una tragica libertà, che nel silenzio deve creare la parola, nella tenebra la luce, le vuoto la pienezza, senza che nulla la sostenga. Ben oltre Bonhoeffer, l’uomo è qui realmente abbandonato da Dio alla sua solitudine, ed esposto al fallimento totale […].
Eppure il dialogo tra sordi (e tra muti, oserei dire), un’eco senza vigilia né sicuro domani, ha un suo tempo. Perché per Giobbe, come nel resto in tutta la Bibbia, il male non è assoluto, si giustifica nel suo stesso superamento. Il male è una prova, che ha un inizio e una fine. Per Leopardi no. Non c’è neanche più spazio per l’ironia, per una razionalizzazione. Non c’è tempo. Caino voleva un tempo lineare, quando in realtà il suo inizio ha generato un ciclo funesto. Si dice, del resto, che «la storia degli errori è lunga come quella dell’uomo» (Zib.,866). Come si può, dunque, parlare di senso (anche del silenzio) quando si parla di eccesso di male? Nel silenzio vi è ancora una sospensione, una sequenza nella quale la possibilità può rivelarsi, anche se ci si riscopre sempre innocenti a metà, un po’ come Giobbe, che davanti allo specchio pulisce lo sporco di cui non si è mai macchiato. Convince addirittura gli amici della sua giustezza (lui è saddiq, il testimone del dolore che non merita). Ma non esistono in realtà individui compassionevoli, ribatte Leopardi. Non esiste nemmeno un uomo, nella realtà più vera, che sia «alieno al male». Giobbe, dunque, non esiste. Però qualcosa possiamo intravedere nella sua insistente rivendicazione: quel segno di colpevolezza che Caino ha nascosto, riformulato nella menzogna. Lo specchio è lo stesso. Il male non è nulla e basta. Il nulla è qualcosa, purtroppo. Ed è sempre lì, in ogni specchio del mondo.
Mawét
Mi ricordi qualcuno che Non è mai esistito; gli Impasti folli, forse è in Quel letto di Lilith che sono Nate le incomprensioni: ha, Io ho, sempre saputo la verità, Ma mentirmi mi reca meno Dolore. Vorrei poter dimostrare Che il tempo è solo una freccia; Quello che vedo dentro le tue Mani ‒ sinceramente: un Pugno di presunzione e limiti, Quelli che preferisco non sapere. Lo sai quanto è pericoloso Dare ai segni le etichette più Comode: chiama le cose con il Loro nome, e da lì riparti. Ma, spiegami perché nemmeno Nelle risposte è possibile Trovare quel calcio che mi Tramortisce; mi vedo, sono oltre Me stesso, vorrei riconoscermi. Ho creato ho creato Un tetto uno specchio Conforme a fedeltà, è così opaco: Quanto posso restare in questa Sparatoria invisibile e Sopravvivere alle mie proiezioni? Cosa vedo in questo equilibrio sul mondo: Il giardino lasciato andare.
Ora ho solo peso. Mi piace, Ma non sempre, Essere io stesso il controllo delle cose, Sapere dove mettere le mani. Ti ho toccato in quel letto, e ho Mentito nel non-amare. Nel buio, con un po' di freddo Intorno: ritrovarmi in un Mazzo di fango, il regalo che Qualcuno mi ha fatto. L'ho Lasciato marcire, ma è sempre Denso. Ci sono dentro. Cosa vedo dentro le tentazioni: Una menzogna che è Eros E motore della coscienza. Vorrei Che il divenire fosse semplice Divenire, e non un ritorno sulla Colpa. Che nessuno mi tocchi. Appoggio L'ultimo bicchiere sul tappeto, nella Mia testa quello che potresti Essere. «Hai più cose da dirti». Sì, vorrei dirle tutte, ma è Più umano godere della confusione: A volte le suggestioni si presentano sulla Strada. Vorrei essere diverso, E invece sono proprio questo: una Coscienza che vede solo la mano Affusolata, una luce nuova, troppi Registri per una sola storia. Cosa vedo dentro la tua storia: una Mia che non può partire.
Quid opus est partes deflere? tota flebilis vita est. Che motivo c'è da piangere le singole parti? Nel suo complesso la vita è degna di pianto.
Seneca, De consolatione ad Marciam, XI, I
Il mito non può mai essere immobile. Negarne l'Immaginario significherebbe decentralizzare l'altrove, in cui, in realtà, noi ritroviamo un centro parziale e potenziale: il luogo della moltitudine di promesse.
(B. Cristalli)
Caino sono io
Il castigo inizia quando l’intimità viene annullata. Troppo è il dolore del vedersi nudi, in un giardino che non ha futuro. Nessuno ha pensato a una vita vera per ‘adam. E questo non lo dice il narratore della storia del genere umano, lo ripete costantemente dentro si sé l’uomo, coperto, per la prima volta, dai vestimenti, un simbolo di forte cambiamento per la cultura ebraica. Un cherubino, da lontano, consiglia le mosse: fatevi vedere, tu e la tua donna, e qualche uomo ci chiamerà. Perché l’essere umano è un animale curioso per natura. Forse troppo, e non si basta mai. Nemmeno il male riusciamo a pagare: Caino vaga per la città di Nod, la terra degli erranti, presentandosi come Abele. La menzogna è così sottile nell’animo che riusciamo persino a riderne: ha mentito per primo a se stesso, uccidendo suo fratello. E la terra è già feconda di ricordi e negazione: la polvere, la stessa della nascita, grida ancora tra le orme sporche dei piedi. Ogni centimetro di terra sa di omicidio e distruzione.
(Jen Mazza, Property)
Caino ha ucciso Abele perché non poteva uccidere Dio. Caino ha ucciso sé stesso perché non ha mai sopportato, nel suo io, l’assenza tragica della fede. Un’intimità che non ha mai saputo ricreare: di questo si maledice, nel silenzio delle terre dei primi giorni. Ha tentato persino di dormire senza sogni, senza responsabilità. Senza colpa. E invece il seme invisibile della coscienza era già al lavoro: ripete al freddo suoni sconnessi, quelli che non vorrebbe capire ma che dicono molto più di quanto egli pensi. Il movimento verbale e inaspettato del rimorso: io sono Caino, lo sono per davvero. Ma non lo dirò, non ora, fingerò di essere altro, quello che era Abele, fingerò di essere io stesso quell’aroma di grasso che è salito in cielo. E invece tutto questo non importa. Queste cogitazioni sentono già il peso della caduta della luna. C’è già troppa spiritualità. Caino, tu non rimani mai solo con te stesso fino in fondo. Lo specchio ripercorre la storia dell’errore; la mani salgono sulla fronte. Non ci faranno caso. Io camminerò e basta. Fingerò di recuperare lo spazio in cui bellezza e sacro si incontrano, dove tutto è aperto allo sguardo. La scala di Giacobbe, io la vedo, è ferma nel deserto, sospesa senza una direzione. Quello che sento non è umidità, il caldo del sole che affatica non mi sta veramente uccidendo. Non proverò fatica, saprò costruire nella distruzione, in questo continuo elaborare e purificare del mondo. Sono – siamo costretti a rifiutare la grandezza di un ‘olam che ci spezza: vorrei dimostrare che il tempo esiste ed è buono (tob), così come Dio ha pensato. A me stesso? «Ho più cose in testa di quanto il mio aspetto promette».
È il mito ad articolare sia la visione del mondo trascendente sia quello della durata storica - il mito che in sé non è né eternità o intelligibilità alla maniera ellenica, né storia o durata del tipo cristiano. Il mito è una atemporalità articolata.
Henri-Charles Puech, Sulle traccce della Gnosi
L’identità ricordata
«Un uomo non consiste di sola memoria. Ha sentimento, volontà, sensibilità, coscienza morale..»
(Aleksandr Romanovič Lurija)
(Oda Jaune)
A volte non riusciamo più a vedere le cose per quello che sono. Perdiamo la natura della consapevolezza, il nostro particolare sintomo che ci permette di ricordare, vedere la vita come un tutto, immaginare prospettive o stati mentali. Anche avere coscienza della morte. Ed è proprio la capacità di entrare in un mondo ‒ quello che noi stessi ci costruiamo, perché «un cane vive nel mondo di un cane» ‒ e nella posizione degli altri che conferma l’importanza della volontà: quando siamo in preda a una devastazione della consapevolezza, l’identità è lontanissima, e anche l’essere nei ricordi fatica a riconoscersi. Io non mi ricordo. Se non vi è più possibilità di dialogo con la dimensione attraverso cui recuperare la nostra verità, non può esserci l’azione. Perché se «la realtà è un appello ad agire», come sostiene Giacomo Rizzolatti, l’uomo, svuotato delle possibilità del mondo, non può recuperare movimento. Dimentica anche la percezione della propria libertà e quella degli altri. Senza la capacità di immaginare e ribaltare i sensi delle cose siamo individui persi, almeno a livello di coscienza. Ma riusciamo ancora a vivere. Oliver Sacks racconta il caso di un giudice che, durante la prima guerra mondiale, subì una gravissima lesione al lobo frontale: il trauma lo rese incapace di provare emozioni, di avere una percezione del sé e del mondo, ma non colpì le sue facoltà intellettuali. La sua professione, tuttavia, non poteva essere più esercitata: il giudice abbandonò il seggio perché riconosceva di non comprendere più le motivazioni degli altri. Ciò che ci circonda può ancora dirci qualcosa, ma lo sentiamo senza quello che i francesi definiscono sensibilisation, che, guarda caso, unisce le due accezioni di consapevolezza e coscienza. I danni cerebrali possono dare vita alla chimera filosofica di David Hume, ovvero l’essere «un fascio o un accumulo di sensazioni diverse, che si susseguono con inimmaginabile rapidità […] in perpetuo flusso e movimento». Vivere come perdere le impressioni degli avvenimenti e sentire che dalle dita scivola la sequenza di numerosi mutamenti non collegati: in Jimmie, un altro paziente di Sacks, lottano ‒ senza che lui se ne renda conto a causa della anosognosia ‒ i vuoti e la misera forza dell’identità, che sopravvive alla de-animazione della malattia, la sindrome di Korsakoff. Visto dall’esterno, Jimmie dà l’impressione che per lui lo scorrere del tempo si sia arrestato anni addietro e che sia incapace di sperimentare il nuovo: quando apprende nuove informazioni (su se stesso e sulla realtà) è destinato a dimenticarle poco dopo. Amnesia anterograda da manuale. Non è un caso che Sacks l’abbia definito «svuotato, privo dell’anima», perché se la memoria è la base della nostra identità, «senza nuovi ricordi l’Io narrativo si svuota». La realtà, le immagini della mente, lui stesso non esistono, sfuggono come sabbia nella mente. Eppure nella piccola chiesa della clinica tutto può cambiare. Colpisce la poesia che si sprigiona nella sua piena disposizione d’animo: la mente non è in grado di trattenerlo, ma l’azione morale, il mistero e forse lo spazio dell’anima che solo in quel luogo riusciva a regalargli concretezza ci riescono perfettamente. Per essere noi stessi «dobbiamo avere noi stessi», possedere e, se necessario, ri-possedere il racconto di noi che va oltre le percezioni. In chiesa Jimmie si riconosceva un uomo e non semplicemente una sequenza di tracce mnestiche prive di senso: il recupero ‒ momentaneo ma molto intenso ‒ della identità, ci fa pensare che essa possa esistere oltre i nostri neuroni, anche se entro essi si racchiude il movimento che ci permette di vivere. La potenza del nostro agire nella realtà è oltrepassare ogni tipo di dissoluzione. C’è sicuramente, in noi, un luogo che può essere curato, ma senza troppe certezze. E la mente, spesso, tace e si limita ad osservare.
Sintesi riproduttiva, ripresentativa e immaginativa
D’altronde il disincanto è un sentimento dell’ora.
È la ricostruzione di un desiderio rivolto all’essente-stato. È immagine fallace. Mi fingo nel ricordare un momento che non solo è trascorso e finito, ma un segmento di kòsmos su cui proietto quell’idea. Allora il disincanto è solo il prodotto, la fine di un percorso, la chiusa ad effetto di una sequenza di istanti. È un'idea che in potenza era impressione o idea di senso e che si è fatta immaginazione, meno forte o vivace della memoria, ma dotata di un grande potere. L’immaginazione ha infatti la libertà di trasporre e cambiare le idee della memoria. E proprio in virtù di quella percezione del passato che si fa languida e sfocata, non è possibile tenere quest’ultima al medesimo ordine e alla medesima forma delle impressioni originarie. Ma il mio disincanto proviene dai sensi, dalle idee dei sensi o dalle idee del pensare? Quanto alle impressioni provenienti dai sensi sarà sempre impossibile decidere con assoluta certezza se provengono immediatamente dall’oggetto (memoria) o sono prodotte dalla forza creativa della mente (immaginazione). Quando cerchiamo quel che distingue propriamente la memoria dall’immaginazione ci accorgiamo subito che la differenza non può consistere nelle idee, che – lo ricordiamo – abbiamo presenti proprio grazie alla memoria; e neppure basta a distinguerle l’ordinamento diverso delle idee complesse, secondo cui la memoria conserva la scansione dell’ordine primitivo delle idee, mentre l’immaginazione le traspone e cambia a suo piacimento, poiché è impossibile richiamare alla mente le impressioni passate per confrontarle con le idee presenti e vedere se l’ordinamento è esattamente lo stesso.
La memoria non è quasi altro che virtù imitativa, giacché ciascuna reminescenza è quasi un’imitazione, che la memoria cioè gli organi suoi propri fanno delle sensazioni passate; ripetendole, rifacendole e quasi contraffacendole.
(G. Leopardi, Zib., 24 luglio 1821)
( Paul Wirhun, Under the Sea)
A questo punto la differenza fondamentale consiste nel grado diverso di vivacità con cui colpiscono la nostra mente e penetrano nel pensiero, ovvero nella coscienza. Ma è nel ritorno della contemplazione dell’oggetto che, di fronte ai confini non più discreti dell’idea, quasi del tutto svanita, siamo spesso in dubbio. Proprio a causa di un intervallo temporale essa si indebolisce, e noi non siamo più in grado di determinare se tale immagine – perché nel ricordo ci raffiguriamo ciò che è stato, dunque il ricordo è il luogo delle immagini della memoria – provenga dalla immaginazione creativa o dalla memoria conservatrice. L’avvenimento che ricordo è un parto della mia fantasia? Non solo. La proiezione nel mio presente affianco al ricordo del passato rispecchia davvero le mie impressioni che non sono più? È possibile recuperare una impressione? Il disincanto, in realtà, è quello che si potrebbe definire “effetto di credenza e di giudizio” che appartiene solo alla memoria. Ma poiché la confusione tra memoria e immaginazione è davvero possibile, non posso esserne così certa. Infatti non è raro che un’idea della memoria, perdendo la sua forza e vivacità, possa degenerare a tal punto da essere presa per un’idea dell’immaginazione, così, d’altra parte, un’idea dell’immaginazione possa acquistare tale forza e vivacità da passare per un’idea della memoria. A ciò si aggiunge che il ricordo, a differenza delle idee della sensazione, è davvero una percezione sbiadita proprio perché altro non è se non l’eco sensibile di un’impressione che è stata presente.
(Xu Zhan, Under Heaven)
Così, nel passaggio che va dall’impressione all’idea, e dalla percezione al ricordo, si perde tutto, compreso il mio Io del tempo e nel tempo. La connessione tra la scena memorativa del passato e l’esperienza in atto del presente modifica la realtà e ne costruisce una parallela in cui l’individuo non solo non riconosce se stesso, ma nemmeno l’immagine che lo ossessiona. La dimentica e la sostituisce con una vera rielaborazione mentale.
[…] Io oso affermare che per il resto dell’umanità noi non siamo altro che fasci o collezioni di differenti percezioni che si susseguono con una inconcepibile rapidità, in un perpetuo flusso e movimento.
(D. Hume, Trattato sulla natura umana)
Come insegna Paolo Spinicci, la mente, nel pensiero, non può far altro che proiettare immagini. E poiché queste ultime sono di ciò che è stato, diventano a loro volta strumento per formulare «una teoria analogica del ricordo». Il problema risiede nel fatto che il ricordo si presenta a noi come una sorta di fossile: non uno sguardo attuale su un vecchio presente, ma un’idea che è ancora presente e che, proprio per l’assenza di determinatezza, ci assicura che tale idea deve per forza risalire al passato. In più, il necessario movimento di recupero coinvolge la contaminazione, la contraffazione, la creazione del nuovo: dalla modalità della ripetizione alla elaborazione soggettiva e concettuale, l’oggetto del ricordo si attualizza secondo una determinazione spazio-temporale chiaramente compromessa. Il prodotto del ricordo allora, non è nemmeno più ricordo, ma idea-di-ricordo, riformulata e definita dalla mediazione di quell’Io che è impossibile cristallizzare, poiché viaggia, insieme alle continue percezioni, nei tempi della memoria, un magazzino del nulla dove ricordare non è mai una scelta o un’azione.
Conoscere e non definire
La perfezione dell’incoscienza
Quando Cvetan Todorov dice che «la letteratura aiuta a vivere» forse esagera. Tuttavia, nella letteratura, non posso negare di aver trovato quei «volti» di cui parla, volti che per me non sono «nuovi». Sono veri. Veri perché riesco a proiettare su di essi una realtà – la mia – unita a tutte quelle conferme che abbandonano le consapevolezze e subito dopo provano nostalgia. Perché è questo l’effetto dell’Isola di Elsa Morante. Una «odissea al contrario» verso quel non sapere e non voler sapere. Chi soffre (e non lo sa) si compiace del ritmo archetipico, dell’innocenza che non comprende i temi eterni della vita. Arturo non ha provato noia perché non ha mai provato amore. E l’amore non si insegna. L’amore c’è sempre, ma la sua anima è di un burattino impazzito in balia dei venti del cuore. Arturo non sa. È dominato da quelle che sono le sue passioni, dalle Certezze Assolute che rivelano una centralità narcisistica di un Io che non vuole circoscrivere i sogni, caricarli di nomi. Come quello che non riesce a pronunciare quando avverte la prima traccia del «mistero», un enigma che è egli stesso, e che non sa risolvere. E la voce che si inserisce nel ricordo della distanza, allontana il presente, il senno di poi. Forse la consapevolezza può essere solo reale nell’universo di un Io che davvero può interpretare i sentimenti attraverso la molteplicità di prospettive. Un sentimento che va oltre la compassione, che ci avvicina quasi all’essere madre: godersi uno sviluppo ‒ all’indietro ‒ che svela a poco a poco le falle, i ritorni. È la bellezza della «scorza della solitudine» che si sgretola, come dice Cesare Garboli. È il riconoscersi orfani nell’orfano che è la sua stessa isola, il microcosmo della madre ideale che non è mai realmente esistita, dalla quale non si può ugualmente sfuggire.
Il presente mi pareva un’epoca perenne, come una festa di fate.
(E. Morante, L’Isola di Arturo, p. 126)
Non esistono confini. Non esiste la morte. O forse esiste troppo, ma forse in un’unica possibilità fine a se stessa. Perché la madre rappresenta essa stessa il riconoscimento della fine, che è l’altra faccia della vita. La sindrome abbandonica lo intrappola in una sensuale ricerca della luce vera del sentimento, ma senza reale coscienza: Arturo è vittima dei suoi fantasmi, dei suoi paragoni folli, di quelle leggende che lo hanno salvato fino alla scoperta della «logora roccia delle cose». E allora, «per la prima volta» sente, ma non decodifica. Sente ma non può spiegare. Vorrebbe solamente lasciarsi cullare dalle sensazioni, ma il principio di fuga e di uscita dall’età dell’oro lo sta chiamando a bassa voce. Prova dolore ma non vuole capire. Nella nebbia tutto può sopravvivere, persino la prova che esiste e non esiste. Rimane là, il più lontano possibile, nel cielo, nel mare, nel tempo storico e nel cuore del mito. Là solo dove noi possiamo ritornare con il ricordo, dove recuperiamo qualche conferma utile per il qui e l’adesso. Ma la memoria sarà sempre trafigurazione e nemmeno l’annullamento del tempo e dello spazio cristallizza il nostro percorso, quello che va dagli equivoci dell’amore alla verità. La verità che valorizza il dubbio e le pulsioni opposte, che legittima la bellezza della morte nel senso della vita.
Dirsi tutto
Doveva essere un atto umile Presentarsi prima del tempo Già arrivati - o consapevoli Reliquie: dove? Cancellare i trapassi, prezzo Dei giri nella porta, tu la vedi Che è guasta da mesi. Fino a qui, dove?
Ma parliamo di te, degli umori Che sono morsi inascoltati Di quel soffitto che nascondevi I rubinetti insieme Al peso del legno, gocciano Quei momenti vani, io non lo so, Ma parlami di te Di quello che devo fare.
Nessuno si accorge che sotto Il pelo di un cane un'anima Non può rispondere. Ma parlami di te, Ancora il sapore del minimo Confronto - un nuovo mio Piacere nel movimento del piede Che scende sul lenzuolo nuovo. Sembra il velluto di mia madre. E fino a qui, dove?
Senza palpito ma con una Voglia folle di sapere scelgo un grido Oltre i soliti echi, Ma parlami di te, cioè di me: Il Sempre può restituirsi anche così, Senza avviso.
Qualcosa vorrà pur dire Guardare il mare senza dirsi Niente Pensare solo ad essere custoditi.
Solo nel Male Si sono risolti i desideri di fuga E le parole non escono sotto quel Buio che mai domanda e che Non era. Non potevo essere se non Questo, il giusto riconoscersi nel Dito che punta lo specchio.
Beatrice Cristalli