Avrei voluto vivere sotto un costante senso di ubriacatura. Senza toccare le cose. Senza calpestarle, levitandoci sopra a qualche decina di centimetri sopra la superficie.
Questa doveva essere la spensieratezza.
Avrei voluto vivere così tutta la mia vita, invece la pesantezza la sentivo tutta: nella tensione dei muscoli, sul battito del cuore e sul respiro. Nell'ultimo anno avevo provato a prendere ciò che accadeva come veniva, come un fluire d'acqua che vince per la sua capacità di adattarsi e di scivolare tra gli ostacoli piuttosto che nella sua resistenza.
Non ci ero riuscita: i drammi degli altri e le mie ansie mi trascinavano verso il suolo ancorandomi a terra. Ma in alcuni momenti (brevissimi) mi sentivo davvero piacevolmente indifferente verso il futuro: poteva essere tragico o romantico e non me ne sarebbe importato nulla. Erano istanti rari, in cui sentivo come se il corpo davvero mi appartenesse e non fosse più solo un'accozzaglia organica e stanca al servizio di una mente confusa. Nulla in quei momenti mi preoccupava ed esperivo finalmente l'accettazione di me.















